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STORIA - TRADIZIONI

I taccuini di Giuseppe Marchiori

Le raffigurazioni ottocentesche dell’eclettico personaggio, che divenne governatore della Banca d’Italia

di Laura Viaro

Ventaglio Novanta n. 61 2020 pp. 70–73

L’importante testimonianza che svela tratti inediti del talento di un illustre e benemerito concittadino lendinarese, prende avvio da un gesto che rimarrà impresso a lungo nella mia memoria, primo di una sequenza di movimenti lenti, quasi d’altri tempi – non tanto per la più che ragguardevole età quanto per una sorta di reverenziale rispetto – con i quali la signora Germana dipana un involucro in cui sono racchiusi cinque taccuini d’epoca.

Trattasi di cinque libretti corredati da note e da splendidi bozzetti eseguiti a matita negli anni 1866/67, a firma di G. Marchiori, donati negli anni 70 alla gentile signora lendinarese dal padre e dalla stessa gelosamente custoditi per quasi mezzo secolo.

Il fortuito recupero è la premessa di una puntuale narrazione che rimanda alle vicende di una storica famiglia lendinarese, ampiamente documentate dai prestigiosi incarichi e dalle attività svolte in ambiti sociali, politici e artistici di molti dei suoi componenti, convalidate dalle ricerche di cronisti e storici locali¹.

L’eclettico Giuseppe Marchiori (1847-1900)

Grazie all’appassionata indagine condotta tra gli archivi, l’identità del compilatore dei taccuini è risultata, senza tema di smentita, essere quella di Giuseppe Marchiori (1847-1900) personaggio di spicco non solo nell’ambito locale ma anche nazionale. Fu egli infatti Presidente del Consiglio Provinciale di Rovigo, deputato parlamentare, istitutore della prima Cattedra Ambulante di Agricoltura, Segretario generale del Ministero delle Finanze e del Tesoro, Sottosegretario di Stato ai Lavori Pubblici, ricoprendo infine un incarico di grandissimo impegno e prestigio, con la nomina a Direttore generale della Banca d’Italia, il primo in assoluto a rivestire questo ruolo nell’ancora giovane Stato italiano.

Un volto, il suo, noto ai lendinaresi in quanto effigiato nel monumento realizzato nei primi del ‘900 da Giulio Monteverde (o copia dell’originale) collocato nella piazzetta del teatro Ballarin.

Giuseppe Marchiori – da non confondersi con l’omomimo critico d’arte vissuto nel Novecento di cui si è spesso parlato in questa rivista – visse un’esistenza intensa nella seconda metà dell’Ottocento, morendo poco più che 53enne mentre espletava l’incarico di direttore generale della Banca d’Italia. Fu probabilmente colpito da infarto, dovuto al sovraccarico di lavoro e alla grande tensione causata dalla necessità di far fronte allo scandalo della Banca di Roma che minacciava di destabilizzare la situazione del giovane Stato italiano che solo da pochi decenni aveva raggiunto l’unità territoriale. Un personaggio di grande talento, dunque, che espresse la sua attività in molti ambiti.

Ma qui parliamo delle sue abilità artistiche, comprovate dai nominati cinque taccuini (forse parte di una più ampia raccolta o magari unici) rinvenuti circa 50 anni fa tra il materiale scampato al macero, assieme a cartacce e scatoloni ammassati nelle stanze ormai vuote – lo sgombero era già stato interamente effettuato per il cambio di proprietà – di Palazzo Marchiori in via Marconi a Lendinara, già abitazione della benemerita contessa Colleoni.

Il ritrovamento dei taccuini

Conservati alla stregua di reliquie da Germana, i cinque notes erano stati recuperati dal padre negli anni 70 dello scorso secolo durante una visita all’ex custode del palazzo, signor Giusto Brandolese, proprio allo scopo di farne dono alla figlia, amante della pittura e del disegno.

E la signora Germana Bragiato, ex insegnante elementare, delicata pittrice e persona di rara sensibilità, si è dilettata per anni nella copia di questi lavori. Poi, qualche anno fa, l’idea di rendere nota la sua preziosa collezione, soprattutto allo scopo di omaggiare lo sconosciuto talento del nostro concittadino, noto in particolare – come si è detto – per aver svolto l’impegnativo incarico di governatore della Banca d’Italia.

La signora Germana, dunque, con ammirevole tenacia, nonostante le sopraggiunte e pesanti limitazioni allo svolgimento delle normali attività quotidiane, ha progettato la presentazione del suo secondo² libro intitolato “Giuseppe Marchiori. Lendinarese eclettico e artista geniale”.

Si tratta di una sorta di ricostruzione storica della Famiglia Marchiori e, soprattutto, del periodo garibaldino di Giuseppe iniziato nel 1864, quando, assieme al fratello Pietro, da Padova raggiunge la provincia di Ferrara per ricongiungersi ai fratelli Francesco e Giacomo nelle fila dei volontari garibaldini, allo scopo di raggiungere il comandante Herter, medico trevigiano, quasi sicuramente conosciuto a Venezia.

Giuseppe Marchiori e il disegno

Proprio nella città di San Marco, in virtù degli studi veneziani e dell’influenza del clima artistico che si respirava, il giovane Giuseppe Marchiori, molto probabilmente, ebbe modo di affinare le innate doti, imparando il disegno e l’architettura.

In uno dei libretti, contrassegnato con il numero 1, l’amore per la città lagunare – teatro di un tenero sentimento mai sfiorito a causa della dolorosa dipartita della fanciulla destinataria – è testimoniato dalle liriche “Venezia” e “Il mio ideale”, che fra l’altro evidenziano anche l’interesse di Marchiori per la poesia.

I temi paesaggistici e la ricercatezza dei soggetti del libretto numero 2, sembrano rimandare agli stessi luoghi del primo, mentre nel libretto n. 3, la ricostruzione cronologica e topografica è quasi impossibile, data l’assenza di didascalie.

Del tutto particolari sono disegni contenuti nei libretti n. 4 e n. 5, in quanto relativi ai luoghi delle battaglie e dei combattimenti della terza guerra di Indipendenza a cui – come si è detto – Giuseppe Marchiori partecipò come volontario. Le raffigurazioni, oltre alle date sono accompagnate da note e appunti che occupano talvolta intere pagine. Testi di non facile lettura – stante l’inevitabile schiaritura dell’ottocentesca calligrafia – che sono stati resi leggibili grazie alla paziente decodificazione dello storico dottor Giorgio Baccaglini.

Durante le operazioni militari, Giuseppe Marchiori, alla stregua di un esperto cartografo, oltre che abile disegnatore, seppe svolgere al meglio il compito assegnatogli proprio dal comandante Herter, il quale ne aveva apprezzato le doti di rapidità e accuratezza nel realizzare le mappe utili per la conoscenza del territorio. Lavori questi che gli valsero l’encomio e la proposta – suffragata dallo stesso Garibaldi – di avanzamento al grado di sergente nel quartier generale.

Ma Marchiori, personaggio schietto, che sicuramente non ambiva alle onorificenze, scelse di tornare alla sua compagnia, con la quale partecipò, assieme al fratello Pietro, alla famosa battaglia del Condino del 16 luglio 1866. Questo paese trentino, ed altri, come Ponte Caffaro, Cimego, Forte Lardaro, il lago d’Idro, castelli, figure umane e paesaggi sono abilmente rappresentati nei taccuini di Giuseppe Marchiori, con raffigurazioni che appaiono di indiscutibile pregio sia sotto il profilo artistico che documentario.

Da sottolineare come Marchiori, nato nel 1847, si sia dedicato alla stesura dei cinque ritrovati taccuini prevalentemente nel biennio 1866/67, quando – ventenne pieno di entusiasmi per la bella Italia da costruire – decise di partecipare come volontario alle operazioni militari della terza guerra di indipendenza contro l’Austria.

Non si hanno notizie se negli anni successivi abbia trovato il tempo e il modo di coltivare questa sua passione per il disegno artistico, che comunque fu sicuramente importante nella scelta del percorso di studi portato a compimento sul versante del disegno tecnico e concluso con la laurea in ingegneria al Politecnico di Milano.

Grazie al lavoro della signora Germana Bragiato – devota custode dei taccuini di Marchiori – abbiamo dunque scoperto un aspetto sconosciuto dell’eclettico personaggio lendinarese, di cui la stessa cultrice ci parla nel suo citato volume “Giuseppe Marchiori. Lendinarese eclettico e artista geniale”. E da parte nostra questo scritto per la rivista Ventaglio 90 intende rappresentare anche un doveroso tributo all’ultima fatica di Germana per la quale non potrà ricevere di persona i meritati elogi, poiché, come recita l’incontestabile proverbio, “c’è più tempo che vita”…³

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Come citare questo articolo

Laura Viaro. “I taccuini di Giuseppe Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-taccuini-di-giuseppe-marchiori/

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