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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Il ritorno di Haas

A Castelmassa, rivissuta una pagina dolorosa ma in parte anche nostalgica, di un passato da non dimenticare

di Annalisa Boschini

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 120–121

Quest'estate le cronache dei giornali e dei tg ci hanno riproposto con insistenza, grazie anche alla complessa vicenda del processo Priebke, la storia mai dimenticata delle stragi su ebrei e partigiani compiute in Italia durante il secondo, sanguinoso conflitto bellico.

Oltre alla strage delle Fosse Ardeatine, dove vennero sacrificati più di 300 ebrei italiani, rei solo di professare un credo divenuto scomodo anche nella nostra nazione, giornalisti e media sono tornati in varie occasioni sull'eccidio di Marzabotto, di Villa Marzana e sugli orrori impuniti delle foibe.

Anche a Castelmassa, grosso centro polesano appoggiato su un meandro del Po, quest'estate si è parlato a lungo della seconda guerra mondiale, ma fortunatamente per un motivo più festoso.

Dopo cinquant'anni, nella tranquilla cittadina è tornato un distinto signore di mezza età chiamato Leopoldo Haas.

Leopoldo, ebreo di nazionalità polacca, partì infante dalla Polonia con sua madre e suo padre.

Dopo una breve permanenza prima a Trieste e poi nel meridione, dove nasce il fratello Benito, la famiglia Haas nel 1938 giunge a Castelmassa, ove nascerà poco più tardi la sorella Adina.

Sono anni tremendi per queste persone, che trovano posto in un minuscolo alloggio, poco più di una stanza mal riscaldata, lungo la centralissima via Battisti. La famigliola si dibatte in uno stato di penosa indigenza, sopportata con grande dignità e spesso alleviata grazie agli aiuti concreti della popolazione massese.

Ma il peggio deve ancora venire. Il duce, stretta la pericolosa alleanza con Hitler, cerca, in un irragionevole crescendo di follia, di imitarne le drastiche ed inumane misure "di sicurezza" a danno di minoranze etniche negre e ebree. Anche in Italia cominciano a fioccare leggi antisemitiche.

In una fredda e nebbiosa mattina d'inverno del '42, una camionetta delle camice nere trasporta la famiglia Haas nel carcere circondariale di Rovigo.

Là un maresciallo fascista si impietosisce di fronte allo sguardo ignaro e limpido dei tre bambini, che tornano così a Castelmassa, affidati alle cure delle religiose che gestivano l'ospizio "A. Ragazzi".

Mentre per i genitori dei bambini si aprono le porte di Auschwitz, grazie all'abnegazione delle religiose e all'aiuto dei castelmassesi, Leopoldo e i suoi fratelli vivono nascosti a Castelmassa.

E Leopoldo, pur essendo poco più di un bambino, non rimase mai con le mani in mano: sulle spalle sentiva l'onere dei fratelli più piccini e, nonostante fossero ospitati con generosità dalle suore, egli si divideva fra mille lavoretti il cui ricavato finiva come offerta alla confraternita di religiose.

Ironia della sorte! Mentre i suoi genitori venivano chiusi nei campi di concentramento in Germania, il piccolo profugo lavorava proprio per i tedeschi, aggiustando le loro biciclette e scavando le trincee lungo il fiume.

Leopoldo in questo periodo si lega a Castelmassa e all'Istituto che lo ospita, tanto che le suore quando, finita la guerra giunsero i soldati israeliani a prelevare i tre bambini, non se ne volevano staccare, testimonianza tangibile questa dell'affetto con il quale li avevano accuditi.

Ma il destino aveva altri progetti per gli Haas, che ritroveranno in Israele la madre, scampata agli orrori di Baden-Baden.

Ora Leopoldo è un valente grafico pubblicitario, e vive a New York lungo la centralissima Seconda Strada, a due passi da Central Park.

Ma gli splendori della "grande mela" non gli hanno fatto scordare un piccolo cortile interno, con un pozzo in mezzo, e il grande fiume placido che vi scorreva vicino.

Per questo Leopoldo è tornato a Castelmassa, atteso con trepidazione e accolto con gioia e affetto da amministratori e vecchi amici: per ringraziare e ricordare la tangibile solidarietà che ha permesso a lui e ai suoi fratelli di salvarsi.

Un lungo viaggio per ricordare, quindi, e Leopoldo, tanti anni ben portati, con lo sguardo fiero di chi ha conosciuto in faccia la guerra e la fame, ha compiuto un gesto ancora più efficace e diretto con la sua visita nel piccolo paese che lo ha ospitato bambino: ha salvato la memoria storica.

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Come citare questo articolo

Annalisa Boschini. “Il ritorno di Haas”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ritorno-di-haas/

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