Cibotto è un amico: una figura oraziana che, a dirla con le immagini di Ungaretti, ama conversare davanti al “caldo buono” del caminetto.
Proprio come nelle Satire, centellinando il Falerno, suffumicato dalle capriole di fumo del Toscanello, con Gian Antonio mi trattengo quasi quotidianamente. Ciò è favorito grazie alla vicinanza della sua abitazione con lo spazio espositivo di via Fiume che mi diletto a tener aperto nonostante i bilanci passivi, mosso dalla stessa passione di mia moglie nel presentare protagonisti fortunati e non dell’arte contemporanea.
Cibotto è il sostenitore morale di questo ambizioso impegno, come io lo sono per lui quando si cade sull’argomento malanni dell’età. Se è infatti vero che in questo periodo Gian Antonio non è proprio graziato dalla buona sorte, è però altrettanto certo che egli sorride alle mie battute sulla terza età e si stizzisce se gli suggerisco di carpire il giorno, buttando dietro le spalle i cattivi presagi e superando con l’ottimismo i tristi inconvenienti.
La nostra non è in ogni caso geremiade ma occasione di scambio d’opinione sulle arti e sugli artisti, sulla cultura supportata dallo studio contro quella aedica, dilagante. Cibotto spesso si auto-apostrofa con un’irriverente battuta veneta; è un falso giudizio negativo che, nella “modestia dicendi”, sottolinea la cognizione di non appartenere alla “razza de mona”.
Gian Antonio tanto ha scritto e detto dal giornalismo alla critica letteraria e teatrale, dalla poesia al romanzo. Ha una bibliografia corposa. I contenuti di parecchie opere ruotano attorno alla nostra terra: l’instancabile operosità delle genti venete, l’arditezza dei pescatori sul Po, i non pochi protagonisti della storia locale.
E’ stato il testimone delle cronache amare ed eloquenti del Polesine: dal ventennio alla “balena bianca”, con una girandola di nomi e di aneddoti. Chi non ricorda le pagine sull’ex-gerarca Pizzirani, della repubblica di Salò, accattone a Roma o sul nobile Lorenzoni “dalla gran barba folta”, provvidenziale personaggio per il collegiale Gian Antonio: “i principi stanchi” detronizzati.
Anni dopo, l’alluvione scopre Cibotto giornalista incauto sugli argini franosi, rapito dalla travolgente forza distruttrice delle acque.
Onore al merito, è stato un puro. Sopra il muro, ha descritto obiettivamente questi che erano al di qua e quelli che erano di là della barricata. Non è lo scrittore di comodo, da salotto. Gian Antonio è uno spirito libero, immune da imposizioni. Rievoca i giorni in cui ha sofferto l’educazione coatta della scuola “Silvestri” e del “Manfredini” di Este; della repressione fascista e degli anni duri della ricostruzione. In lui naviga il barcone, il bragozzo, “el barchin”, per approdare a inaspettati lidi. Probabilmente non sono più quelli dello storione – anche se le trattorie distribuite sugli argini si fregiano di nomarsi con il prezioso pesce – ma quelli del più volgare “silurus glanis”: verace e vorace come i “camaleonti” della nostra epoca.
Così con lo “spirito narrante” abbiamo dato vita al ricordo attraverso le opere di alcuni pittori. La progettazione estiva di una mostra è stata in buona sostanza la provocazione del fare per sentire.
Reciprocamente ci siamo accusati della risoluzione, tuttavia entrambi l’abbiamo voluta: una mostra sulla collezione rodigina di Cibotto. E così all’inizio di settembre gli appassionati hanno potuto contemplare nello “Studio Arte Mosè” una ventina di opere sorprendenti, una frazione della consistente raccolta romana, che ha dato vita ad un appuntamento culturalmente pregnante.
Le firme dei pittori sono state volutamente taciute, perché il protagonista della rassegna è stato lo stesso Cibotto, che a illustrato i singoli quadri correlandoli a precisi avvenimenti.
L’impatto con il pubblico è stato vivo; dopo l’inaugurazione, un congruo numero di visitatori ha giudicato la mostra un’esperienza positiva per la città.
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Come citare questo articolo
Vincenzo Baratella. “I pittori di Cibotto”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-pittori-di-cibotto/