Quand'ero bambino, nei giorni in cui si celebravano il 4 novembre ed il 25 aprile, le maestre ci portavano in corteo per le vie del paese e poi in piazza ad onorare i caduti. Quei cortei, di anno in anno, avevano una loro peculiarità: ad un certo punto del tragitto ci si fermava e, con gli onori del caso, si andava a prendere il generale Arturo Avanzi.
Seppi in seguito che quell'uomo dalla divisa impeccabile e dagli occhi chiari ed autoritari oltre ad un alto ufficiale pluridecorato, era anche l'unico scrittore di Rosolina, cantore di quello che lui chiamava "il paese dei laghi e delle dune". Questo l'ambiente dei suoi racconti dove, intenzionalmente, non parlava della guerra e dei suoi orrori, ma di piccoli eventi e di umanissime cose della sua giovinezza che non aveva avuto il tempo di godere. Quel libro lo ripagava di quello che aveva perduto.
Ricorre quest'anno il centenario della nascita di Arturo Avanzi che aveva visto la luce a Rosolina nel 1898.
Dopo aver ottenuto il diploma delle scuole medie superiori ad Adria, Avanzi si arruolò nella Guardia di Finanza e partecipò come volontario alla prima guerra mondiale, al termine della quale si iscrisse all'Accademia di Finanza. Durante la seconda guerra mondiale fu inviato nel Kossovo al comando di un presidio; l'8 settembre 1943 rifiutò di cedere le armi ai tedeschi e si unì alla brigata partigiana Garibaldi.
Alla vigilia di Natale, durante un combattimento, fu catturato. Condotto in un campo di concentramento nazista nei pressi di Belgrado, dopo un processo sommario, fu condannato, insieme ad altri tre ufficiali, alla fucilazione. Il giorno prima dell'esecuzione ricevette la comunione e durante la notte si compì il miracolo: un'epidemia di tifo e l'arrivo di migliaia di prigionieri russi sconvolsero l'andamento del campo e i quattro condannati riuscirono a mischiarsi a quella moltitudine di disperati. Iniziò così la sua peregrinazione tra i più famigerati campi di prigionia.
Al suo ritorno in patria, assunse il comando della zona di Padova e infine di quella di Treviso. Al termine della sua carriera risultò l'ufficiale con il più gran numero di elogi ed encomi.
Il ritorno alla vita borghese non fu per lui un trauma. Si ritirò nella natia Rosolina, dove bastava guardarsi attorno per vedere quanti problemi la assillavano, dalla disoccupazione alla stagnazione economica. Si rimboccò le maniche e si rimise al lavoro per dare forma ad un vecchio progetto: fare di Rosolina una zona turistica. Il suo litorale, la pineta e l'isola di Albarella avevano tutte le caratteristiche per rendere reale questo sogno. Cominciarono così le anticamere nei vari ministeri e i contatti con gli imprenditori economici (il lavoro più improbo era quello di distinguere quelli seri dagli avventurieri). Nel frattempo era stato eletto sindaco di Rosolina e poté assistere alla nascita delle sue creature: Rosolina Mare e l'Isola di Albarella; lasciò poi agli altri il compito di gestirle.
Concluse così la sua attività pubblica durante la quale aveva saputo riunire in sé senso del dovere, capacità imprenditoriali e onestà, doti che non sempre sono presenti nella stessa persona.
Ma Arturo Avanzi non fu solo uomo d'azione. Durante i tristi periodi della prigionia, dove fra l'altro conobbe Guareschi, iniziò il suo lavoro di scrittore che continuò quando poi concluse la fase politica.
Alcuni dei suoi articoli e racconti nel 1970 furono riuniti nel volumetto "Vecchio mondo polesano". In quelle pagine, il generale intenzionalmente non parla di guerre e delle sue tragedie. Parla solo di piccoli eventi e umanissime cose del passato e della sua giovinezza che non aveva avuto il tempo di godere. Quel libro lo ripagava di quello che aveva perduto.
Per ricordarlo come scrittore, il suo paese ha voluto istituire il Premio letterario "Arturo Avanzi". Questa manifestazione ha già superato la quinta edizione e sta avendo notevole risalto anche a livello nazionale.
Frattanto "Vecchio mondo polesano" continua ad essere un'opera letta ed apprezzata. La quarta edizione è del 1995 e, rispetto alle precedenti, è presentata arricchita di tre racconti inediti. Con il suo libro Arturo Avanzi si configura senza dubbio uno dei narratori più significativi delle vicende umane che hanno caratterizzato la storia del delta. "Il mondo polesano, – ha scritto Gianfranco Scarpari – la riposante bellezza di una terra che aveva attraversato vicende avverse affrontandole con dignità e sopportazione, talvolta velandole con l'umorismo, riaffiorano ad ogni pagina. Si prova addirittura l'impressione che non si tratti di una serie di racconti, ma di un quadro letterario che rappresenta in modo corale una comunità di uomini di diverse generazioni e di diversa estrazione che partecipano insieme ad una sorta di cavalcata nel tempo".
E ancora oggi le storie del "Vecchio mondo polesano" di Arturo Avanzi presentano accenti a volte magici e molti sapori nostrani. Si ravvisa in questi dodici racconti il gusto per i particolari semplici – il pitale del Conte Alvise Mocenigo, la brina che rovina tutte le patate del sindaco Baruffaldi, le erbe palustri bollite – tutte cose che posseggono una tale capacità di evocazione da far apparire le storie narrate in una veste assolutamente sorprendente. Arturo Avanzi cosparge i suoi racconti di un'essenza che rende lieve e piacevole la pagina: l'ironia. L'autore ha in sé uno spirito arguto e con pochi tratti di penna disegna personaggi che non dimenticheremo mai più. A tal proposito, il nipote Paolo Avanzi, psicologo e scrittore egli stesso, così scrive in una sua nota: "Quando gli domandavo dove era andato a scovare Paulo Bomba, Jseppo Bagatin, Ponteghina e Pissadosso, quando gli domandavo dove finiva la realtà e cominciava la fantasia, lui mi sorrideva sornione, come a lasciar intendere che i suoi personaggi pur inventati contenevano una verità ben più profonda di tanti personaggi veri".
All'inizio del suo libro, l'autore ha posto una dedica che mi sembra significativo ricordare: “A quella donna di Belgrado, a quella buona samaritana – sicuramente una mamma, forse una mendica – che il 14 aprile 1944 avvicinatasi al carro che mi portava in Germania mi donò, con mano pietosa ed un sorriso, cinque prugne secche".
Oggigiorno di prugne secche ne compriamo ovunque, quello che tante volte ci manca è il sorriso. Ritroviamolo, magari leggendo quel "Vecchio mondo polesano" cantato amabilmente da Arturo Avanzi.
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Come citare questo articolo
Simone Martinello. “Il generale Arturo Avanzi (1898-1983)”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-generale-arturo-avanzi-1898-1983/