È arrivata la sera della “prima” e tutto è pronto. Gli attori sono al loro posto, attenti nell’interpretare il proprio ruolo, divertendosi per far divertire.
Il loro teatro è la piazza di Arquà Polesine¹ antistante la bella Chiesa parrocchiale che, unitamente alle strutture architettoniche intorno, si presta da scenario. Qui, per dieci sere, un intero paese recita la sua storia che sa di nobili, di clero, ma soprattutto di popolo.
Come sempre ed ovunque, anche ad Arquà il popolo è stato protagonista delle vicende svoltesi attorno al suo Castello e nel Castello stesso. Qui, nelle tepide sere di Maggio, dal giorno 20 al 30, nella piazza-teatro si rievocano tradizioni, tornei, giochi, mestieri, avvenimenti storici, che riportano il paese ad un tempo lontano, che può essere recuperato con uno sforzo di ingegno e fantasia.
Se l’età medioevale è stata spesso considerata un’epoca buia per superstizioni, pestilenze, miseria, morte, ad Arquà quel tempo è rievocato come un’esplosione di gioia, di colori e di suoni, come frenetica voglia di vivere e di lavorare, come desiderio di giustizia conseguita, ancora una volta come da antico copione, con il fragore delle armi, fatte di forche, bastoni, zappe, arieti, ma talvolta anche cannoni, strappati agli armigeri, in armatura pesante e leggera, posti a difesa di nobili e clero.
La festa inizia proprio con un simbolico assalto alla torre del Castello Estense, attuato dai popolani, in costumi dell’epoca (XIII e XIV sec.). Sfondate le porte con un grosso ariete, entrano e “incendiano” la torre, che rosseggia di sinistri bagliori. L’atmosfera è stata creata e la scena ha già entusiasmato i partecipanti, che gridano alla vittoria.
In questa forte azione di protesta interviene il clero, che cerca di mediare, facendosi portavoce dei popolani, i quali, disarmati, entrano nella piazza. Il clero, secondo lo storico arquatese Antonio Budri, deve aver avuto un ruolo importante nel territorio; sembra che da sotto il Castello si snodassero dei passaggi che collegavano Arquà con i conventi degli olivetani di Rovigo e di Raccano.
Un rullìo di tamburi indica che sta per aver inizio la lettura del Documento autentico, in italiano antico, con cui si comunica l’avvenuto assalto al Castello.
Dopo la riappacificazione fra popolo e nobili, avviene la sfilata storica nei meravigliosi e sontuosi costumi (fedelmente confezionati dalle sarte del paese), in direzione della Chiesa.
Apre il corteo una coppia di principi con l’erede, seguiti dai nobili di corte, quattro coppie di dame e cavalieri, e dal clero, rappresentato dal Vescovo, capo della diocesi, e dai frati olivetani, a testimonianza della familiare presenza dei monaci del monastero di S. Bartolomeo di Rovigo. Chiudono la sfilata i popolani rappresentanti delle quattro contrade in cui è diviso il paese di Arquà, i quali vanno a disporsi ai lati della piazza secondo l’appartenenza contradaiola.
È festa di popolo, ed è doveroso soffermarsi un po’ su questo popolo così variamente colorato nei costumi che richiamano antichi mestieri: i redinari, i lanaroi, i scoari, i zestari. Sono queste professioni che danno il nome alle contrade di Arquà, per cui troveremo ancora oggi “via dei redinari”, “via dei folo” (lanaroi), “via dei zestari e dei scoari”, imbandierate per l’occasione con i colori che le contraddistinguono.
I costumi, confezionati dalla gente delle contrade, sono variopinti e simboleggiano la contrada di appartenenza. Gli abitanti delle contrade, tenacemente antagonisti nei vari tornei (rivalità superata, dopo i festeggiamenti, nella allegra Cena delle contrade), subiscono un’ulteriore distinzione in base alla loro collocazione nel territorio, per cui si chiamano “terazzani” coloro che abitano nelle terre alte (scoari e zestari) e “retratti” quelli delle terre basse (redinari e lanaroi), terre divise dal passaggio dell’antico paleoalveo, la Filistina.
Secondo la fonte “Mons. Sichirollo”, questi quattro mestieri erano molto praticati nel territorio di Arquà. Infatti, si ricorda che l’antica famiglia Rosati raccoglieva il lavoro degli artigiani al passo omonimo sul Canal Bianco: ceste, reti (tramaci) scope, spazzole (costruite con la saggina abbondante lungo i fossi), manufatti venduti sin nell’Appennino Emiliano.
Ma ritorniamo alla nostra festa. Dopo che i 700 attori hanno preso posto, prende il via davanti alla corte il primo spettacolo, che varia di anno in anno, e che quest’anno, ideato dal coreografo Claudio Ronda, membro del balletto “Fabula Saltica”, si rifà alla cosmologia di Dante (aria, acqua, terra, fuoco). Segue l’Atto del Giuramento prestato dai quattro capi delle contrade davanti alla corte. Essi si impegnano solennemente a mantenere un comportamento corretto durante il Palio degli ochi, il gioco che chiude tutti i festeggiamenti e la cui partecipazione è la più attesa per il premio, ossia il Palio stesso, uno standardo azzurro con l’insegna del Comune di Arquà e i simboli delle quattro contrade, finemente ricamato a mano.
Il regolamento della corsa degli ochi è molto severo, in quanto mira al rispetto degli animali che devono essere guidati con le briglie legate sotto le ali in modo che possano muoversi. Le quattro oche-cigno (ognuna con un proprio nome: Bisa, Mora, Celestina, Bianchina), vengono consegnate per tempo, a sorteggio, ai rappresentanti delle quattro contrade, i quali devono custodirle ed addestrarle per la corsa del Palio.
Se il Palio degli ochi è il più emblematico fra tutti i divertimenti che si susseguono, molti altri giochi concorrono a dare a questa festa paesana un’ampia e spontanea partecipazione di popolo. Infatti, sono stati ripristinati vecchi giochi (a punteggio), cui partecipano adulti e bambini, garantendo grande ilarità: la corsa dei puti e delle pute, il cerchio al palo, il tiro alla fune, la corsa con i sacchi, il salto con la corda doppia, il taglio della legna. Le contrade che realizzano un punteggio maggiore hanno diritto alla migliore postazione di partenza al Palio degli ochi.
Se poi si vogliono trascorrere due ore in sicura allegria non si potrà mancare al Palio della palla, in cui si gioca lo spassosissimo calcio fiorentino: 27 donne per ognuna delle due squadre in costume, “terazzani” contro “retratti”, si azzuffano senza risparmio di colpi per gettare la palla nella rete avversaria.
Particolarmente emozionante è pure il Palio delle barche che si svolge nella fossa attorno al Castello, la quale, illuminata da fiaccole, acquista un affascinante aspetto scenico. Su una barca inghirlandata una coppia di nobili apre la gara che si svolge tra le quattro contrade.
Quest’anno al palio delle barche è stata abbinata una lotteria, assegnando i premi in base all’ordine di arrivo. Al termine, all’interno dell’area del Castello, segue uno spettacolo di fuochi pirotecnici e girandole sempre molto suggestivo. Qui, lungo la fossa del Castello, la prima domenica della festa, dopo un coreografico quadrangolare di bravissimi sbandieratori, alcuni venuti anche da fuori, un mercatino medioevale espone mercanzie varie in rievocazione delle antiche fiere.
Ogni serata del “Cantar Maggio” è aperta da musici e sbandieratori in costume d’epoca, i quali con tamburi, chiarine e bandiere con lo stemma del Comune di Arquà, rappresentano le quattro contrade. Sono circa 40 giovani (ragazzi e ragazze) che si preparano per tutto l’inverno e partecipano anche a tornei regionali e interregionali: Feltre, Cento Ferrarese, Montagnana, Faenza, Terra del Sole, per citare alcune località in cui si realizzano manifestazioni di questo tipo.
È dunque tutto un intero paese che fa teatro, e il “Cantar Maggio” ormai è entrato così profondamente nella tradizione, che la gente attende con ansia la nuova stagione per festeggiare la primavera. Tanto è l’entusiasmo collettivo, che la sera del palio degli ochi i vari contradaioli, anche con i piccini, giungono in piazza cantando e ballando, chiamandosi di porta in porta e raccogliendosi in gruppi o salendo sui carri addobbati con i rispettivi colori, recando salame, pan biscoto, vin, pinze onte, pinze infaso’a, schizoti, fugasse.
Ma dov’è nata l’idea di così grande coinvolgimento popolare?
A scuola. Sì, otto anni fa Elena Arcolin Cacciatori, insegnante nella locale scuola media, ha voluto far rivivere le strutture medioevali del suo paese. E quale modo migliore se non festeggiando la primavera? Sostenuta da una gran quantità di collaboratori, tra cui Maria Luisa Callegari Chieregati, Marisa Migliari, Laura Culatti e Anna Teresa Venturini, Lina Sichirollo, ha potuto avvalersi del prezioso Giorgio Libanore, regista della vecchia compagnia arquatese “Proposta Teatro Collettivo”, che continua instancabilmente la sua attività, rivisitando anche quest’anno opere goldoniane. Elena Arcolin tiene a ribadire che senza la gente di Arquà, dai bambini agli adulti, non avrebbe potuto far nulla.
Con il “Cantar Maggio” ha dunque preso nuovo vigore la fiera del Maggio Arquatese, nata 30 anni fa per opera di un gruppo spontaneo presieduto dal sindaco, nel corso della quale si teneva una bellissima e importante mostra estemporanea a livello nazionale, onorata anche dalla presenza del Presidente della Biennale di Venezia, che in futuro potrebbe essere riproposta.
Il Comitato per il Maggio Arquatese ha recuperato energie promuovendo iniziative quali la partecipazione di varie associazioni culturali, come “il Froldo”, ricreative, sportive, di ballo, allo scopo di contribuire all’animazione nei dieci giorni di festa. Oltre al Teatro, agli spettacoli teatrali, è attesa l’esibizione con canti popolari di una Corale di 70 elementi (molti sono giovani) a quattro voci: bassi, tenori, contralti e soprani, diretta dal M° Costanzo Ciano e dalla dott.ssa Anna Maria Zuccolo.
I fondi si ricavano dallo stand gastronomico che funziona all’interno del Castello per opera di uno stuolo di volontari, cuochi, camerieri, che si muovono con grande disponibilità senza risparmio di energie. Anche il parroco collabora con i locali messi a disposizione, e la Biblioteca Comunale si è inserita nel Maggio Arquatese con mostre di carattere culturale, sostenendo iniziative come il concorso “Raise Polesane” di poesie dialettali.
Il richiamo a questa grande ed articolata festa è vastissimo: giungono da Milano, Torino, oltre che dalle province limitrofe e per tanti emigranti è occasione di tornare ad assaporare l’aria della propria terra. Alla chiusura delle manifestazioni, con la tombola tradizionale dell’Avis-Aido, non si può mancare: l’entusiasmante spettacolo pirotecnico della ditta Martarello, conosciuta in Italia e in tutta Europa, che per mezz’ora dà il massimo di fantasia in una fantasmagoria di colori, luci e suoni, degna cornice ad una grande festa di popolo, lascia negli occhi e nel cuore di tutti una comune gioia che affratella e insegna, soprattutto ai giovani, a non lasciar morire valori e tradizioni, anima della gente semplice e laboriosa.
1 Su Arquà Polesine si veda “Ventaglio novanta” n. 2, “Il Castello di Arquà” e n. 4, “Beni artistici ad Arquà” di Luigi Zilli.
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “Il “Cantar Maggio””. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-cantar-maggio/