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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Nel Delta meridionale

Partendo da Gorino Sullam, un itinerario cicloturistico lungo la Sacca di Scardovari

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 14–19

Per chi giunge all'ostello "Rifugio Parco del Delta" di Gorino Sullam, l'itinerario cicloturistico qui proposto rappresenta una opportunità da cogliere, destinando ad esso un'intera giornata.

Per quanto mi riguarda ho sperimentato il percorso con un gruppo di ragazzi quattordicenni, che hanno dimostrato notevole interesse per l'escursione, vissuta come una sorta di "battesimo" con il Delta padano.

Si parte dunque dalla località San Rocco di Gorino, in cui l'aggiunta del toponimo Sullam perpetua il ricordo della famiglia dei possidenti, di discendenza ebraica, che, nel secolo scorso, bonificarono questo vasto territorio deltizio nel comune di Taglio di Po. Gorino Sullam si distingue in tal modo dai più meridionali Gorino Veneto e Gorino Ferrarese, rispettivamente alla sinistra e alla destra del Po di Goro, ramo che segna il confine tra la provincia di Rovigo nel Veneto e quella di Ferrara in Emilia Romagna.

A Gorino Sullam ci troviamo lungo il Po di Gnocca (o della Donzella secondo una terminologia più dotta) ramo del Delta meridionale che si origina dal Po di Venezia presso Molo Farsetti di Porto Tolle. Il toponimo di questo corso, secondo una tradizione che sfuma nella leggenda, si deve al gesto disperato di una ragazza del luogo, angosciata per l'infrangersi del sogno intrecciato con un giovane veneziano, costretto dai nobili genitori ad interrompere il rapporto d'amore. La sfortunata ragazza decise di immolare la propria esistenza nelle acque del fiume, le quali, nelle notti invernali, increspandosi per la bora, sembrano ancora far rivivere il lamento dell'infelice giovane.

Lasciando da parte le note malinconiche, accolti dal sole della primavera avanzata, iniziamo il nostro itinerario portandoci nei pressi del ponte di barche, il cui transito ci dà modo di raggiungere la sponda opposta. Rumoreggiano allegramente le tavole del ponte mobile al nostro passaggio, mentre lo sguardo va alla corrente che incessante fluisce verso il mare ormai vicino.

Presso la riva sorge Santa Giulia, minuscola borgata immersa nella grande campagna, che ammiriamo dall'alto dell'argine sinistro del fiume, sulla cui sommità corre la strada recentemente asfaltata che porta alla foce. Variopinte imbarcazioni da diporto solcano le acque creando scie argentate, mentre, acquattati tra le canne della riva, pazienti pescatori non perdono d'occhio i galleggianti ballerini che sembrano giocare con i flutti. È dolce la giornata, come l'atmosfera che ci circonda, fatta di luci, colori e lunghi silenzi, interrotti dai richiami dei gabbiani che rapidi scendono a lambire la corrente fluviale.

Giunti nei pressi della foce, seguendo la strada arginale, deviamo sulla sinistra, ove ben presto ci appare l'ampio specchio della Sacca di Scardovari. È una grande insenatura salmastra poco profonda, ove il ricambio con l'acqua dell'Adriatico avviene grazie all'alternarsi delle maree. Un tempo le acque erano ricche di "scàrdove" e proprio dai pescatori di questa specie ittica prende il nome l'ampia sacca. Oggi invece la grande risorsa ittica è costituita dai mitili (vongole e cozze) qui coltivati e raccolti con buon profitto. E le palificate, che emergono dalle acque a breve distanza dalla costa, costituiscono le strutture idonee per tali allevamenti.

La strada corre lungo un argine sinuoso, dalla cui sommità si nota che le acque della sacca sono più alte della opposta campagna. Effetto questo del bradisismo, imputato in larga misura alle consistenti estrazioni di metano degli anni '50 che hanno richiesto consistenti lavori di rinforzo del lungo cordone arginale. La presenza di alcuni diroccati edifici all'interno della sacca testimonia inoltre che, proprio in conseguenza dell'abbassamento del suolo, è purtroppo arretrata la linea della terra.

Mentre sulla destra la vasta campagna alterna verdissimi ampi rettangoli costituiti da risaie, ad altri seminativi, sulla sinistra presso l'argine della Sacca sorgono, con una certa frequenza, rudimentali costruzioni su palafitte, che costituiscono il ricovero per i pescatori di vongole. In esse si provvede al primo lavaggio del pescato, che viene deposto in appositi sacchi a larghe maglie. Si tratta in sostanza di baracche, costruite spesso con materiali di fortuna (legno, lamiera e tettucci di plastica) che, nella loro irregolarità e approssimazione, non mancano di conferire un inaspettato tocco pittoresco all'ambiente.

Sulla destra osserviamo frattanto una piccola pineta, presso il "Biotopo Valle Bonello", che costituisce un limitatissimo residuo della vegetazione originaria, sostituita, nel resto del Delta, da colture estensive varianti in relazione alle mutevoli leggi del mercato internazionale. Presso il Biotopo troviamo delle ampie peschiere dove vengono allevati branzini ed orate su cui il volo dei gabbiani è perenne.

Abbiamo ormai percorso una quindicina di chilometri, ed è ora di una sosta, quando appare alla nostra vista il ristorante "Marina '80". La bella costruzione sorge su un ampio spiazzo che avanza nelle acque della Sacca. Tutto qui è piacevole e ben curato: un posto suggestivo, scelto spesso per pranzi di matrimonio e cene di rappresentanza. Una amenità voluta dall'uomo, quasi ad esorcizzare una delle tante tragedie del Polesine che qui ebbe il suo epicentro: il 5 novembre 1966, in una situazione di grave maltempo generalizzato, le acque marine particolarmente irruenti scompigliarono la Sacca, aprendosi una breccia proprio ove oggi sorge il ristorante, ed allagando disastrosamente gran parte del territorio nel comune di Porto Tolle. Perdurando il maltempo la chiusura della falla richiese oltre un mese, mentre i lavori per il prosciugamento del territorio si protrassero fino alla primavera. Molte furono in quell'occasione le famiglie sfollate, mentre andarono annegati centinaia di capi di bovini e migliaia di tacchini. La tragica alluvione è oggi ricordata da un significativo monumento posizionato sull'ampio prato: i resti di una chiavica, distrutta dall'irruenza dei marosi, costituiscono un indelebile ricordo del dramma.

Un busto in bronzo presso il ristorante ricorda invece Berto Boscolo, detto Morosini, il poeta pescatore di Scardovari, che proprio qui volle sorgesse il ristorante, oggi condotto dai figli.

Dopo la sosta, resa piacevole dall'amenità del luogo e dall'immancabile ristoro, il gruppo decide di dividersi: una parte intende continuare l'escursione alla volta di Barricata, mentre un'altra ritiene opportuno ritornare all'ostello. Il momento dei saluti e degli arrivederci è opportuno anche per rinviare i lettori al prossimo numero del Ventaglio, ove verrà descritta la seconda parte dell'escursione.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Nel Delta meridionale”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/nel-delta-meridionale/

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