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STORIA - TRADIZIONI

I giochi del gorgo

Negli schizzi di Giuseppe Lavezzo, una rievocazione dei passatempi del passato

di Vittorio Tomasin

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 84–87

Tra gli aspetti paesaggistici del Polesine, un ruolo di sicuro interesse rivestono i gorghi di Trecenta, dolci laghetti nella campagna polesana, ricchi di fascino per la rigogliosa vegetazione che li contorna e per gli animali selvatici che qui trovano il loro habitat ideale. Un ambiente non lontano dal centro di Trecenta, che ancora oggi mantiene, almeno in parte, il sapore delle aree allo stato naturale, motivo di attrazione da sempre dei fanciulli animati dal senso di avventura.

E ciò era tanto più vero un tempo, quando non esisteva la televisione né i giochi elettronici e i ragazzi dovevano inventare i loro giochi. Lo ricorda con nostalgia Giuseppe Lavezzo che vive a Trecenta, sulle rive del Gorgo della Sposa. Lì ha vissuto la sua infanzia negli anni “30” e ha trascorso poi il resto della vita, introiettando colori, rumori, profumi e odori di quegli specchi d’acqua e di cieli che caratterizzano da secoli la campagna trecentana.

Altri hanno studiato i gorghi sotto il profilo scientifico, indagandone origine e natura. Lui, dei “gorghi indormensà dai rosignoli”¹, ha colto l’aspetto poetico, quasi magico, trasfigurato negli olii, negli acquerelli e nei disegni che riempiono la sua casa-galleria immersa nel verde. Ai gorghi Beppe ha dedicato ampia parte della sua ricerca pittorica, divenendone il più autorevole interprete artistico polesano. Quasi ispirandosi ai versi di Gino Piva, coi suoi dipinti Lavezzo sembra sussurrarci:

L’è questo el gorgo indove s’indormensa La testa dei remenghi che lo varda, […] un vecio gorgo sconto da le cane, da fiori d’acqua co’ le foie larghe che fin al fondo se voria vardarghe quando ch’al vespro sona le campane².

Ma, oltre che da momenti di poesia, Giuseppe Lavezzo è legato a questo ambiente dalla memoria. E il suo pensiero va spesso ad un passato che più non torna. Di qui il desiderio, se non di riattualizzare aspetti di vita intensamente vissuti, quanto meno di rappresentarli graficamente.

È così che, qualche anno fa, colto da un’ansia di testimoniare quel mondo ormai dissoltosi irrimediabilmente, deposti per un attimo i colori, Beppe ha disegnato 29 tavole che ritraggono i giochi dei bimbi nel Gorgo della Sposa e il lavoro degli adulti immersi nelle acque fangose prossime alla riva, impegnati nella raccolta e nella lavorazione della canna palustre, della paviera e nella macerazione della canapa.

Qui ci limitiamo a rievocare i giochi dei bimbi ritratti in china da Beppe. Dai suoi schizzi veniamo a conoscere che, un tempo, nelle torride, afose giornate d’estate torme di “ragazzini di sette-otto anni” si immergevano nelle fresche acque del gorgo. Il fondo del gorgo, secondo Arrigo Lorenzi che lo studiò nel dicembre 1904³, è costituito da due bacini a forma di catino che, all’epoca della misurazione, raggiungevano la profondità di 10 metri l’uno e 12 l’altro. Nell’area settentrionale del gorgo, però, Lavezzo ha individuato un punto profondo 18 metri. Una massa d’acqua ragguardevole e pericolosa per le giocose immersioni dei bimbi che, con l’ingegnosità tipica della cultura contadina, avevano saputo adottare le appropriate contromisure.

Come?

Utilizzando e manipolando un’erba palustre che cresceva rigogliosa nel gorgo, fabbricavano imfatti dei primitivi ma efficaci salvagente.

Dalle acque del gorgo spuntava il giunco, in dialetto zoncolo⁴, “un’erba palustre con gambo rotondo, lungo, affusolato. Una volta tagliato ed essiccato al sole” – scrive Lavezzo a corredo del disegno – veniva unito in “mazzetti della lunghezza di circa trenta-quaranta centimetri e di circa tredici-quindici di diametro”.

I due mazzetti, chiamati zoncoli, venivano infine “uniti al centro da una cordicella di circa mezzo metro” che, posizionata “sotto le ascelle e il petto”, consentiva di galleggiare ed imparare a noare (nuotare) in condizioni di sicurezza.

I ricordi dei suoi giochi di bimbo nel gorgo risalgono agli anni 1935-1936. Gli zoncoli furono poi soppiantati dalle zucche essiccate, già utilizzate da tempi immemori dai contadini come contenitori d’acqua o di graspia⁵ per dissetarsi durante il lavoro nei campi.

Nei freddi mesi d’inverno il gorgo cambiava volto e le acque si trasformavano in una stessa lastra di ghiaccio. Comparivano allora frotte di ragazzi armati di slitte e sci per slissegare. Le slitte di legno erano dotate di due punteruoli che terminavano con un chiodo appuntito e resistente per fare presa sul giazzo e consentire alla slitta di avanzare.

La forza delle braccia lanciava le slitte in veloci e arditi volteggi (e dolorosi capitomboli) in cui si esibivano i ragazzi in una baraonda di voci e di risa. Le slitte hanno solcato le acque gelate di fossati e specchi d’acqua del nostro Polesine fino agli anni 60, quando ancora d’inverno nevicava, il freddo gelava anche il respiro e giocare voleva dire stare insieme.

Beppe Lavezzo ci ricorda infine l’uso di rudimentali sci. Costruiti con due tavole di legno, nella parte superiore erano dotate di “una lamiera con funzione di tomaia” per fissare il piede allo sci; il tallone poggiava ad un pezzo di legno concavo che fungeva da “ferma piede”. Nella parte inferiore dello sci venivano fissati due robusti ferri levigati appoggiati ad un supporto di legno che sopraelevava il ferro rispetto al piano dello sci. L’insieme di tutti questi elementi e l’aggiunta di due racchette appuntite consentivano agli sciatori del gorgo di gareggiare agilmente con gli amici che a fatica spingevano le loro slitte.

E intanto che Beppe ci descrive gli strumenti dei suoni antichi giochi, i nostri occhi corrono a tre quadri che ritraggono il gorgo sepolto nella neve, dove tutto è neve, gli alberi, i giunchi, le case, persino l’acqua, dove tutto è avvolto nel candore di un sogno profondo e lontano.

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Come citare questo articolo

Vittorio Tomasin. “I giochi del gorgo”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-giochi-del-gorgo/

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