La Signora Notte era giunta: i clacson cittadini, i passanti, le voci, andavano diradandosi al suo sopraggiungere: come paggi, si inchinavano rispettosamente al cospetto della loro regina, per lasciarle il passo libero.
La Signora Notte avanzava lenta e guardinga, infilandosi in ogni strada, in ogni viottolo, con il suo popolo di sogni, pensieri e riflessioni; recava pace e mistero ed insinuava il sonno ristoratore in ogni mente ed in ogni corpo, dando inizio al meritato riposo e facendo svanire la stanchezza.
E così era anche per il mendicante dal grosso naso e dalle ruvide grandi mani, dove il pelo rossiccio era irto per il freddo. Gli spettinati ed opachi capelli color rame gli ballavano sulla fronte al respiro del vento; il ventre prominente emergeva sotto il lurido panno che non copriva tutto il suo fisico nerboruto. Se ne stava accoccolato in un angolo che lo riparava un poco dalle violente folate del vento e dai sibili fastidiosi che rendevano ballerine le cartacce e la polvere. Si sfregò le mani sotto la coperta e se le posò, scottanti, sul volto dai tratti duri per vincere un poco il freddo che gli accarezzava il torace con dita gelide e gli arrossava il naso. Rannicchiò le ginocchia ed incrociò i piedi, gettando uno sguardo incolore al vagabondo che si trascinava, ubriaco, nel viottolo, e barcollava, poi, sotto la luce sonnacchiosa di un lampione dall’altro lato della strada.
Ma la Signora Notte era giunta, e non si poteva declinare il suo invito pacioso all’assoppimento… Si curvò sul suo tenero e grande seno di madre, affidandosi come un bambino all’amorevole cura dell’oblio, al riposo dei sensi, alla fine dei suoi tormenti giornalieri e dei tedii che l’avevano condotto in rovina. D’infanzia e protezione, sapeva, quel seno! Rimembrava dolci parole materne, baci della buonanotte, avvolgenti tepori; rimembrava nenie cantate a bassa voce, melodiose, paesane; gustava sulle proprie labbra il ricordo delle innocenti giocondità infantili, riassaporava le gaie risate bambine.
Ma mille diabolici occhi s’aprirono nelle fessure dei muri, invidiosi della ritrovata purezza infantile, e sbatterono le loro mille ciglia all’unisono; nella pupilla gridava, rosseggiante, il Maligno.
Il mendicante balzò in piedi, le membra rigide per lo spavento: corse lontano, pieno d’orrore, guidato solo dall’istinto, che lo portava in strane vie dove donne alate ornate di veli lo tentavano, dove esili ed altissime adolescenti vestite d’argento, dai lunghi capelli lucenti, portavano conficcati ai lati del volto bello ed esangue grossi chiodi; dove murene squamose dal volto umano lo inseguivano e gli saltellavano accanto abbaiando come cani; dove luminosi e grassocci bambini ghignavano sopra le sue spalle.
Volti di tenebra s’allungavano dai muri, grossi insetti gli ronzavano intorno alla testa fastidiosamente; strazianti grida di settecenteschi amanti separati da un destino crudele gli fracassavano i timpani, paurose facce di pietra deformate in orribili ghigni gli ballavano agli angoli degli occhi e scarne e rugose mani si tendevano verso di lui per ghermirlo.
Lottava contro queste impalpabili creature della Notte, aggrappandosi e arrampicandosi a lampioni e cassonetti dell’immondizia, terrorizzato, o correndo a perdifiato inseguito dai demoni della sua mente; o, paralizzato dall’orrore assisteva all’agitarsi e lamentarsi di quelle creature di fronte a lui; poi, urlando spiritato, s’avventava su ignari passanti invocando il loro aiuto ma questi s’allontanavano in fretta da quel folle farneticante di croci in fiamme e orge di demoni. In preda alla disperazione, per sfuggire ai suoi persecutori si gettò in strada: forti luci lo abbacinarono, poi, l’oscurità gli turbinò attorno…
Il vagabondo si guardò attorno stringendosi nella sua figuretta magra, quindi gonfiò le guance e piroettò su se stesso.
S’avvicinò titubante al mendicante che poco prima se ne stava, tranquillo, a dormire nel suo angolino al di là della strada e che ora giaceva riverso su un fianco ai lati del marciapiede sudicio, la coperta ancora stretta in pugno. Improvvisamente, l’aveva visto dimenarsi e urlare scaraventandosi in strada senza alcuna ragione: un’auto l’aveva travolto facendolo volare come un sacco di patate per parecchi metri, e non si era nemmeno fermata.
Si curvò su di lui e gli strappò la coperta dalle dita rattrappite:
– A te non serve più – decretò con voce impastata dall’alcool, e se la gettò sulle spalle. Strani modi aveva la gente di morire, davvero strani modi, pensò, fischiettando un motivo rock piuttosto popolare e mettendosi, dopo pochi istanti, a cantare a squarciagola una vecchia romanza, mentre non si distinguevano già più i confini del mondo.
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Erica Tiozzo. “Il visionario”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-visionario/