Il vento della libertà, sollevatosi improvviso nella Francia di Luigi XVI, si era rapidamente fatto turbinoso sconvolgendo i destini della vecchia Europa. Ne aveva approfittato Napoleone Bonaparte, meteora nel panorama internazionale, per far sventolare in tutto il continente il tricolore francese, in nome di una liberazione ben presto sfociata in un nuovo impero. Ma alla fine, su tutto e tutti, si impose l’Austria del Metternich, che, col Congresso di Vienna (1814-15), fece trionfare la Restaurazione, benedetta dal patto della Santa Alleanza siglato in un’ottica di dominio coercitivo.
Vennero così prontamente sedati i tentativi di far sentire voci dissidenti. E la provincia di Rovigo fu tra le prime a sperimentare la determinazione repressiva dell’Austria: durissimo fu l’intervento attuato a Fratta Polesine per soffocare la tenue fiamma di libertà custodita da un piccolo gruppo di Carbonari. All’arresto seguì l’umiliante processo dei principali esponenti, tra cui emerse la candida figura del conte Antonio Fortunato Oroboni, per il quale il duro giudizio previde la condanna a morte, poi commutata nella deportazione nella tetra fortezza dello Spielberg, ove il giovane conte si spense di stenti e consunzione. Con precisione cronometrica la repressione austriaca per anni giunse implacabile a soffocare ogni anelito di libertà, finché nella primavera 1848 – giusto 150 anni fa – sull’intera Europa soffiò improvviso il vento della rivolta, giungendo gagliardo anche nella terra polesana.
Il 19 Marzo 1948 per i rodigini fu un giorno tutto particolare, percorso da fremiti e da nuove speranze. E, sul far della sera, come guidate da un abile regia, centinaia di persone convennero nella Piazza Maggiore del capoluogo, portando appuntata sul petto la coccarda tricolore. La folla pretese ed ottenne dall'Autorità austriaca la liberazione di Domenico Piva, patriota in attesa di giudizio con l'accusa di alto tradimento. Fu una giornata memorabile, vissuta con la consapevolezza di essere protagonisti di un evento che sarebbe passato alla storia. In tutti la speranza di approdare in breve a positivi cambiamenti.
L'esplosione di incontenibile felicità che invase il capoluogo polesano viene ben delineata da Eugenio Piva ( 1820-1903), attento osservatore che aveva partecipato direttamente al succedersi degli eventi, in un capitolo dei suoi “Ricordi” manoscritti intitolati "Rovigo nel XIX secolo", stilati negli ultimi decenni dell' '800. Queste le annotazioni di Eugenio Piva:
"L'entusiasmo della popolazione in quella notte a parole non si può descrivere. Canti patriottici, liete grida, evviva all'Italia, abbracci, baci dati e ricevuti; e pianti di gioia formavano un insieme commovente, indimenticabile! Oh potenza del patrio amore!".
I giorni che seguirono furono spasmodici, contrassegnati dall'attività organizzativa del nuovo corso politico che si andava delineando: fu costituito un Comitato provvisorio di gestione della città, in cui si provvide ad inserire rappresentanti di tutte le classi sociali, ponendo a capo il conte Domenico Angeli, molto amato da tutti per i suoi atti di prodiga liberalità. Fu poi istituita la guardia civica, avendo cura nel contempo di assicurarsi il controllo delle guarnigioni militari, formate in gran parte da soldati italiani, pronti a lasciare le divise austriache.
Le operazioni si svolsero con rapidità e capacità di dominare gli eventi, tanto che il giorno 23 Marzo Rovigo si presentava liberata dallo straniero e quanto mai fiduciosa nel nuovo corso appena iniziato. Ma i problemi emersero ben presto, suscitando preoccupazioni in seno al Comitato, divenuto oggetto di critiche in particolare da parte di un gruppo di popolani, interessato, più che ai destini della patria, a mettere le mani sulle sostanze finora inaccessibili di alcuni ricchi, specie ebrei.
E fu proprio l'ebreo Giuseppe Ancona, attivo membro del Comitato, che ebbe l'idea risolutiva per scongiurare la degenerazione della rivolta antiaustriaca in uno scontro sociale dall'esito imprevedibile. Egli tovò infatti il modo per riaccendere nel popolo l'affievolito ardore patriottico con l'attuazione di un piano, ingegnoso quanto semplice, sfociato nella costituzione di un'inedita armata rodigina. Ma lasciamo la descrizione ad Eugenio Piva:
"Costui, con finezza da diplomatico, immaginò una lettera colla quale la popolazione di Legnago invocava l'aiuto dei fratelli rodigini per la loro liberazione; soggiungendo che per vincere i Tedeschi ogni arma poteva servire. E quest'ultimo periodo aveva lo scopo che in seguito si vedrà.
Questa lettera stampata e pubblicata servì benissimo ad entusiasmare il popolo, il quale spesso si abbandona ad atti generosi dopo aver poco prima meditato una cattiva azione. E il comitato non tardò ad approfittare di tale favorevole disposizione aprendo un arruolamento di volontari costituenti una cosidetta crociata, da inviarsi intanto a Badia; liberandosi in tal modo dall'elemento turbolento della città.
Il risultato superò l'aspettativa, raggiungendo la cifra degli arruolati a circa 120 . … Come si disse sopra, l'ultimo periodo della lettera diceva che per vincere i tedeschi ogni arma sarebbe servita; dunque, in luogo dei fucili – che mancavano – si prendessero le forche (tridenti). E le forche furono adottate.
….Schierata questa truppa singolare colla fronte verso il Municipio, comparve al pergolo il capitano don Quaglia, il quale dopo un discorso di circostanza – che fece versare molte lagrime – impartì loro la benedizione.
Al rullo dei tamburi, e con in testa il Comandante Giro, e un cappuccino portante la croce, incominciò la sfilata fra le acclamazioni dei cittadini, più che commossi esultanti per vedersi liberati, con uno stratagemmma bene riuscito, da tale genia".
Il passaggio per il Polesine dell'inusitata armata suscitò non poche preoccupazioni, tanto che i più correvano a mettersi al sicuro chiudendosi nelle proprie abitazioni. A sera i "crociati" rodigini giunsero frattanto a Badia, ove – avverte sempre Eugenio Piva – "ci volle del bello e del buono perché i badiesi si persuadessero a riceverli in città e ospitarli". Il comportamento degli improvvisati patrioti non fu però disdicevole, come si era temuto, "e ciò a merito della fermezza del Comandante Giro e degli altri graduati che a tale scopo si erano sacrificati".
L'incredibile armata rodigina ovviamente non giunse mai a Legnago, e ciò non solo perché nessuno colà attendeva i "crociati" polesani, ma perché gli eventi del '48 iniziarono a volgere negativamente per gli insorti che da varie parti d'Italia si erano mobilitati, a fianco dell'esercito piemontese, per il confronto armato contro l'Austria. La I Guerra di Indipendenza, dopo i primi esiti positivi, iniziò infatti ben presto a volgere al peggio.
Il mesto epilogo dell'azione insurrezionale e il conseguente scioglimento dell'armata rodigina, sono così documentati da Eugenio Piva:
"Nell'attesa dell'inevitabile catastrofe, il Comitato ordinò lo scioglimento della crociata di Badia: e la catastrofe non si fece attendere, perché susseguì immediata alla capitolazione di Vicenza.
Dopo di ciò la popolazione assistette con animo disacerbato allo sfilamento della truppa e dei crociati, i quali tornarono da dove erano venuti, decimati e avviliti. Tali avvenimenti dolorosi sono indimenticabili!”.
L’evidente delusione dei rodigini per il triste epilogo del moto insurrezionale è ben descritta da Eugenio Piva nei suoi “Ricordi”, nei quali l’autore si sofferma poi a tratteggiare il clima poliziesco istaurato dall’Austria dopo il ritorno in città delle truppe imperiali.
Il capitolo del ’48 viene però chiuso dal Piva con un bilancio positivo sotto il profilo storico, con la seguente osservazione:
“La rivoluzione del 1848 – sebbene condotta da un popolo inesperto ed ingenuo – lasciò però dietro di sé un germe fecondatore di effetti salutari. Fra l’altro in quell’epoca i cittadini, senza distinzione di classe, si affratellarono nei nomi santi di patria e libertà, e la vita trascorse nella preparazione in comune delle lotte avvenire, con tutte quelle precauzioni che l’esperienza del 1848 aveva insegnato”.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il 1848 e l’incredibile armata rodigina”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-1848-e-lincredibile-armata-rodigina/