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NARRATIVA

Il santino di San Valentino

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 61 2020 pp. 123–124

Oggi è San Valentino. Nel passato qui, a Occhiobello, era festa grande e per me era godermi i nonni e due tavolate di parenti della mamma. Personaggi allegri e tanto diversi dai parenti di papà, anch’essi agricoltori, ma più seri e composti.

Non tutti sanno che solo in tempi recentissimi a San Valentino si attribuisce la protezione degli innamorati; da sempre invece il Santo è il riferimento per gli ammalati di mille mali strani, tra cui l’epilessia.

Nel giorno di San Valentino a me piace andare col pensiero alla piazza del paese com’era nel passato e come si vivacizzava nell’occasione della festa del Protettore. Ancora prima dell’alba carri e carretti giungevano da ogni dove, animando gli argini del Po ancora infreddolito, perché una volta la primavera era molto più lontana.

Chi veniva dal mantovano e chi dall’altra sponda; alcuni dai colli, altri dal mare e, accaparrata con il pagamento di un balzello una piccola porzione della piazza, ecco che si aprivano banconi improvvisati di legno annerito dal tempo, o lunghi teli di juta sui quali si stendeva la mercanzia di ogni tipo: piccoli attrezzi da lavoro, abiti e calzature da festa, ottoni e cose ramate, cesti, gramole, reti e… arance, tante arance.

Ma non mancavano mai i palloncini colorati, né infilate di baracche così simili – ma pur diverse – con lo zucchero filato, i croccanti, le carrube, le castagne secche e… la liquerizia, con lunghe trecce di pasta dolce dai mille colori, odorosa ed attaccaticcia… il tutto condito da un vociare, animato dall’odore acre dei fritti, le urla di gioia e il cigolio delle giostrine, quella con i cavallucci ed il trenino per i piccoli, e poi la famigerata “calcinculo” per i più spericolati…

C’era anche il fotografo, con la grande macchina sul treppiede, il cappellone e le pistole finte, pronto a fare di ogni bambino un cow-boy, sulla sella del cavallo bianco di legno, con una vecchia pelle di mucca sullo sfondo!

Nella golena, invece, legate ai pali in divisorie di corda, le bestie del mercato, anch’esse giunte da ogni dove, e spesso a piedi, con camminate che erano durate gran parte della notte. Erano manze e giovenche bianchissime, poi mucche mantovane e tori di razza, e ancora cavalli di ogni taglia e per ogni uso… e galline, colombi, conigli e perfino cani da caccia. In disparte: semi, piante da frutto e viti da trapianto.

Per tutto il giorno le campane suonavano, e le messe si susseguivano nel luccichio delle candele e nel profumo dell’incenso, fino alla messa cantata delle 11. Poi fervorose prediche e benedizione agli ammalati (del cui aspetto fisico io da bambino avevo spesso paura).

A mezzogiorno la gente del luogo e dei paesi limitrofi tornava a casa, cosicché la piazza si spopolava, mentre gli ospiti si riunivano a gruppi sull’argine per mangiare le strane cose che s’erano portati, a cui aggiungevano le arance piccole e sanguigne, dolcissime ed acquistate a buon mercato nel corso della mattinata…

Il pomeriggio era un andirivieni tra le bancarelle e un contrattare le varie mercanzie, fino alla sera quando un’imponente processione – carabinieri in alta uniforme e bandiere delle varie associazioni – chiudeva la festa solenne con la benedizione delle reliquie del Santo… E poi ancora tutti in piazza con la Banda…

Qualche volta, tempo permettendo, c’era anche la cuccagna… e spesso qualcuno appariva, affacciandosi dai pergolati delle case di piazza per guardare giù, ma senza avere più la voglia di scendere…

Poi… i fuochi di artificio, che ogni anno aumentavano di spettacolarità e di numero; sempre più simili a quelli del cinema ed ancora più belli, ma impaurivano le bestie. Erano bombe pacifiche, gradite alla gente, contenta di dimenticare la guerra…

A notte fatta, ognuno riprendeva la strada del ritorno e le vie si ridisegnavano nel buio. Le lanterne ondeggiavano sotto i carri e per molti era il tempo dei bilanci: chi si ritrovava qualche soldo di più in tasca, e nel cuore la gioia della vendita sperata; chi aveva sul cassone una nuova bestia da aggiungere alla stalla, o nuovi finimenti, o un puledro contento d’aver cambiato padrone; qualche bambino sonnecchiando, appoggiato alla mamma, stringeva forte un nuovo giocattolo, mentre qualche adulto riportava alla sofferenza di ogni giorno il suo male, con la consolazione di aver pregato il Santo, la certezza di una fiammella sulla candelina offerta e la speranza di chissà quale augurio…

E così sono passati gli anni… tanti…

Ad Occhiobello c’è ancora il 14 febbraio. Il paese è cambiato, ma c’è ancora la stessa statua del Santo, lo stesso odore di incenso. Ci sono ancora le bancarelle, soltanto più moderne, c’è la giostra… ma c’è altra gente…

Ecco, in mezzo alla festa e al vociare odierno nessuno si è accorto che un palloncino è scappato dalla manina pasciuta di un bambino viziato e sazio di tutto; un palloncino verde che vola in cielo col suo filo, al quale riesco appena, col pensiero, a legare la mia speranza perché la porti lontano…

Sorrido, sforzandomi di respirare l’essenza delle cose… e in tasca incontro un foglietto di carta: cosa sarà? Ah, sì… è il santino di San Valentino.

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Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “Il santino di San Valentino”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-santino-di-san-valentino/

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