Per chi si fosse perso la puntata precedente nel n. 52 di Ventaglio Novanta (e ci auguriamo siano davvero in pochi, ed in ogni caso la rivista è facilmente recuperabile), questo è il racconto di una proposta ciclopedonale per le vie “in rosa” di Rovigo, alla riscoperta di figure femminili meritevoli. Un viaggio in 22 tappe, che ricongiunge idealmente i luoghi dedicati dal Comune capoluogo a donne distintesi in vari campi della storia, della cultura e dell’arte. E ciò allo scopo non solo di riappropriarsi in modo più consapevole dello spazio urbano e nello stesso tempo evocare una visione equilibrata della storia, ma soprattutto per recuperare modelli antichi ed attuali di femminilità per una società davvero inclusiva e paritaria.
La volta scorsa, partendo dalle due stazioni, ferroviaria e degli autobus, e dal polo universitario, muovendo per la Commenda Ovest ed Est, attraverso viale Gramsci e viale della Pace, eravamo approdati agli inizi del quartiere di San Bartolomeo in viale Beata Maria Chiara. E da qui riprende il nostro percorso …
11. Terminato di percorrere Viale Beata Maria Chiara (n. 10 del nostro percorso), all’altezza del cimitero cittadino, ci troviamo nel viale Oroboni lungo il quale procediamo in direzione della chiesa di San Bortolo. Imboccata sulla sinistra via Galimberti si accede a via della Resistenza per approdare in via Anna Frank (1929-1945).
Chi non conosce la tragica vicenda della ragazzina ebrea tedesca, immortalata nelle splendide pagine del suo celebre diario? Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, era nata a Francoforte in una famiglia benestante, ma impoverita a seguito dell’inflazione dopo la Prima Guerra Mondiale e poi trasferitasi nel 1933 in Olanda per sfuggire alle leggi razziali emanate da Hitler.
Il diario racconta proprio la “prigionia” forzata in un alloggio segreto, ideata da suo padre Otto onde sfuggire alle retate naziste e si interrompe il 1° di agosto 1944, pochi giorni prima dell’arresto e conseguente deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e quindi in quello di Bergen-Belsen, dove la giovane morì di tifo insieme alla sorella Margot tre settimane prima della liberazione del campo.
La sua memoria vive tutt’oggi a ricordo e monito dell’olocausto ebraico.
12. All’incrocio accanto si incontra un’altra figura esemplare di un’esperienza storica altrettanto dolorosa, ovvero la resistenza partigiana sempre durante la II Guerra Mondiale: Irma Bandiera (1915-1944), simbolo dell’importante ruolo che vi ebbero le donne, per certi versi quasi paritario, ma per cui pagarono un prezzo in molti casi più alto dei compagni di lotta.
Non si hanno notizie sulla sua vita, tranne che era bolognese, aveva conseguito la licenza elementare ed era iscritta al PCI.
Di famiglia benestante, moglie e madre affettuosa, “Mimma” (nome di battaglia) aveva aderito alla Resistenza, come staffetta nella 7ª G.A.P. – Brigate Garibaldi.
Audace combattente, il 6 agosto ’44, catturata dai nazifascisti con documenti compromettenti, venne seviziata per sei giorni dai fascisti, senza che questi riuscissero a farle confessare i nomi dei compagni. Alla fine, la fucilarono al Meloncello di Bologna e lasciarono il suo corpo esposto per un giorno intero davanti a casa sua.
Le è stata assegnata la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria e molte sono le vie a lei intitolate in tutta Italia.
13. Proseguendo per viale Venezia, questo si interseca con via Elisabetta Marchioni (1600?-1700?), pittrice barocca attiva nel capoluogo polesano tra la fine del ‘600 e l'inizio del ‘700, specializzata in nature morte di fiori e frutta, che anticipavano le fantasie floreali veneziane di Francesco Guardi. Di lei purtroppo non è pervenuta nessuna documentazione sul luogo e sulla data di nascita e di morte, perché non si conosce il suo cognome da nubile e Marchioni è il cognome del marito, l’orefice Sante, secondo un’usanza invalsa per molto tempo di chiamare le donne solo col cognome da coniugate.
Stando ad un’altra tradizione, si tratterebbe invece della monaca rodigina Elisabetta Marchiori; ma c’è chi unifica le due identità: Elisabetta, pittrice, rimasta vedova, si sarebbe fatta monaca. Per certo si sa che la artista, attiva ed apprezzata in vita non solo nella città natale, è ancor oggi molto quotata e i suoi quadri sono sparsi per tutto il mondo.
Rimane a Rovigo un paliotto floreale, inizialmente da lei donato alla Chiesa dei Cappuccini, conservato in Accademia dei Concordi, per essere utilizzato in alcune funzioni.
14. Per il Corso del Popolo si torna quindi, attraverso la rotatoria all’altezza della piazzetta Appiotti e per via San Bellino, si procede verso piazza San Bartolomeo. Prima di raggiungerla, sulla sinistra imbocchiamo via Don Minzoni, per raggiungere via Felicita Baseggio (1752-1829), suora, al secolo Anna Clara Giovanna, proveniente da una famiglia di artisti (pittori e scultori) di origine veneziana, residenti a Ferrara, ma molto presenti in Rovigo (il fratello Sante progettò l’Accademia dei Concordi e il Teatro Sociale).
Anche Anna fu avviata all’arte nella specializzazione della doratura e fu mandata a perfezionarsi in varie città italiane, compresa Rovigo; ma la vocazione religiosa, nonostante la decisa opposizione familiare, la indusse a prendere i voti, assumendo il nome di Felicita. E fu proprio nel convento rodigino delle Terziarie Francescane, dette Le Muneghete, che vestì l’abito, fino alla soppressione dell’Ordine a seguito del decreto napoleonico del 1805.
L’anno dopo passava alle Eremitane di Sant’Agostino, ma in seguito alla soppressione nel 1810 anche di questo ordine, visse privatamente ospitata da parenti, devotamente rispettata dalla comunità per le elevate virtù cristiane e i carismi (ebbe il dono delle stimmate e della veggenza, oltre a capacità visionarie e di fioretti). Nel 1995 si apriva il processo della sua canonizzazione e dal marzo 2007 è serva di Dio.
15. Continuando per via Don Minzoni, al Largo della Libertà si torna indietro per il Corso del Popolo, imboccando poi via Carducci fino a trovare sulla destra il vicolo dedicato a Cristina Roccati (1732-1797), dopo l’omonimo Istituto Scolastico.
Figlia di un’importante famiglia rodigina (la madre era una Campo), Cristina fu avviata privatamente agli studi classici, che poi perfezionò all’Università di Bologna (prima studentessa non bolognese). Di molteplici interessi, prediligeva tuttavia la fisica e le scienze naturali. Contemporaneamente mostrò una precoce predisposizione alla versificazione, tale da essere accolta all’Accademia dei Concordi a soli quindici anni, mentre più tardi iniziarono a circolare diverse raccolte poetiche apprezzate, che le guadagnarono la fama di “poetessa”.
Tra le prime donne laureate d’Italia (1751, laurea in filosofia), veniva iscritta in varie Accademie culturali, mentre a Padova perfezionava gli studi scientifici. Tornata definitivamente a Rovigo nel ’52, fu lettrice e principe (prima donna presidente) dell’Accademia dei Concordi, dove tenne anche 51 lezioni di fisica tuttora inedite.
16. Continuiamo il nostro itinerario raggiungendo viale Porta Po, superando il ponte sull’Adigetto fino alla piccola rotatoria che sulla destra ci porta in via Ramelli per accedere a via Jessie White (1832-1906). Giornalista inglese all’avanguardia, si dedicò alla causa risorgimentale italiana per amore: il suo nome, per noi polesani, è indissolubilmente legato a quello del marito, il noto Alberto Mario, illustre conterraneo lendinarese, fervente mazziniano, patriota e scrittore.
Arrestati dalla polizia piemontese per la loro attività cospiratrice, avevano approfondito la loro conoscenza in carcere. Era così sbocciato l’amore tra i due che, una volta scarcerati e sposati in Inghilterra, non si sarebbero più lasciati, condividendo il loro impegno sociale a seguito di Garibaldi, compresa la spedizione dei Mille. In particolare, Jessie, che figlia di ricchi armatori inglesi aveva studiato a Londra (medico mancato perché la mentalità maschilista del tempo le aveva negata l’iscrizione universitaria) si prodigò come infermiera e per la raccolta fondi a favore dei patrioti italiani, al punto da guadagnarsi il soprannome di “miss Uragano”.
Di particolare rilievo la sua produzione giornalistica e letteraria per i temi di denuncia sociale ed all’avanguardia. Oggi le sue spoglie, per sua volontà, riposano a Lendinara accanto a quelle del marito.
17. Via J. White traccia quindi una sorta di rettangolo i cui tre lati sono dedicati a donne con le vie Norma Cossetto e Marta Radici, idealmente tagliato a metà da via Clelia Consigli.
Norma Cossetto (1920-1943), giovane istriana laureanda in lettere e filosofia, figlia di un dirigente fascista, già insegnava mentre preparava la tesi, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre, un gruppo di partigiani titini con l’appoggio dei partigiani comunisti italiani, nello sbandamento generale, irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa.
L’indomani Norma fu convocata al comando partigiano, dove le fu chiesto di entrare nel movimento partigiano composto da partigiani comunisti italiani e slavi. A seguito del suo rifiuto, fu arrestata insieme a parenti ed amici; sottoposta a indicibili torture e violenze, venne infoibata, divenendo suo malgrado simbolo della tragedia delle Foibe.
Nel 2005 è stata insignita della medaglia d’oro al merito.
18. L’adiacente via Clelia Consigli (1879-1945) ci porta invece alla follia della Shoah.
Registrata all’anagrafe del comune di Rovigo, dove vi nacque da genitori ebrei, della Consigli si sa solo che abitava a Rovigo, quando vi venne arrestata il 29 ottobre 1944 insieme, in tutto, ad altri 39 ebrei, di cui 35 rifugiati in Polesine e solo 4 rodigini. Dalle carceri di Rovigo i detenuti furono trasferiti nel campo di Fossoli e poi deportati nei lager nazisti.
Dopo l’arresto, si perdono le tracce di Clelia. Forse fu detenuta a Bolzano o forse non lasciò mai Rovigo: un mistero circonda la sua morte, che avvenne in luogo e data ignoti.
Con lei il comune di Rovigo dedicandole una strada, insieme all’altra dedicata a Luigia Modena Colorni, ha inteso rendere un doveroso tributo alle vittime dell’Olocausto del nostro territorio e di tutta Europa.
(Continua…)
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Rosanna Beccari. “Itinerario di Genere”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/itinerario-di-genere/