Cent’anni fa, il 5 marzo 1906, si spegneva a Firenze Jessie White, personaggio di sicuro rilievo nell’ambito del Risorgimento italiano, che condivise col marito Alberto Mario di Lendinara speranze ed impegno militante. Due personaggi, i coniugi Mario, che hanno una statura che va oltre il piano locale, per configurarsi come protagonisti di un internazionalismo ante-litteram: in particolare Jessie White, vissuta fra Inghilterra, Francia, America, Italia.
Era nata nel sud dell’Inghilterra, a Portsmuth nel 1832, da una famiglia di armatori, e cresciuta in quell’Inghilterra vittoriana, patria della libertà e rifugio di tanti patrioti esuli dal continente negli anni della Restaurazione per sfuggire alle persecuzioni della polizia contro i liberali.
Di carattere certamente vivace e anticonformista, fin dagli studi giovanili, mostrò propensione verso gli ideali di indipendenza nazionale e giustizia sociale che dovevano ancora affermarsi in gran parte del continente.
Dopo aver compiuto gli studi superiori a Londra, nel 1850 si recò in Francia, a Parigi, dove intraprese gli studi universitari in filosofia alla Sorbona, dopo avere inutilmente tentato di essere ammessa a frequentare una facoltà, quella di medicina, considerata all’epoca – e fino a decenni recenti – riservata ai maschi. Infatti secondo una tradizione legata anche all’organizzazione ospedaliera, gli uomini fanno i medici e le donne le infermiere; nei paesi cattolici poi le donne erano al tempo quasi esclusivamente suore.
Probabilmente a Parigi venne in contatto con l’ambiente degli esuli italiani che lottavano per il Risorgimento italiano, ma è al suo rientro in Inghilterra che si avvicinò in modo concreto ed operativo ai circoli mazziniani londinesi e divenne “italiana di sentimenti”, fervente attivista del movimento per l’indipendenza della penisola, diventando, ad appena venti anni, una brillante conferenziera che andava in giro nelle città inglesi ed illustrare le condizioni dell’Italia ancora divisa in tanti staterelli, ma nella quale gli spiriti migliori anelavo all’unificazione del paese, che secondo Mazzini avrebbe dovuto assumere la forma repubblicana e il carattere unitario.
Nell’ambiente mazziniano fu coinvolta nell’organizzazione di manifestazioni patriottiche, che l’esule cercava di alimentare da Londra durante gli anni Cinquanta dell’Ottocento, perché l’opinione pubblica italiana e internazionale non abbandonasse l’idea di un’Italia, unita, libera, repubblicana, di fronte ai tentativi messi in atto dal Regno di Sardegna e dal suo primo ministro Cavour, di dare alla questione italiana una soluzione monarchica per iniziativa del Piemonte.
Fu proprio in occasione di una delle sue visite a Genova, dove si era recata clandestinamente sotto falso nome e con la veste ufficiale di giornalista corrispondente del “Daily News”, per non farsi intercettare della polizia sabauda, che fu scoperta ed arrestata nel luglio 1857, perché facente parte del gruppo che stava preparando un tentativo di insurrezione capeggiato da Carlo Pisacane. Fra l’altro poco prima del suo arresto lo stesso Pisacane le consegnò il suo testamento politico, alla vigilia della partenza per la sfortunata spedizione di Sapri, quasi simbolico passaggio del testimone.
A Genova nella stessa circostanza fu arrestato anche un giovane esule da Lendinara, Alberto Mario, costretto all’esilio dal Lombardo-Veneto, dopo che nel Quarantotto aveva partecipato come volontario dalla prima guerra di indipendenza. I due si conobbero e, proprio nelle segrete del carcere, si sviluppò il loro sentimento d’amore e prese vita un rapporto che li legherà fino alla morte. Jessie e Alberto politicamente sono sempre stati molto diversi: «La Jessie mazziniana ardente e unitaria intransigente; Alberto seguace di Cattaneo e Ferrari, federalista logico e convinto; le tendenze e la cultura della Jessie essenzialmente moderne; la cultura di Mario essenzialmente classica. La Jessie portata a preferenza agli studi sociali, Mario a quelli politici e letterari» (L. BERTELLI, Jessie White Mario, Firenze, 1916). Eppure fra i due nacque una sorta di proficua intesa, anche sul piano intellettuale, secondo quanto ci ha lasciato scritto Alberto: «Jessie White ha profondamente modificato la mia educazione politica e letteraria, sfrondandola, per quanto le riuscì, del rigoglio retorico, richiamandomi all’osservanza del reale e iniziandomi nei segreti del pensiero inglese, mondo nuovo per me che veleggiavo placidamente sul lago dell’idealismo hegeliano».
Jessie White, condannata a Genova a quattro mesi di carcere, fu rimessa in libertà poco dopo, il 14 novembre del ’57, ed espulsa dagli stati sardi. Ritornò quindi nella sua Inghilterra, dove si sposò con Alberto Mario il 19 dicembre 1857, e dove riprese e strinse i contatti con Mazzini, ai cui ideali rimase sempre legata.
L’anno successivo i due coniugi si recarono negli Stati Uniti d’America, non per compiere un viaggio di nozze, ma per condurre un ciclo di conferenze in favore della causa italiana e per raccogliere fondi presso l’opinione pubblica americana, scossa in quegli anni proprio dai conflitti fra nordisti, favorevoli all’abolizione della schiavitù, e sudisti contrari, che minacciavano di infrangere l’unione della giovane nazione americana e che sfociarono nella guerra di secessione.
Intanto in Italia nel ‘59 scoppiava la seconda guerra di indipendenza e i coniugi Mario si affrettarono a rientrare per prendervi parte, ma furono espulsi dal Regno di Sardegna e costretti a rifugiarsi in Svizzera presso Carlo Cattaneo. L’anno successivo partiva la spedizione dei Mille guidata da Garibaldi, che avrebbe portato all’unità d’Italia. I coniugi Mario, sempre attenti alle vicende risorgimentali, si affrettarono a rientrare in Italia per prendervi parte: non fecero in tempo a salpare da Quarto insieme a Garibaldi; partirono con la successiva spedizione di rinforzo guidata da Giuseppe Medici.
Se di Mazzini la White seguirà sempre gli ideali di intransigenza repubblicana e unitaria, di Garibaldi ammirava l’azione, l’impegno diretto nelle lotta per l’indipendenza della penisola, il coraggio del generale, la figura carismatica. Pertanto rimase sempre in una collocazione vicina ad entrambi, anche quando le loro posizioni furono fortemente contrastanti, riuscendo a mantenere un rapporto personale sgombro dalle interferenze della strategia politica; e di entrambi ne scrisse biografie monumentali, che avrebbero dovuto costituire dei modelli di vita per le nuove generazioni.
In Sicilia la White fu incaricata da Garibaldi di organizzare i soccorsi ai feriti, (la chiamava l’infermiera dei miei feriti), di allestire gli ospedali da campo e le infermerie al seguito dell’esercito, mentre Alberto fu incaricato di predisporre a Palermo una sorta di accademia militare, una scuola in cui addestrare alla disciplina, al lavoro e allo studio le centinaia di picciotti siciliani, che vivevano per le strade, dediti spesso alla piccola malavita. Al momento della liberazione di Napoli dai Borboni, nel settembre 1860, Jessie White entrò nella città partenopea in carrozza accanto a Garibaldi, a significare il ruolo che il Generale le attribuiva.
Negli anni successivi i coniugi Mario vivono fra Napoli e Firenze, fino a quando, in seguito alla terza guerra d’indipendenza (durante la quale Jessie fu di nuovo alla guida delle infermerie allestite al seguito del corpo di spedizione di Garibaldi) il Lombardo-Veneto passò dalle mani dell’Austria al Regno d’Italia e l’esule Alberto Mario poté rientrare a Lendinara.
Da allora Jessie White – pur viaggiando per tutta la vita – piantò le radici nella città polesana ove visse per gran parte del tempo negli ultimi quarant’anni della sua esistenza.
Nel 1870 durante la guerra franco prussiana i garibaldini parteciparono ad una spedizione militare a fianco della Francia repubblicana, della quale la White ci ha lasciato una ricca documentazione nel volume I Garibaldini in Francia (Roma, Polizzi, 1871).
Dopo il 1870 la White visse in Polesine le stagioni della maturità e della vecchiaia, vedendo spegnersi uno ad uno i grandi protagonisti del Risorgimento: Cattaneo nel 1869, Mazzini nel 71, Garibaldi nell’82, il marito Alberto Mario nell’83, Bertani, e poi via via Crispi, Depretis, Nicotera, e tanti altri.
Rimasta vedova e malata non si arrese mai: quando in seguito ad una emiparesi una mano non rispose più al suo bisogno di scrivere lettere, libri, articoli per i giornali, acquistò una macchina da scrivere, che all’epoca doveva costituire qualcosa di avveniristico, e prese con se una ragazza alla quale dettava i suoi articoli. Sono gli anni della delusione per l’inadeguatezza della nuova Italia alle speranze coltivate durante le lotte risorgimentali, gli anni dello sconforto e della solitudine. Sono gli anni in cui leggiamo di una Jessie altera, e spesso tuonante contro la corruzione, il malgoverno, i tempi tristi.
Oltre all’attività giornalistica, di sicuro rilievo fu lo studio e il contributo alla soluzione di quella che all’epoca fu definita la questione sociale: le inchieste di Jessie White oggi hanno una validità documentaria eccezionale nel farci conoscere i grandi temi della questione meridionale ottocentesca, indagata sulla scia delle lettere meridionali di Pasquale Villari, con una approfondita indagine sulla miseria di Napoli (definita “la prima grande inchiesta nella storia del giornalismo italiano”, pubblicata a puntate nel 1877 su “Il pungolo” e poi raccolta in volume nel 1885), sulle condizioni dei carusi siciliani (Le miniere di zolfo in Sicilia, 1894), sulla malaria e la pellagra, sulla questione agraria e le condizioni dei contadini, dei quali si occupò collaborando con Bertani alla grande inchiesta agraria del 1881-1884, l’inchiesta ancora nota con il nome del presidente della Giunta che la realizzò, Stefano Jacini.
Infine si occupò dei problemi della prostituzione, dell’infanzia abbandonata, delle condizioni miserande del suo Polesine e di Lendinara, dove viveva o tornava dopo i suoi frequenti viaggi e visite nelle regioni lontane per studiarne le condizioni, o a Firenze, o a Roma per seguire come giornalista appassionata i lavori parlamentari, o durante gli ultimi dieci anni della sua vita quando insegnò nella facoltà di Magistero all’Università di Firenze, dove morì nel 1906, ma volle che i funerali dopo il commiato fiorentino fossero a Lendinara e chiese di essere sepolta nel nuovo cimitero, il vecchio era una pozzanghera, accanto al suo Alberto Mario, che l’aveva lasciata sola da oltre venti anni, nel 1883, morto in seguito ad un tumore facciale, che le era costato molte sofferenze e interventi chirurgici per contenerlo.
Grande famiglia quella di Alberto Mario e della moglie Jessie White, che si interessò anche delle condizioni miserabili del Polesine, dei ceti popolari e dei poveri di Lendinara, ai quali la White lasciò in eredità i suoi terreni vicino alla casa e dove furono costruite le case per gli operai che ancora oggi vediamo.
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Come citare questo articolo
Ivo Biagianti. “Jessie White Mario (1832-1906)”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/jessie-white-mario-1832-1906/