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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il castello di Arquà

La struttura medioevale, costruita nel XV secolo, fu teatro di aspre battaglie. Nel XVI secolo il complesso fu adattato ad esigenze residenziali e decorato con affreschi

di Luigi Zilli

Ventaglio Novanta n. 2 1990 pp. 28–31

Per gli amanti dell'epoca medioevale consigliamo una visita al castello di Arquà Polesine. Va detto innanzitutto che la storia di Arquà ha origini molto antiche. I numerosi reperti rinvenuti nella zona, tra cui molte lapidi, testimoniano l'esistenza di un centro abitato già in epoca romana. Ed il nome del paese fa probabilmente riferimento all'andamento di un fiume o di una strada che anticamente disegnava qui una curva decisa.

Il primo documento in cui la località viene citata è però del 938: vi si legge che il territorio era stato donato alla Chiesa di Adria dal feudatario locale, Marchese Almerico.

Nel 1146 veniva edificato il castello-recinto, cioè pensato per accogliere popolazioni e bestiame all'approssimarsi di eserciti invasori, per impedirne le razzie cui si abbandonavano per il proprio sostentamento.

Ciò è testimoniato dallo storico ferrarese Antonio Frizzi che lo dice eretto in quell'epoca da Guglielmo III detto Marchesella, ultimo della celebre famiglia degli Adelardi che signoreggiò Ferrara ed il Polesine tra il Canalbianco ed il Po fino all'avvento degli Estensi.

Allo scopo dunque di difendersi dagli Estensi, che avevano mire sul ferrarese e sul Polesine, Guglielmo, non si sa bene se in veste di reggitore di Ferrara o come padrone di vaste tenute nel Polesine, prima di partire per la Terra Santa fece ricostruire i castelli di Arquà, di Fratta e di Pontecchio e fece riedificare il maneggio che prese da lui il nome: Castelguglielmo.

Morto Guglielmo (1183) ed il fratello Adelardo (1185), un figlio sedicenne di Obizzo d'Este, Azzolino, sposò Marchesella, bambina di circa sette anni, figlia unica, erede di Adelardo reggitore di Ferrara, che morì giovanissima, attorno al 1186 cosicché l'eredità, castello compreso, passò nelle mani degli Estensi.

Afferma lo storico Giambattista Pigna, nella sua Historia dei Principi d'Este, ch'era una fortezza di gran nome, spesso abitata dagli stessi Marchesi.

All'interno (secondo un inventario del 1340 tratto dal Codice latino 27312 di Monaco di Baviera) aveva una cappella dedicata a San Martino vescovo e confessore. Fu distrutta, riedificata e di nuovo demolita. La nomina anche il Ferretti nel suo “Memorabilia” (1539).

La Fortezza, nel febbraio 1308, fu teatro di un'aspra lotta tra i fratelli Francesco e Aldobrandino d'Este da una parte, ed il nipote Frisco dall'altra, i quali si contendevano il dominio di Ferrara.

Lo storico edificio subì danni rilevanti e Francesco, vistosi assediato, riuscì a fuggire riparandosi in quel di Este e lasciando il castello nelle mani di Frisco. Più tardi, con l’aiuto dei Padovani, Francesco conquistò il Polesine e poi per diecimila lire, cedette al Comune di Padova Rovigo, Arquà, Fratta, Costa e Pontecchio, in seguito restituite.

Le fortezze del marchesato furono riparate e così pure quelle di Arquà, come si rileva osservando la massiccia torre di avvistamento e segnalazione (mastio), in origine isolata come ci viene raffigurata da antiche mappe e carte topografiche, senz'altro preesistente alle contigue costruzioni.

Nell’anno 1393 morì il Marchese Alberto V lasciando lo Stato oberato di debiti a Nicolò III. Questi, per fare fronte alle impellenti necessità, chiese alla Repubblica Veneta un prestito di 50 mila ducati da estinguersi in 5 anni, offrendo in garanzia il Polesine di Rovigo.

La Repubblica accettò ed il contratto fu stipulato il 3 aprile 1395.

Dalla storia risulta che il prestito non fu estinto e fu anzi aumentato perché il Duca, dopo un primo acconto di undicimila ducati non pagò nemmeno gli interessi, per cui l'occupazione continuò per parecchi anni e precisamente fino al 1438 anno della rotta di Castagnaro e Malopera le cui acque giunsero alle porte di Arquà. In quell’anno infatti i veneziani, allo scopo di ottenere che Nicolò d’Este non si unisse al Duca di Milano, che aveva loro dichiarato guerra, gli condonarono il debito.

Il Polesine rimase agli Estensi fino al luglio 1482 per poi passare definitivamente ai veneziani vincitori della famosa “guerra del sale” che vide coinvolte quasi tutte le signorie italiane.

Dopo tale guerra, verso la metà del 1500, il governo della Serenissima vendette il castello alla nobile e patrizia famiglia Diedo la quale lo ristrutturò per esigenze residenziali, affrescando alcune stanze e riedificando nel 1600 la cappella in onore di San Martino che fu visitata il 28 dicembre 1603 dal canonico padovano Perotti, vicario generale del Vescovo Mons. G. Porcia.

Con la morte della nobildonna Elena Diedo vedova del N.H. Girolamo da Mula, alla metà del 1600 il castello pervenne in proprietà ai figli Vincenzo, Alvise e Andrea.

Nel 1665 fu ospitato nel “palazzo del castello” il Vescovo Bonifacio Agliardi, in visita pastorale alla parrocchia; evidentemente in quell'epoca il complesso edilizio era stato ulteriormente rimaneggiato.

Infine, nel 1811, durante la dominazione napoleonica, l’ebreo Iseppo Treves lo acquistò dal nobile Andrea da Mula di Antonio. Oggi il complesso è composto da un corpo centrale che si apre in un cortile interno, abbellito da tredici arcate secentesche, verso il quale si affacciano il granaio e le scuderie. La torre merlata ha l'interno diviso in tre piani. Le tre stanze principali sono ornate da affreschi che rappresentano scene mitologiche.

Degli Estensi resta, a circa quattrocento metri dal castello, anche un quattrocentesco Casino di Caccia, ora villa Pasquali Canato, con un parco secolare.

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Come citare questo articolo

Luigi Zilli. “Il castello di Arquà”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-castello-di-arqua/

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