Non c’è più. Non c’è più dal 1983 la casa sull’argine di Polesella. Nel 1989 ho pensato di pubblicare un libro intitolato “La Casa”, dedicato alla singolare abitazione nota anche come “La Chiavica”, situata sul Po, verso Garofolo, sul Molo Micheli. Una dimora a cui ero molto legata: era la casa della famiglia di mia madre, la famiglia Gennari, che l’ha abitata per circa cinquant’anni.
Il libro “La Casa” è costituito di sole immagini, foto e disegni di quell’edificio scomparso, vissuto come “simbolo”, pensandolo dal punto di vista psicologico più che da quello storico. Questo per il grande fascino che aveva ai miei occhi, e che si basava sulla sua “forma” alquanto originale, e sulla lontananza da ogni centro abitato; aspetti questi che ne rafforzavano il mistero e l’ambiguità. Al momento della pubblicazione del volume la casa era sparita da sei anni, ma era come se “ci fosse ancora”, come se avesse lasciato il proprio fantasma in modo che, passando per la Statale 16, si avesse l’impressione che, ancora, dominasse il paese dall’alto.
Adesso sono trascorsi ventisette anni, c’è un intera generazione che non l’ha mai vista ma, soprattutto, se ne sono andati quasi tutti coloro che nella casa hanno dimorato: i miei nonni non ci sono più, ed anche i miei genitori sono morti, io ho una certa età e molta nostalgia: vago tristemente nell’oceano della nostalgia.
E’ forse il momento giusto per raccontarne la storia, così come la conosco io.
La casa aveva circa cento anni, essendo stata costruita nella seconda metà dell’ottocento e demolita nel 1983. Era conosciuta come “la Chiavica” o, meglio, in dialetto, “la Ciavga”, perché eretta nei pressi della Chiavica Ferrarese, il manufatto tramite il quale il canale Poazzo si gettava nel Po. Attorno al 1909 il Poazzo è stato deviato e la Chiavica Ferrarese è stata semplicemente “interrata”: questa falla sotto la casa, in seguito all’Alluvione del 1951, è la causa della demolizione per rinforzare gli argini.
La Casa era un massiccio e poliedrico caseggiato sulla sommità dell’argine, un luogo ideale per il commercio: nasce come “pizzicaria” cioe’ rivendita di formaggi, poi, nel 1920, quando mio bisnonno Giuseppe Gennari l’acquista, era già un’osteria.
La mia famiglia ne allarga i commerci e, come dicono le scritte, diventa: alloggio, trattoria, e spaccio di commestibili. Inoltre, scendendo una scaletta, c’era la bottega di un barbiere, mio nonno Ugo Gennari; uno spazio questo che poi fu utilizzato da suo fratello sarto per confezionare e commercializzare abbigliamento maschile.
Accanto alla denominazione “Ciavga” abbiamo anche quella “da Canon”, il sopranome con cui era conosciuta la famiglia di mia madre.
Questo composito emporio rivestì una notevole importanza fino all’alluvione, dal momento che la via dell’argine del Po era la strada principale tra Rovigo e Ferrara. Dopo l’alluvione si costruisce la Statale 16, così la “Ciavga” rimane isolata come un’affascinante cattedrale nel deserto. Ma mio nonno non si dà per vinto e punta sulla “trattoria” e, per incrementare gli affari, fa costruire la mitica terrazza con magica vista sul Po.
Sono gli anni in cui ho conosciuto la casa, cioè dalla mia nascita nel 1955, al 1970, anno in cui i miei familiari, ormai anziani, si trasferiscono in un appartamento del centro, affittando la casa ad altri.
Il motivo della mia grande frequentazione della casa sta nel fatto che i miei genitori con me, andavano là molto spesso per aiutare i nonni, soprattutto nei week-end estivi, molto affollati da clienti alla ricerca della specialità della casa cioè: “l’anguilla” ai ferri, in umido, fritta.
Tra la Casa e l’arte si sviluppa una forte relazione a partire dai primi anni quaranta, quando diventa set di alcune scene del film di Luchino Visconti “Ossessione”, con Clara Calamai e Massimo Girotti. Il film d’esordio del grande regista considerato il primo film “Neorealista”. Dopo l’Alluvione, nel 1956, diviene set di una cooproduzione italo-tedesca: “Uragano sul Po”, con Maria Schell e Raf Vallone.
Nel periodo che conosco meglio, cioè gli anni Sessanta, le persone che affluivano alla trattoria quasi sempre avevano una macchina fotografica, qualche volta tele e pennelli. Alcuni si sono fermati alcune settimane per ricercare un’ispirazione poetica.
E’ molto difficile una catalogazione di opere d’arte ispirate dalla casa. Fra i numerosi quadri che la ritraggono possiamo ricordare una “serigrafia” del pittore ferrarese Nemesio Orsatti (1912-1988) tratto da “La mia Polesella perduta” di Rubis Zemella.
Così, sganciata da strade e altre case, era un altro pianeta, in cui rifugiarsi da una vita che già iniziava a farsi stressante.
L’unico neo in quel paradiso era il “problema” che si riaffacciava ciclicamente nelle parole del nonno: “…dicono che è già decisa la demolizione di questa casa, è solo questione di tempo…”. Quanto sentivo queste parole mi venivano le vertigini e mi sembrava di sprofondare nel Po.
La casa mi piaceva molto, nonostante la mia giovinezza. E non mi stancavo di visitarne le numerose stanze dalla soffitta alla cantina, e tutto l’ambiente circostante, passando per la terrazza e la discesa verso il Po. Mi consideravo fortunata di avere libero accesso a questo “castello” sul Po.
Quando i miei hanno lasciato la casa, l’ho lasciata anch’io, nel senso che dal 1970 al 1983 ci sono andata una sola volta poco prima che fosse abbattuta. Volevo conservare il ricordo di un edificio non ancora fatiscente, centro ideale della famiglia e della mia stessa identità.
L’Alluvione si è verificata nel1951, la demolizione della casa è stata decisa da subito, ma è stata protratta nel tempo. Lentamente sono stati eseguiti i vari lavori di rinforzo degli argini e di ammodernamento del paese come la costruzione de ponte nuovo nel 1980, in sostituzione del pittoresco ponte in chiatte. La demolizione della casa è stato l’ultimo lavoro, a trentadue anni dall’Alluvione, trentadue anni in cui ad alcuni è stato regalato il privilegio di conoscere il fascino e il mistero di quella vecchia casa cioè la sua “illusione”: non morire mai, la quasi convinzione di ingannare un destino inesorabile impersonato dal “Magistrato del Po”.
A ventisette anni dalla caduta, la disillusione è durissima, proprio per l’eleganza della cornice in cui eravamo inseriti io e la mia famiglia. “Ciò che si verifica una volta è come se non fosse mai accaduto” (einmal ist keinmal, da un proverbio tedesco) è il giusto epitaffio per quella casa, per i miei ma, soprattutto, per me.
Adesso passando sull’argine, di fronte al molo Micheli, penso molto vagamente a tutto quello che vi era costruito sopra, a tutte le persone che hanno conosciuto l’atmosfera particolare di quel luogo, e per così tanti anni…
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Come citare questo articolo
Simonetta Nichelini. “La “Casa” di Polesella”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-casa-di-polesella/