In un piccolo paese vicino al mare, in un appartamento all’ultimo piano di un tozzo edificio, vivevano Giorgio e Bianca, marito e moglie da circa un anno. Avevano la stessa passione: la pittura. Il loro soggetto preferito era la vista sul mare dalla finestra della camera da letto che tuttavia era oscurata in parte da un edificio di colore rosso.
All’inizio dell’autunno, quando ormai il caldo estivo si era assopito, si introdusse in quel paesino uno straniero freddo e invisibile, che i dottori chiamarono malaria e si mise a toccare qua e là con le sue dita gelide.
Il Signor Malaria non guardava di certo in faccia a nessuno e con forza distruttrice marciò spavaldo, facendo una gran quantità di vittime, tra cui proprio Bianca. La ragazza giaceva, quasi immobile, nel lettone di legno massiccio, guardando oltre i vetri della piccola finestra la vicina casa rossa.
Dopo aver visitato accuratamente la povera Bianca, il dottore fece uscire Giorgio nel corridoio e, scuotendo il termometro per far scendere il mercurio, disse: “Ha una possibilità, diciamo, su dieci. E la possibilità dipende dalla sua voglia di vivere. Sua moglie si è messa in testa di non guarire?”.
“Ma no, dottore, anzi ama la vita. È solo che sta attraversando un brutto periodo di depressione” rispose Giorgio.
“Sua moglie non ha in mente qualcosa che possa spingerla a desiderare la vita?” replicò il dottore.
“Sì, un figlio… quel figlio che tanto abbiamo desiderato e che non siamo ancora riusciti ad avere. Forse è questo che la turba”.
“Farò tutto quello che la scienza mi permetterà di realizzare” disse il medico. “Comunque la parte più importante la deve fare lei, mio caro Giorgio”.
Tentando di nascondere il suo stato interiore, Giorgio entrò in camera da letto fischiettando con la tavola da disegno. Bianca, stesa sul letto, non faceva quasi alcun rigonfiamento nelle coperte. Teneva la faccia verso la finestra.
Pensando che dormisse, Giorgio smise di fischiare; sistemò la sua tavola e cominciò a disegnare.
Mentre schizzava un paesaggio marino, udì un bisbiglio basso, ripetuto più volte. Si affrettò ad accostarsi al letto. Bianca teneva gli occhi spalancati. Guardava fuori dalla finestra e contava… contava consecutivamente.
Giorgio guardò prontamente fuori dalla finestra. Che cosa c’era da contare? Si vedeva solo il mare gonfiato da un leggero vento freddo, e la vicina casa rossa. Una vecchia pianta d’edera si arrampicava sino a metà muro. L’alito freddo dell’autunno aveva fatto cadere le foglie della pianta e i suoi rami scheletrici si aggrappavano, quasi nudi, all’intonaco sgretolato.
“Che cosa c’è, cara?” domandò Giorgio.
“Otto” disse Bianca, quasi in un bisbiglio. “Adesso cadono più in fretta. Solo ieri ce n’erano un centinaio. Mi veniva il mal di testa a contarle. Ma adesso è facile. Ecco, ne è caduta un’altra e un’altra ancora. Ne sono rimaste solo sei”.
“Sei, che cosa, cara?” disse Giorgio.
“Sei foglie, sull’edera. Quando cade l’ultima debbo andarmene anch’io. Sono alcuni giorni che lo so. Non te l’ha detto il medico?”.
Non ho mai sentito una sciocchezza simile”, replicò Giorgio indignato. “Che cosa hanno a che fare le foglie secche dell’edera con la tua guarigione? Non essere stupida. Il dottore mi ha detto che hai buone probabilità di rimetterti. Cerca di mangiare qualcosa adesso”.
“No, no, lascia stare” disse Bianca tenendo gli occhi fissi alla finestra. “Se ne va un’altra. Di foglie ne sono rimaste solo cinque. Voglio veder cadere l’ultima prima che faccia buio. Poi me ne andrò anch’io”.
“Bianca”, disse Giorgio curvandosi sul letto, “vuoi promettermi di tenere gli occhi chiusi e di non guardare fuori dalla finestra, finché avrò finito il mio lavoro?
Non voglio che continui a fissare quelle stupide foglie secche. Fallo per me”.
“Avvertimi quando avrai finito” disse Bianca, diafana e immobile come una statua, “perché voglio vedere l’ultima foglia che cade. Sono stanca di aspettare. Sono stanca di pensare. Voglio staccarmi da tutto e veleggiare giù come una di quelle foglie stanche”.
“Ma che dici? Il nostro amore deve spingerti a sopravvivere” disse Giorgio mentre Bianca esausta chiudeva finalmente gli occhi cadendo in un breve sonno profondo.
La mattinata seguente Giorgio trovò Bianca con gli occhi spalancati che fissavano immobili la tenda tirata della camera.
“Sposta la tenda, voglio vedere”, ordinò in un bisbiglio.
Prontamente Giorgio obbedì.
Dopo la pioggia battente durata tutta la notte e le violente folate di vento, contro il muro rosso c’era ancora una foglia d’edera. L’ultima della pianta. Ancora verde vicino allo stelo, ma con i bordi già tinti di giallo, indice del disfacimento autunnale, la foglia restava coraggiosamente appesa ad un ramo.
“È l’ultima” disse Bianca. “Ero sicura che sarebbe caduta durante la notte. Ho sentito il vento. Comunque cadrà oggi e io morirò!”.
“Tesoro!” disse Giorgio abbassando la faccia stanca sul guanciale. “Se non vuoi pensare a te stessa, pensa a me. Che farò senza di te?”.
Bianca non rispose. La sola cosa che le interessava era quella foglia, l’ultimo suo appiglio alla vita.
Il giorno stava finendo, e anche attraverso la luce incerta del crepuscolo, si poteva vedere la solitaria foglia d’edera attaccata allo stelo, contro il muro rosso. Poi, con l’avanzare della notte, il vento riprese a soffiare più forte.
La mattina seguente la foglia d’edera era ancora lì. Bianca rimase a fissarla a lungo. Poi chiamò Giorgio, impegnato a preparare la minestra calda che puntualmente Bianca rifiutava.
“Che cosa ho fatto per meritarmi questo?” disse Bianca. “La foglia è ancora là. È un peccato desiderare di morire? Portami pure un po’ di minestra e magari anche uno specchio per sistemarmi”.
Il medico venne nel pomeriggio e disse: “Buone probabilità. Con un’assistenza adeguata vincerà”.
Il giorno dopo Bianca disse a Giorgio: “Caro, spero un giorno di avere quel figlio che abbiamo tanto desiderato”.
Il dottore tornò a visitarla: “Ormai è fuori pericolo: la febbre e le crisi sono passate. Ha vinto!”.
Ben presto Bianca cominciò ad alzarsi e a fare i primi passi; si sentiva forte e soprattutto desiderava vivere per Giorgio e per il figlio che avrebbe voluto avere. Si era quasi dimenticata della foglia d’edera, quando guardò dalla finestra della camera da letto verso la parete della casa rossa. “È rimasta lei sola. Chissà perché non vola via quando soffia il vento”, disse sottovoce rivolgendosi al marito.
“Non vedi, tesoro”, ribatté Giorgio, “è il mio più bel capolavoro. L’ho dipinta la stessa notte in cui è caduta l’ultima foglia.
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Come citare questo articolo
Elena Pellegrin. “La finestra sul mare”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-finestra-sul-mare/