La prima volta che ci siamo incontrati, non ero neppure certa che fosse realmente accaduto e, per qualche tempo, ho inconsciamente deciso di non ripensare a quello strano e improbabile approccio.
Al nostro secondo incontro, non ho potuto evitare il collegamento tra i due episodi e le particolari sensazioni provate e, nonostante la mancanza di indizi concreti, la “tua” presenza è diventata una certezza, almeno per me. Ricordo spesso quando ti ho “avvertito”: un brivido veloce mi percorre ancora le spalle e poi scende verso la colonna vertebrale scaricandosi nelle ginocchia, che diventano di ricotta.
Non posso dire se casualmente o volontariamente, ma “tu” hai stabilito un contatto fisico con me, scegliendomi, forse deliberatamente o forse no, tra gli altri membri della famiglia, che pure erano tutti – cosa che non capita spesso – presenti.
Qualcuno mi aveva appena sfiorato, delicatamente – ma senza tralasciare un centimetro di pelle -, il braccio, una parte di collo, l’orecchio e la guancia sinistra, nel cuore della notte.
Il risveglio, immediato, è stato caratterizzato da pelle d’oca e cuore in tumulto, uno strano senso di paralisi e la certezza di una presenza – non familiare – che aveva toccato le parti sinistre scoperte del mio corpo. Dormivo, come sempre, sul fianco destro, girata verso il mio comodino, con il braccio sinistro scoperto e allungato sopra il cuscino.
Quando il cuore ha ripreso un battito più regolare, mi sono istintivamente voltata verso mio marito: dormiva pacificamente, dandomi le spalle, abbandonato nella sua solita postura, il respiro regolarmente interrotto da piccole pause di apnea, provocate da un lieve russare, ormai consueto e familiare. Ho fatto una rotazione sul fianco sinistro, in direzione della finestra. La camera, illuminata da qualche abbaglio di luce lunare, che filtrava dalle fessure delle tapparelle, permetteva di indovinarne tutti gli arredi. La panoramica del mio sguardo confermava che tutto era perfettamente a posto, le finestre erano perfettamente chiuse.
Eppure….
Non era stato mio marito a sfiorarmi, lo sapevo con certezza assoluta, ma allora chi mi aveva accarezzato, lievemente ma riuscendo a svegliarmi?
Mi alzai piano, per non allertare nessuno (camminando al buio rifletto più chiaramente, è così da sempre). Mi avviai verso lo studio: volevo controllare la posizione di Frida e Diego, i miei gatti. Dormivano teneramente abbracciati, due ciambelle grassocce, pelose e tenere. Durante il giorno sono entrambi disposti a sfidarsi all’ultimo sangue per accaparrarsi un bocconcino di cibo, ma la notte ridiventano buoni fratelli e dormono abbracciati o acciambellati, sempre vicinissimi, sempre sulla poltrona dello studio.
No, nessuno di loro si era mosso, era indiscutibile, non avevano neppure mosso la coda o un solo orecchio per farmi capire che sapevano che c’ero – e lo sapevano benissimo – non avevano nessuna intenzione di emettere neppure un flebile “mao” di saluto. Stavano assolutamente e pacificamente immobili, sperando che non li disturbassi.
La sensazione di sfioramento che avevo avvertito non era stata provocata da un loro passaggio sul mio letto – evento non così raro – e poi non se ne sarebbero andati mai e poi mai senza esserne forzosamente invitati. Lo sapevo già, ma volevo comunque verificare. Un bel bicchierone d’acqua, poi tornai a letto e ripiombai in un buon sonno compatto, senza sogni.
L’indomani, accennai a mio marito della sensazione avvertita, ma l’accaduto venne liquidato in un battibaleno: uno strano risveglio provocato da una carezza inspiegabile? Era stato, di certo, provocato dalle solite stronzate che guardo in TV, amo molto il genere thriller e non mi perdo un poliziesco manco morta.
Di certo avevo rielaborato, nel sonno, un turbamento televisivo.
La spiegazione convinse solo lui, ma era inutile insistere, le 7.30 non erano l’ora giusta per un argomento irrilevante per chi di mestiere fa il medico ospedaliero ed è abituato all’analisi di fatti concreti più che alle mere sensazioni. Anch’io, terribilmente in ritardo, mi precipitai fuori casa e dimenticai immediatamente la notte passata, il brivido e lo sconcerto provati. Il nuovo giorno con le sue quotidiane incombenze, mi assorbì in un battibaleno.
Dopo qualche tempo, “ti” sentirono o videro, i due gatti.
Stavo riordinando il telo che protegge il divano dai peli grigi e lanosi di Frida e Diego che mi osservavano già pregustando di riappropriarsi, quanto prima, della postazione forzatamente persa. Improvvisamente si irrigidirono per poi voltarsi simultaneamente verso l’ingresso di casa: il pelo irto, la coda abbassata che zigzagava bassa e minacciosa, le orecchie appiattite schiacciate ai lati della testa. “E che avrete mai visto, un elefante?” Risi, immaginando che magari un’ape o una mosca stessero sfidando la loro, non del tutto compromessa, natura felina. Ma la risata fu di breve durata perché i due, con le pupille dilatate, si rifugiarono – correndo all’impazzata – sotto il divano.
C’era davvero un elefante, in ingresso?
Perlustrai tutti gli angoli visibili – inforcai persino gli occhiali – ispezionai ogni anfratto di ingresso studio e soggiorno. Le finestre erano chiuse, non un insetto visibile nei dintorni. Forse si era trattato di un ragno, risalito veloce verso la sua ragnatela e che non riuscivo a stanare? Mi spostavo lentamente, con la testa all’insù, già temevo di incrociare lo sguardo con quello di un ragno enorme, con occhi tanto perfidi da spaventare i miei due gattoni (detesto i film horror, ma qualcosa sui ragni assassini l’avevo visto e mai più scordato). Per fortuna non scorgevo movimenti sospetti sulle pareti, ma l’idea che una Tarantola mi tendesse un agguato, continuava a terrorizzarmi.
Per sentirmi più sicura indossai un cappello da fantino, che mia figlia Alessia aveva usato in un periodo della sua adolescenza, e che era, da allora, riposto nell’armadio d’ingresso. Mi stava un po’ stretto, ma mi sentii al sicuro: era rigido come un elmetto: se qualche ospite indesiderato, pelosetto e a più zampe, avesse tentato di aggredirmi, lanciandosi in picchiata,dal soffitto, si sarebbe fatto del male…
Mi sentii improvvisamente ridicola, in tuta e ciabatte, con un cappello da fantino in testa, sbirciata di sicuro dai gatti scomparsi sotto il divano: dovevo ritrovare il raziocinio. Mi tolsi, con qualche sforzo, il mio improvvisato elmo protettivo e, dopo un’ultima e ancora incerta occhiata al soffitto, la ragione iniziò ad avere il sopravvento sull’aracnofobia.
No, non poteva trattarsi di un ragno, per quanto sovradimensionato, i miei gatti avrebbero tentato di catturarlo, loro cacciano qualsiasi cosa in movimento, emettendo una specie di grido di guerra:”ach, ach, ach, ach”, molto gutturale che, immagino – e spero – facciano tutti i gatti del mondo in vista di piccole prede.
No, qualcosa li aveva completamente terrorizzati e il fatto straordinario fu che restarono nascosti sotto il divano fino a sera inoltrata. Non riuscii a convincerli ad uscire allo scoperto, neppure offrendo loro dei pezzetti di petto di tacchino, uno dei loro cibi preferiti, una vera leccornìa. Nulla li smuoveva.
Un giorno intero nascosti sotto il divano. COSA avevano visto? Era forse il caso che anch’io mi nascondessi, magari sotto il letto o dentro un armadio?
Rabbrividii.
No, meglio di no, non si può mai sapere cosa nasconda un nascondiglio.
Naturalmente ne parlai a cena con marito e figlie. Non trovando una logica spiegazione. “Cosa vuoi che abbiano visto, un fantasma?” mi dissero, guardandomi con la comprensione fasullamente pietosa, che si indirizza a un caso umano bisognoso di un intervento psichiatrico o destinato ad esserlo quanto prima.
Fu tra loro sarcasticamente concordato che – insieme ai gatti – andavo sorvegliata anch’io, a vista, almeno per qualche giorno. Accettai, più o meno ridendo, le battutacce che si susseguirono per tutta la serata, non insistetti e non mi sognai di rilevare che la sensazione che il comportamento misterioso dei gatti mi aveva fatto provare, mi rammentava, chissà perché, l’inspiegabile sfioramento notturno e quel senso di smarrimento già provato.
La “tua” terza, plateale, partecipazione alla nostra vita familiare – misteriosa e sconosciuta presenza – fu davvero sentita, discussa e presa – per la prima volta – in debita considerazione dal resto della famiglia.
Devi essere un tipetto estroso, tendenzialmente – ma non esclusivamente – notturno, che ama le esibizioni di grande impatto e, come tutti gli esibizionisti, hai bisogno di stupire e di suscitare forti reazioni: beh, ancora una volta, durante una notte, ti sei fatto sentire, eccome se ti sei fatto sentire.
Un boato ci fece saltare tutti mezzo metro sopra il letto, i capelli rizzati in testa, la convinzione di vivere un evento tragico. E nel dire tutti, intendo tutti, gatti compresi, dato che si erano subdolamente introdotti nella mia camera da letto, convinti di passare una notte beata ai piedi del lettone. In un baleno e dopo una miagolata agghiacciante, divennero invisibili. “Che succede? C’è il terremoto?” Ci alzammo tutti, temendo una seconda scossa sismica, iniziando a radunare alla rinfusa alcuni indumenti e le scarpe, pronti a fuggire anche senza gatti (ma dove si erano nascosti?).
Ma nulla si muoveva e non provavo il senso di vertigine tipico del “dopo scossa”. Il silenzio e la quiete erano totali, solo i nostri cuori spaventati erano in tumulto.
Si era infranto un vetro, questo era un dato certo, a giudicare dal rumore di cocci che tutti avevamo udito. Sedici finestre da controllare non sono poche, ma il lavoro venne quasi equamente suddiviso in quattro. A me spettavano salotto, cucina e locale caldaia.
Individuai quasi immediatamente il luogo e la causa del boato: il grande quadro, di stile decisamente Naif, raffigurante una faticosa “Mietitura” appeso sopra il vecchio armadio della mia cucina (un armadio grande e datato, che conferisce all’ambiente un’aria accogliente e vissuta – come piace a me), era a terra, in un mare di schegge.
Un oceano di schegge.
Il mio primo pensiero fu che, per fortuna, nessuno si era trovato in cucina qualche minuto prima. Un bicchier d’acqua o un frutto, a volte, ci fa incontrare davanti al frigorifero, in piena notte, subito raggiunti dai gatti che si illudono che si stia allestendo una mensa occasionale, aperta a tutti i convenuti.
Mandai tutti a letto “mi arrangio io a raccogliere i vetri, è più sicuro e mi muoverò più agevolmente da sola. Ricordate piuttosto che, per qualche giorno, nessuno dovrà camminare a piedi nudi per casa”, aggiunsi”. Cosa che amo fare solo io.
Dopo aver raccolto, tra un’imprecazione e un pensiero di sollievo per la grazia ricevuta, tutti i vetri al momento individuabili, me ne tornai a letto con istinti uxoricidi: il quadro andato in frantumi apparteneva ad un parente di mio marito, marito che stava nuovamente e beatamente russando e io, con la schiena a pezzi, completamente sveglia, mi apprestavo a far passare quelle tre ore che mi separavano dal risveglio mattutino. Chissà poi che bel risveglio sarebbe stato.
Stranamente, ci alzammo tutti insieme. Forse un po’ di rimorso per la mia faticata notturna aveva reso meno profondo il sonno di figlie e marito, anticipandone il risveglio. Si offrirono, addirittura, di prepararmi il caffè e allestirono anche una piacevole tavola da colazione, con grande profusione di sorrisi. Solo i gatti – riapparsi da chissà dove – non mi degnarono di uno sguardo, convinti di certo che avessi io, di proposito, provocato tutta quella bagarre notturna, col perfido intento di farli sloggiare dal lettone.
Dopo il caffè, con l’accuratezza di una squadra Scientifica di Polizia, iniziammo ad esaminare la scena del misfatto. Capitanavo il gruppo, dall’alto della mia esperienza di fan sfegatata di film polizieschi.
La grossa vite a forma di uncino, che reggeva il quadro, era integra ed appesa al muro; l’altrettanto grosso gancio appeso alla cornice del quadro, molto robusto pure lui, era visibilmente indenne e non si era spostato di un millimetro dal punto di attacco in cornice. Cornice di legno pesante e grezzo, che non era neppure scalfita, solo il vetro era esploso.
La dinamica della caduta del quadro era assolutamente inspiegabile.
“La mietitura” si era sganciata dalla parete (e per farlo doveva aver fatto un movimento verso l’alto), aveva sorvolato l’armadio in tutta la sua notevole profondità e, senza neppure scalfirlo e senza procurarsi un graffietto o una scollatura, era precipitata a terra, circa 60 cm. davanti alle ante dell’armadio, mandando solo il vetro in mille pezzi.
Ci abbiamo ragionato giorni interi ma, dopo molte congetture, l’unica convinzione raggiunta era che il quadro mai e poi mai si era staccato da solo, visto che avrebbe dovuto sollevarsi di qualche centimetro prima di fuoriuscire dalla vite a uncino e nessuna scossa sismica era stata avvertita nel Polesine, ne avevamo avuta informazione certa.
“Qualcuno” lo doveva aver staccato.
Non un “qualcuno” qualsiasi, ma anche dotato di una notevole forza ed altezza, vista la posizione alta in parete ed il notevole peso de “La Mietitura” e, dopo averlo staccato, l’aveva semplicemente lasciato cadere a terra. Di proposito. Ne ero istintivamente e ferocemente certa: dopo aver staccato il quadro ed averlo attentamente esaminato e giudicato una schifezza, quel “qualcuno” lo aveva gettato a terra sprezzante, con l’intento di danneggiarlo e di svegliarci, per darci dimostrazione delle sue prodezze o, forse, della nostra mancanza di buon gusto in fatto di scelte pittoriche.
La famiglia era in disaccordo solo su quest’ultima mia convinzione – irrilevante tuttavia, rispetto all’accaduto.
Devo dire che questo episodio ci ha fatto riflettere molto, ma nessuna teoria risultava accettabile, né trovava il minimo consenso, neppure dopo una serie di consultazioni esterne fatte tra le poche persone amiche a cui confidare le nostre perplessità. “Un vero mistero”, questa era la frase di chiusura di ogni congettura avanzata.
Un dato però risultava di comune condivisione: in casa nostra c’è una presenza – non fisica – sconosciuta (e se fosse conosciuta?).
A questa ulteriore ed ormai innegabile constatazione della nostra – non desiderata – coabitazione, ho deciso, dopo averci molto riflettuto, che tanto valeva stabilire un rapporto di civile convivenza con “te”, sconosciuta presenza, visibile solo ai miei gatti.
A conti fatti, a parte alcuni oggetti che improvvisamente spariscono e che ritrovo dopo ripetuti messaggi che ti lancio ad alta voce “Smettila con i giochini, perché sto cercando una cosa che mi serve e anche subito…” (accertando che nessuno sia presente in casa… non posso pretendere comprensione eccessiva, se non dai gatti…), altri momenti di forte stress non li hai più creati.
E, prima o poi restituisci tutto quello che ti diverti a nascondere: i 20 euro scomparsi dalla mensola d’ingresso e che ho ritrovato, ben piegati, dentro una delle scarpe da tennis, che non usavo da anni, mentre mi accingevo ad eliminarle; la borsa nuova che, seguendo lo strano impulso di riaprire una vecchia cassapanca, ho rivisto dopo circa una settimana di femminili e casalinghe ricerche con tanto di accuse reciproche con le mie figlie “L’hai usata tu e l’hai lasciata chissà dove” “No tu l’hai presa, lo ricordo benissimo”….
Il gioco del nascondino deve davvero divertirti tanto, beh, sempre meglio che rompere vetri nel cuore della notte, ne devo convenire.
“Ma sei matta, non hai paura?” mi dicono le poche persone che – fino ad oggi – sono state messe a conoscenza della misteriosa convivenza.
Paura? No, dopo il nostro primo incontro, non l’ho mai più veramente provata. Curiosità sì, tantissima. Nervosismo a volte, anche un po’ di preoccupazione, perché non so davvero come questa strana relazione si possa evolvere. Ma paura no, non me ne fai, non più.
Ma chi sei e cosa ti lega a questa casa, questo davvero vorrei scoprirlo. Vivi qui da sempre o vieni a visitarci di tanto in tanto, sei un fantasma o una persona che abita un mondo parallelo dove – ogni tanto – le persone si percepiscono, senza incontrarsi veramente; sei consapevole di me, come io lo sono di te, sei uomo o donna, adolescente, vecchio, bambino?
Quante domande senza risposta, forse resterai il mio mistero, per sempre.
E se ci magari ci conoscessimo, se tu fossi un conoscente o un parente che ancora non lascia questa dimensione ?
Un giudizio su di te sento, comunque, di poterlo esprimere.
Di tanto in tanto capita ancora ai miei gatti di avere delle strane pause di immobilità totale, in cui fissano lo sguardo nel vuoto, muovendo la coda come per prepararsi ad attaccare o difendersi, o comunque fanno un gesto di grande e inusuale concentrazione…ma è solo un attimo, dopo tornano tranquillamente alle loro posture abituali.
Io sono convinta che tu ci sia, in quel momento, e che loro ormai siano in grado di riconoscerti e non ti sentano ostile. Questo mi fa pensare che tu sia o sia stata una persona buona. A me piace molto la bontà nelle persone – prima ancora del fascino o dell’intelligenza o della bellezza.
Mi viene, a volte, la tentazione di effettuare qualche ricerca storica su questa casa, che risale alla seconda metà del Seicento ma, nonostante la curiosità, qualcosa mi ha sempre impedito di indagare e di scovare – chissà – un indizio rivelatore. E inoltre, lo ammetto, mi piace questo mistero con cui convivo e che, di tanto in tanto, mi fa sognare e immaginare chi sei e com’è stata e com’è, la tua esistenza e se mi capiterà mai di conoscerti davvero.
E’ persino eccitante vivere con uno sconosciuto invisibile, nell’era in cui tutto sembra essere razionalmente spiegabile, catalogabile, illustrabile, divulgabile, al mondo intero in tempo reale.
Di certo, mio misterioso coinquilino, sei una persona speciale e, quasi sicuramente, sei dotato di un certo senso critico per l’arte: diciamoci la verità, la “mietitura” che ci hai obbligati a togliere dalla cucina, era affettivamente accettabile, ma davvero inguardabile.
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Come citare questo articolo
Nuccia Venuto. “Il misterioso coinquilino”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-misterioso-coinquilino/