La sera precedente le nozze, con la mia prima moglie Franca, il nonno di lei, Alvise, mi volle in camera sua. Dopo un brevissimo discorso, durante il quale mi affidava la sua unica ed amata nipote, argomento scontato dato il momento, passò subito alla ragione vera di questo colloquio: il regalo di nozze del nonno della sposa.
Si trattava di un paio di gemelli da polso d'oro, smaltati al color bianco, di foggia sorpassata, anzi certamente antica, e questo fu il particolare che più mi piacque.
Consegnandomeli quel signore me li raccomandò molto, ed aggiunse anche una frase alla quale, lì per lì, non detti molta importanza. Quei gemelli da polso per lui e per la sua famiglia rappresentavano quanto di più importante potevano affidarmi, (oltre naturalmente alla nipote), perché erano appartenuti ad Alberto Mario, figura di spicco del Risorgimento.
Al momento, ripeto, la notizia non mi colpì più di tanto. Certamente quella sera avevo altre cose per la tesa. Ma, come passarono i giorni, quella frase, che mi fu detta con l'importanza che meritava, lentamente incominciò ad affiorare alla mia memoria, fino a riprendere il giusto valore.
L'avevo naturalmente comunicata a mia moglie, che però non la prese in molta considerazione. A dire il vero di questi gemelli aveva sentito parlare in casa, da bambina, ma più come di una di quelle storie che si raccontano nelle riunioni di famiglia, per farne argomento di conversazione. Ma niente di serio, anzi niente di certo. Dopo qualche tempo mi rivolsi, per avere notizie più particolareggiate, al nonno Alvise. Questi, ovviamente, mi confermò la primitiva appartenenza dei gemelli, ma fu molto avaro nei particolari. Secondo me, reticente. Anzi, volutamente reticente. Il che non poteva che accrescere il mio interesse alla faccenda.
Iniziò così la mia caccia a nuovi particolari.
Seppi così che il nonno Alvise aveva avuto a suo tempo i gemelli in dono di nozze dal suo datore di lavoro. A questo punto si rende necessaria una precisazione: il signor Alvise, come il padre prima di lui, aveva lavorato come cantiniere alle dipendenze di una delle più vecchie e nobili famiglie di Lendinara, la famiglia Marchiori. E se consideriamo che stiamo parlando del giorno delle sue nozze, dobbiamo ritornare all'anno 1910. Ed alla società di quel tempo. La precisazione consiste pertanto in questo: il dono non era da parte "del datore di lavoro", come diremmo noi posteri, ma "del suo signore", come era uso chiamarlo il nonno Alvise.
La cosa incominciava a diventare interessante. Era il tuffo nel passato che, come al solito, mi attirava. Ora si trattava di completare le indagini restanti.
E restava unicamente, ma non era di poco conto, colmare i 27 anni dalla morte di Alberto Mario (avvenuta nell'anno 1883, nella sua Lendinara), alla data del matrimonio del nonno Alvise, come già detto, il 1910. Restava inoltre da scoprire come i gemelli potevano essere passati dal Mario ad un membro dei Marchiori.
Ma dovevo battermi con la reticenza di chi sapeva, ma non voleva parlare. Che, pressato da me ormai al limite delle buone maniere, un giorno finalmente mi sibilò misteriosamente un nome: Giuseppe Marchiori (zio? padre? del suo signore), che a suo tempo fu investito niente di meno che della carica di governatore della Banca d'Italia. Un lendinarese.
Dall'enciclopedia Treccani appresi così di Marchiori Giuseppe 1847-1900 (queste due date a me furono molto gradite): ingegnere, garibaldino (benissimo!) deputato, segretario generale al ministero delle finanze nel 1882 e finalmente nell'84 governatore della Banca d'Italia. Ed a questo punto incominciarono a diradarsi le nebbie che fino a quel momento mi avevano impedito una chiara visione.
L'appellativo "garibaldino'' mi rendeva possibili una serie di ipotesi che si presentavano ora più attendibili.
Infatti, se era esistito un rapporto di amicizia tra il Marchiori finanziere lendinarese, e Garibaldi, impossibile era non pensare ad una analoga amicizia tra Alberto Mario e l'ingegnere Marchiori, entrambi garibaldini e lendinaresi.
Dato quindi per scontato che poteva essere senz'altro probabile il dono di un paio dei suoi gemelli all'ingegner Marchiori da parte del Mario, restava ancora però inspiegabile la seguente questione: per qual mai motivo nel 1910, a 27 anni di distanza dalla morte di Alberto Mario, un discendente del garibaldino Giuseppe Marchiori avrebbe dovuto privarsi di un oggetto così prezioso, dal punto di vista storico, per cederlo ad un suo dipendente?
Senza nulla togliere alla onorabilità del sig. Alvise, nonno di mia moglie, è però doveroso ricordare che egli presso la famiglia Marchiori occupava semplicemente il posto di cantiere, e non di più. Posso anche capire che fosse benvoluto dato che era figlio di chi aveva occupato lo stesso posto presso la stessa famiglia. Ma il tutto non bastava a togliermi i forti dubbi che nutrivo. Anche perché incominciavo a dare una certa importanza ad un'abitudine del sig. Alvise, legata ad un episodio della sua giovinezza: sembra che, prossimo all'età della leva militare, sia stato colpito da una grave forma di pleurite, che tra l'altro lo sollevò dall'obbligo del servizio di leva. Non solo. Ma l'occasione gli fece anche incontrare il famoso recanatese Nicola Badaloni, allora medico in quel di Trecenta. Il quale medico come cura ricostituente, sembra gli abbia consigliato di bere qualche bicchiere di vino, non si sa bene se prima o dopo i pasti.
Ed il signor Alvise, già figlio d'arte in virtù del padre cantiniere, di buon grado da sempre aveva accettato la cura, ma aveva anche scrupolosamente evitato visite di altri medici, con il timore gli venisse cambiata la prescrizione, aumentando anzi col passare degli anni le dosi della sua medicina.
Parimenti cresceva in me la voglia di conoscere la verità sulla vicenda. Anche perché avevo l'impressione che i figli del sig. Alvise qualcosa di più certo sapessero, senza però minimamente accennare a chiarirmi i dubbi. Per di più incominciava a farsi sempre più pressante la spinta di quel mio vecchio hobby, che mi trascino dalla nascita, e che mi porta costantemente alla ricerca delle radici. Perché di radici mi si parlava, facendomi balenare davanti, per poi sottrarmela, la figura di quell’Alberto Mario, protagonista al fianco di Garibaldi di mille battaglie. Fu il lendinarese Mario, (e se mi si permette, anche mio concittadino), a partire con la consorte da Genova per partecipare alla spedizione dei Mille. Fu il sottotenente Mario nella vittoria di Milazzo, e nella marcia trionfale, con Garibaldi, da Reggio a Napoli. E contemporaneamente furono gli scritti del Mario, ardenti di amor patrio, ad infiammare gli animi dei neo italiani di allora. Etcetera… etcetera.
Per farla breve venne il giorno che il buon vecchio si ammalò e si capì che lo sbocco poteva essere uno solo. Mi feci coraggio ed andai a fargli visita all'ospedale di Lendinara, dove era ricoverato. Lo travai abbastanza in forma, data la circostanza. Al punto che trovai il coraggio per ritornare alla carica. Quello che uscì dalla sua bocca sembrava sgravarlo da un peso che per anni aveva portato, e gli uscì tranquillamente, direi anche con spirito e senso dell'umorismo.
Per meglio comprendere la versione del fatto, quella vera, occorre riportarci ai primi anni del secolo, diciamo verso il 1901-1902. Alberto Mario era deceduto una ventina di anni prima, nel 1883. Dopo una permanenza ininterrotta nella sua città natale dal 1867. In questi ultimi anni aveva dovuto convivere con la sua scarsa disponibilità di denaro. Di questo ci è testimone l'altro nostro concittadino Adolfo Rossi che di lui ci dice testualmente " … viveva modestissimamente: non spendeva più di due o tre lire al giorno, per la semplice ragione che era povero e che le rendite famigliari non gli permettevano di spendere di più". Alla moglie Jessie Meriton White, inglese di Portsmounth, che il Mazzini soprannominò Miss Uragano, aveva potuto lasciare solamente la vecchia casa dove morì, in Via del Santuario, ed un ampio orto attiguo, il famoso brolo. Dove il Mario volle essere sepolto perché aveva definito "una pozzanghera indegna di una popolazione civile" il cimitero di allora. Si sa che dopo sei anni i Lendinaresi trasferirono la salma nel nuovo cimitero, certamente più decoroso.
Successivamente Jessie, alla sua morte, potè donare questo brolo alla Società operaia Maschile (l'aggettivo Maschile ancora si trova sulla lapide sopra l'ingresso della casa dei Mario). Tutto questo ormai è storia. Mi sono sentito in dovere di ricordarlo per mettere in risalto l'estrema povertà in cui si è trovata la nostra Jessie, che per vivere doveva far conto anche dei limitati diritti di autore che le fruttavano i suoi scritti (Vita di Alberto Mario, di Giuseppe Garibaldi, di Giuseppe Mazzini, di Agostino Bertani, il medico di Milano che per ben otto volte operò Alberto nel vano tentativo di strapparlo al morbo che lentamente lo consumava, ecc.).
Insomma sembra che negli ultimi anni di vita la compagna di Alberto, piuttosto delusa ed in ristrettezze economiche, trovasse qualche conforto nell'alcool, e precisamente, da brava inglese, nella birra.
Per cui l’allora moglie di un Marchiori, pure inglese, era usa inviarle ogni tanto “un caretelo de bira”, una botticella di birra, che le recapitavano a casa, su ordine del loro signore, il giovane Alvise, allora quindicenne, ed il di lui padre, come già detto cantiniere dei Marchiori.
In una di queste occasioni, in cambio dell’aiuto avuto dai due, che le avevano recapitato la birra, ed inoltre si erano prestati a mettere a posto la catasta della legna da ardere, portando a termine qualche altro piccolo servizio, Jessie donò loro un vecchio mobile di famiglia, un buroncino del seicento veneziano. Che di buon grado i due caricarono sul carrettino a mano dal quale avevano scaricato la birra.
Quando il mobile era già sulla strada, l’inglese si ricordò di alcuni gioielli di Mario che dovevano essere in un cassetto del mobile. E rincorse i due per spiegare il fatto. Prontamente a tale richiesta fu aperto il cassetto in questione che fu subito vuotato. Il signor Alvise premurosamente prestò alla signora il proprio berretto su cui furono versati i gioielli di Mario. Successivamente fu aperto anche un altro cassetto, che risultò vuoto. Anzi quasi vuoto, tranne che per un piccolo luccichio che veniva da un angolo. Ma il cassetto si rinchiuse subito da solo, data la posizione molto inclinata che il mobile aveva assunto sopra il carrettino a mano.
E qui la memoria del sig. Alvise incominciò ad offuscarsi. Non ricordava se la scoperta dei gemelli di Mario risalisse a quel giorno, od a qualche anno più tardi.
A questo punto non potei che congedarmi in fretta dal mio ammalato… per paura che uscisse qualche altra nuova versione del fatto.
Un orefice di Lendinara di mia fiducia mi ha frattanto confermato che i gemelli in questione sono d’oro. Ma non portano alcun marchio, ora d’obbligo per gli oggetti di tale materiale. Tale obbligo iniziò ad essere in vigore a partire dagli anni 1860 di cui pertanto i gemelli risultano anteriori. Inoltre si tratta di oro ad alto tenore, come usava nel periodo di cui stiamo parlando.
Confesso che qualche volta mi scopro a rimirarmi quei gemelli tra le mani.
Aspirando il profumo delle radici.
In barba a chi odia la retorica!
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Come citare questo articolo
Mario Zennaro. “I gemelli da polso di Alberto Mario”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-gemelli-da-polso-di-alberto-mario/