E’ ritornata a Chioggia, dopo sessantasei anni, una pregevole tela di Giuseppe Angeli. Si tratta di una grande pala d’altare (cm 374 x 195) dipinta nel 1760 per la chiesa bassopolesana di Gnocca. I patrizi veneziani Soranzo, proprietari del fondo, nel 1737 vi avevano costruito la chiesa, che vollero abbellire anche di suppellettili e di un grande dipinto. Per via di successione ereditaria il fondo agricolo passò nel Novecento alla famiglia Arcangeli di Venezia. Questa, incalzata dal parroco del luogo che ravvisava la necessità di un restauro alla tela dell’altar maggiore, ottenuto dalla Soprintendenza il consenso al restauro – che si sarebbe dovuto eseguire a Padova – nel giugno 1950 portò la tela a Venezia, non al restauro.
In seguito alla serie di alluvioni che si abbatterono sul Polesine negli anni successivi (1951-66), se ne persero le tracce (gravavano ben altri problemi nel Delta!).
Frattanto, mentre più nessuno nell’area della foce del Po – e più in generale nella Diocesi di Chioggia – pensava alla pregevole pala d’altare, questa, per via d’eredità giungeva a Roma presso la famiglia Salce.
Il ritrovamento a Roma, dopo sessant’anni dalla sua partenza da Gnocca, fu del tutto fortuito. Ecco come andarono i fatti.
Un ritrovamento fortuito
A fine aprile 2009 la Curia di Chioggia viene informata dal Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio di Venezia che a Roma è stata posta all’asta per fine maggio dalla casa Finarte una pala d’altare (viene allegata la relativa foto) proveniente da Gnocca. La richiesta è se Gnocca sia nella diocesi di Chioggia e, in caso, se si possa dimostrare che il dipinto proviene da quella chiesa parrocchiale. Dopo una rapida ricerca d’archivio nelle carte della Curia e nell’archivio parrocchiale di Oca (dov’era confluito il materiale archivistico dopo l’abbattimento della chiesa di Gnocca, irreparabilmente danneggiata dalle alluvioni), l’Ufficio Diocesano Beni Culturali prende contatto con alcune persone del territorio comunale di Porto Tolle e nel giro di qualche settimana può documentare l’antica pertinenza della tela alla chiesa di Gnocca.
A questo punto interviene la Procura che, prima della scadenza di fine maggio, blocca l’asta del quadro. A dicembre si celebra a Roma il processo, che si conclude senza una sentenza di fatto: occorre una riflessione ulteriore per accertare, in base al Diritto Canonico, di chi siano i beni artistici esposti alla pubblica venerazione nelle chiese.
A febbraio 2010 il tribunale di Roma comunica alla Diocesi che non si riconosce dolo negli attuali detentori della tela (famiglia Salce) e che il processo viene commutato da penale in civile. Frattanto dopo qualche mese muore l’affidatario della tela, l’anziano sig. Salce. E il vescovo di Chioggia mons. Adriano Tessarollo decide di rinunciare alle vie legali per andare a trattative dirette con gli eredi Salce.
Nel giro di cinque anni la diocesi di Chioggia dialoga con gli eredi; crea un’intesa di fiducia tra le parti; promuove un’ispezione per accertare la situazione della tela dopo il recente restauro. Poi, con l’assistenza delle Soprintendenze di Roma e di Venezia, si arriva alla transazione tra la Diocesi di Chioggia e gli eredi Salce.
Passati i sessanta giorni previsti dalla normativa per assicurare il diritto di prelazione dello Stato sull’opera d’arte, il Ministero ai Beni Culturali autorizza lo spostamento della tela, che – operato il saldo – viene riportata a Chioggia, intelaiata e collocata nel Cuore del Museo diocesano come documento della vita di fede della gente polesana.
Testimonianza di fede della gente del Delta
La composizione spiraliforme del dipinto mostra infatti – in basso – una scena di pescatori. Nelle zone vallive del Polesine effettivamente si viveva di pesca e di riso. Le figure dei due santi (l’apostolo Andrea, protettore dei pescatori e patrono della chiesa di Gnocca, e il contemplativo Giovanni evangelista) intercedono presso la Vergine e il Bambino, perché allontanino dal territorio i pericoli sempre in agguato: umidità e malaria, esondazioni e alluvioni. E il Bambino con mano imperiosa sembra esorcizzare le forze del male, mentre gli angioletti che aleggiano sopra la Vergine inneggiano alla vita.
Il valore apotropaico della scena è più che evidente. Ma la tela si accredita anche come testimonianza della devozione popolare ai santi. Si sa che nei casi di piena dei fiumi (la chiesa di Gnocca prospettava su un ramo del Po) i fedeli chiedevano di portare processionalmente la statua del santo titolare sull’argine del fiume, fino a toccare con la base dell’apparato processionale l’acqua minacciosa. Il sacro a difesa del territorio: è una percezione arcaica legata alle iconografie devozionali e a certe manifestazioni di religiosità popolare.
Dunque l’odissea della tela è andata a lieto fine. La Diocesi di Chioggia si è riappropriata di un’insigne opera d’arte; la storia del Polesine ha ritrovato un ulteriore tassello a riprova della sua religiosità.
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Come citare questo articolo
Giuliano Marangon. “La grande tela di Giuseppe Angeli”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-grande-tela-di-giuseppe-angeli/