Cinquant’anni fa, un breve ma importante decreto ministeriale metteva in atto il cambiamento totale dell’abitato di Papozze e dava inizio ad una nuova era per il centro rivierasco.
Era il 14 gennaio 1956. Ecco il testo integrale dell’importante decisione: “Trasferimento parziale dell’abitato di Papozze in provincia di Rovigo in dipendenza dell’alluvione del novembre 1951”. Il Ministero per i Lavori Pubblici di concerto con il Ministero per il Tesoro; vista la legge 9 agosto 1954 n. 636; ritenuta la necessità di provvedere al trasferimento parziale dell’abitato di Papozze a causa dell’alluvione del 1951; sentito il parere del comitato tecnico-amministrativo presso il Magistrato alle Acque Provveditorato Regionale alle opere pubbliche con sede in Venezia; Decreta: l’abitato di Papozze, in provincia di Rovigo, è da trasferire a cura e spese dello Stato, a termini della citata legge 9 agosto 1954 n. 636, limitatamente alla zona racchiusa nella golena limitata dall’arginatura di seconda categoria e da un argine golenale che corre lungo un piccolo argine del Po denominato Poazzo.
Il presente decreto sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Italiana. Roma 14 gennaio 1956.
Il Ministro per i lavori Pubblici Romita; Il Ministro per il tesoro Gava
Il Decreto è stato Registrato alla Corte dei Conti il 15 febbraio 1956 Registro n. 6 Lavori Pubblici, foglio 43 (Gazzetta ufficiale n. 62 del 14 marzo 1956).
Della vecchia Papozze oggi restano soltanto nostalgiche immagini fotografiche che rimandano ad una storia secolare di intenso rapporto col grande fiume: l’abitato di Papozze, denominato “Piazza Cantone” sorgeva infatti in golena. Dalla parte opposta, oltre l’argine, in piano campagna, si trovava invece l’ottocentesca chiesa parrocchiale e le varie borgate con tante case sparse.
Ancora vivi nel ricordo degli anziani sono i giorni dell’alluvione del 1951 e le vicende che seguirono. Nei giorni precedenti il drammatico evento, fino a quel triste 14 novembre del ’51, la popolazione di Papozze aveva lavorato a lungo nel tentativo di salvare il nucleo del paese in golena, cercando di arginare le acque crescenti con sacchi di sabbia e terra, ma ciò non valse a nulla perché il fiume alla fine riuscì ad impadronirsi per tracimazione dell’abitato. Poche ore dopo, però, si assistette ad un fatto strano: il livello dell’acqua cominciava a scendere e la pressione ad allentarsi; si capì che qualcosa di grave era accaduto a monte, perché l’acqua stava tornando indietro.
Ben presto si ebbe una conferma ai dubbi, con la notizia che il fiume aveva rotto gli argini ad Occhiobello. In pochi giorni buona parte del Polesine veniva raggiunto dalle acque alluvionali, mentre a Papozze la situazione si capovolgeva: quel catino golenale che era “Piazza Cantone”, a stretto contatto con l’alveo del fiume, sgonfiatosi a seguito la rotta, ritornava ben presto all’asciutto con l’ausilio anche di pompe, mentre l’acqua fuoriuscita dalla breccia di Occhiobello si impadroniva del piano campagna oltre l’argine maestro.
Gli interventi successivi all’alluvione del Polesine sono noti, e più volte si è parlato del “miracolo umano”, ottenuto grazie ad un impegno spasmodico, con la ripresa, sia pur precaria, della vita nel territorio della provincia gravemente ferita, già dalla primavera del ’52. Dopo la liberazione delle acque dalla pianura alluvionata, iniziava frattanto a delinearsi un vasto programma di ricostruzione, con l’obiettivo primario di garantire la sicurezza idraulica.
A Papozze si accese immediatamente il dibattito sulla fragilità e precarietà del cuore del paese che per mesi era rimasto un’isola tra il letto del fiume e la campagna allagata.
Paradossalmente quel cuore, a stretto contatto con il fiume, nei giorni dell’alluvione aveva subito meno ingiurie del resto del territorio comunale disteso nella campagna invasa dalle acque. Era però chiaro che il piano di sicurezza del Polesine prevedeva il rinforzo ed il rialzo degli argini maestri per la salvaguardia di tutta vasta piana tra Po ed Adige, lasciando sguarnite le aree golenali. Come difendere dunque la vecchia Papozze?
Il decreto del 14 gennaio pose fine a qualsiasi ipotesi di tutela. Il cuore del paese in golena andava abbandonato. Per Papozze era necessario voltare pagina: sarebbe sorto un nuovo nucleo di riferimento per il paese. Dopo alcuni anni, infatti, lo Stato espropriò un’area di circa 180 mila metri quadri, dove sorge l’attuale nuovo centro abitato.
Iniziarono frattanto le opere di urbanizzazione, mentre tra la popolazione si intrecciavano stati d’animo contrastanti: di attesa per il nuovo che stava per nascere, e di malinconia per il lungo passato di vita in golena che si stava per chiudere definitivamente.
Iniziò così la lenta demolizione del vecchio centro abitato e il conseguente sorgere delle prime abitazioni nella nuova area. Lo Stato indennizzava i residenti che, con il ricavato, avrebbero potuto edificare la nuova abitazione, ma molti con quel modesto gruzzolo tentarono la via dell’emigrazione cercando fortuna altrove.
Furono anni di grande lavoro, con un accavallarsi di sentimenti antitetici, soprattutto gioia e tristezza: si acquistava la sicurezza e si cancellavano anni di storia.
A distanza di cinquant’anni è ancora difficile dire quale stato d’animo abbia avuto il sopravvento.
Una cosa è certa: non bisogna dimenticare. Pertanto questo 50° Anniversario è bene divenga l’occasione per una rivisitazione storica di quegli anni.
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Come citare questo articolo
Antonio Dimer Manzolli. “La vecchia Papozze”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vecchia-papozze/