I conflitti sanguinosi, che da adolescente aveva letto nei libri di storia, erano alle porte; e fame e povertà, si respiravano a pieni polmoni in un mondo talmente ricco in contraddizioni, e saturo di chiari e di scuri, da portare scompiglio anche nella più ordinata delle vite.
Non che di Letizia si potesse dire che avesse avuto un’esistenza ordinata.
Anzi! Anche lei era in guerra, e da tutta una vita, per giunta!
A cambiare erano soltanto gli strumenti. Il carro armato era la poltrona del suo piccolo studio rubato a un bugigattolo nel sottoscala, il fucile erano mani rese adunche dal peso dei guai e, per trincea, un computer da scrivania.
Ma a chi aveva dichiarato guerra?
Letizia. Nome più inappropriato non avrebbe potuto essere dato in dotazione a una bambina.
Avrebbero dovuto proibirli per legge certi nomi: Letizia. Gioia. Allegra. Un manualetto alla nascita dei pargoli bisognerebbe consegnare ai genitori! Uno di quei libri in stile americano pensati per risolvere ogni problema dell’esistenza, dalle unghie incarnite, al come lasciare il partner almeno cinque minuti prima che lui lasci te. In questo caso, la preziosa guida, avrebbe potuto impedire ai genitori di lasciarsi pervadere da quell’aura di dolcezza che assale nel trovarsi al cospetto con lo sguardo color acquamarina di un bebè. Perché poi, se come in una di quelle proiezioni ortogonali imparate nei disegni della scuola, riuscissimo ad osservarci da punti di vista differenti, comprenderemmo i danni causati da aspettative tanto elevate.
Era forse stato questo il motivo per cui Letizia, giunta alla soglia della comprensione, aveva preferito cambiarsi i connotati, optando per uno pseudonimo più consono alla sua situazione, tanto da diventare, ad un certo punto della sua vita, per tutti, Luna. E Luna, in ultima analisi, era rimasta per il mezzo secolo a seguire, tanto da aver fatto scordare, al resto del mondo, quanta gaiezza doveva essersi portata appresso nei primi disgraziati anni della sua esistenza, a causa di quel nome scellerato.
“Buona Giornata Luna, il solito?”
Ogni mattina Luna si portava su zampe traballanti verso il piccolo bar che capolinava davanti alle finestre di casa sua, sorseggiava un cappuccio spruzzato di un cioccolato tanto amaro da conferire dolcezza al sapore del latte, e spandeva sorrisi nell’aria sferzante di giornate appena incominciate. Per fortuna la gente va di fretta, perché sarebbe bastato uno sguardo più attento a cogliere la smorfia parestesica nascosta in quell’espressione artificiosa, che finiva per renderla grottesca quanto una maschera da teatro greco.
Ma guai, se non avesse potuto portarsi in quel locale, perché quello era il momento saliente di ogni sua giornata: per ogni settimana, di ogni mese, anno e decade, che le sarebbero rimasti da trascorrere. Il resto della vita si svolgeva a casa sua, tra pareti di cui conosceva a memoria ogni singola tela di ragno sospesa. Persino le ammaccature avevano una loro cartografia geografica nel territorio casalingo, e avrebbe potuto facilmente ricordare a quali urti remoti fossero mai appartenute. D’altronde, senza un lavoro e orfana di famiglia, il tempo a disposizione tendeva matematicamente all’infinito.
“Nome Utente: CheGuevara. Password: LunaDiafana”.
Una volta rincasata dal bar, il computer le suggeriva, a ogni nuova alba, spiacevoli nefandezze e fiotti di liquame, che le uscivano alla tastiera, peggio fossero stati i residui organici dei bassifondi di una metropoli affollata. Ma era brava, e sapeva predare i nemici con le unghie raffinate della retorica, abbattendo anche il più preparato degli interlocutori.
Ogni mattina era così. Cappuccio e trincea. Uno strano conflitto per una persona mite che nella vita aveva compiuto scelte impopolari, come quella di preferire bacche e ortaggi ad altri alimenti proteici che non le riusciva di affrontare, nel terrore di percepire, al morso, il grido segreto di animali morenti. L’urlo di Munch.
Ma non quel giorno. Le cose quel giorno erano andate diversamente.
La notte precedente era stata un inferno. Una di quelle notti bianche in cui gli occhi ti diventano una sorta di quelle biglie da cartone animato attraversate da fratture di capillari rossi che si estendono in ogni direzione, infrangendosi come cristalli di Boemia scaraventati al suolo.
Preda di un’insonnia da attacco di panico, Luna s’era messa a contare le pecore ma, quando anche l’ultimo degli armenti era entrato nel suo ovile immaginario, senza che lei avesse potuto prendere sonno, era stata sul punto di assumersi il peso di una decisione drastica: ricorrere al “libro mai letto”.
Nella stanza al semibuio, illuminata da fasci di luce obliqua rubata alle fessure di balconi sgangherati, aveva lasciato ciondolare un braccio dal letto e, aperto il tiretto del comodino, aveva palpato con le mani la mappa conosciuta del fondale, fino a quando, tra quotidiani scaduti al tempo delle guerre puniche e spray nasali evaporati nell’estate del sessantotto… eureka, lo aveva scovato! Il libro mai letto! Quel grande classico pesante più di un’incudine che, nelle case e nella stanze d’albergo, giace immerso in gomitoli di polvere associata. E il tomo mai letto di Luna, la cui copertina prometteva di svelare gli arcani misteri della storia dell’umanità, era un celebre Tolstoj che parlava di Guerra e parlava di Pace.
“Eccolo!” – aveva esultato tra sé, stimandolo una reliquia ma, dopo averlo poggiato sulle lenzuola, stropicciate da quella notte senza requie, si era resa consapevole del barbaro sacrilegio che si stava perpetrando in quella stanza, riconsegnandolo al suo giaciglio perenne. Come era possibile leggere il libro mai letto, quello che promette rivelazioni capaci di svelare il senso della vita nel mondo? Cosa ci sarebbe stato da scoprire dopo aver appreso ogni significato e tutti i significanti?
Erano le tre. I quarzi di una sveglia tolta alle scaglie del detersivo per lavatrice, le stava drasticamente comunicando che il tempo a disposizione per cadere tra le braccia di Morfeo stava scadendo, ma Luna non riusciva a rasserenarsi.
Quella giornata era stata un caos stressante di eventi.
“Ciao, ti va una gita fuori porta?”
Suo fratello, quella mattina, l’aveva svegliata all’alba.
“Passo a prenderti alle sette.” – aveva annunciato all’altoparlante di un cellulare che Luna teneva sempre acceso, pronto a far fronte ad ogni imprevisto, foss’anche stata la più ineluttabile delle fatalità.
Avrebbe voluto declinare l’offerta, il morale in quel periodo le si era assestato sotto la soglia dello zero nel suo personale asse cartesiano ad ascisse e ordinate, ma era stato forse per questo che, rubando un cambio a un armadio abituato a vederla indossare panni consunti, si era imposta di andare.
“Ti serve una mano a salire?” Felice, il fratello di Luna, era ben disposto nei suoi confronti, ma non ne azzeccava una.
“Faccio da sola!”- aveva gracchiato lei, rifiutando il puntello di un braccio pronto ad accogliere. Solo quando il sentiero in salita su cui si stavano inerpicando, si era dimostrato più adatto ai destrieri medievali che alle sue gambe claudicanti, aveva dovuto cedere, e lasciarsi trascinare fino a un castello che, dalla cima di un monte, dominava quieto il piccolo squarcio di mondo circostante, beandosi di un panorama mozzafiato.
Ecco perché quella notte non aveva potuto prendere sonno!
Perché, una volta varcata la soglia del ponte levatoio, una torre altezzosa si era imposta ai loro occhi e lì, alla base, un foro ricavato tra pesanti file di macigni possenti, l’aveva invitata ad entrare come quando da bambina, giocando a nascondino, aveva cercato luoghi in cui smarrirsi per non essere più ritrovata.
La guida, una manciata di minuti dopo, era stata esaustiva.
“Qui, davanti a voi, nel settecento furono ritrovati metri di ossa. Ora entreremo nel castrum e saliremo alla sommità della torre. Lì, un sistema a botole, consentiva di liberarsi di prigionieri indesiderati.”
Un mormorante brusio aveva iniziato a spargersi tra i visitatori e, mentre i bambini giocavano ad acchiapparello, entrando e uscendo da quell’anfratto oscuro, gli adulti scattavano foto ricordo poggiati ai mattoni del mastio. Tutt’attorno l’aria era satura di spirito vacanziero e i turisti pervasi da un clima di serenità. Tutti, tranne Luna, sbiancata come un fantasma morto un paio di volte.
Soltanto al ritorno, a congedo del fratello, le era riuscito di spiaccicare qualche parola sdrucciola, prima di portare a letto le membra affrante.
Quella notte, tuttavia, non c’era stato nulla da fare.
Giunti a quattro suoni di campanile, avrebbe persino voluto ubriacarsi ma, ricordando di essere astemia, aveva dovuto ripiegare su un cartoccio di paste in cui, un babà al Rum, prometteva uno stordimento sicuro anche a chi non aveva il fegato avvezzo alla gradazione alcolica.
Ma niente! Neppure quello aveva funzionato e, tornando a letto, i pensieri l’avevano ripresa in ostaggio, accavallandosi come creste d’onda in un mare in tempesta, per giungere esausti, all’alba, alla sabbia della battigia.
Ecco a cosa pensava Luna in quella manzoniana notte degli imbrogli.
A quelle ossa, pensava. A quei corpi che, come quegli animali morenti che non le riusciva di ingoiare per cena, le erano resuscitati davanti agli occhi narrandole storie fantastiche di provvisorie attese ed eterne delusioni. A loro pensava. Al terrore che doveva averli colti nell’attimo imminente di quella fine orrenda. E alla brutalità degli esseri umani, pensava: ai forni crematori che spandono fumi umani nelle azzurrità del cielo, e alle bombe atomiche inventate per estrudere brandelli di umanità.
E a lei pure, pensava. A come la società avesse stabilito di non tenderle una mano. Avendo qualcosa che somigliava a una malattia conosciuta, ma che conosciuta non era, l’avevano abbandonata, lustri, in un parcheggio per auto scassate, fino a quando, un manipolo di sparuti eroi, aveva deciso di toglierla all’abisso in cui era stata fatta affondare. A tutto questo aveva pensato quella notte. Al mondo, in generale e alle storie dei singoli, in particolare.
La mattina seguente era giunta per sfinimento.
Balzata da letto, Luna aveva saltato il cappuccio, fiondandosi al computer di casa.
“Nome Utente: Gandhi. Password: UnMondoinLetizia”.
E cambiando nuovamente connotati alla sua vita, congedando l’oscuro guerrigliero per far dar voce a un messaggero di non violenza, Luna aveva deciso di deporre l’ascia di guerra, dichiarando chiusa la battaglia a colpi di tastiera contro chi tanto dolore le aveva procurato, convinta che spettasse a una delle parti in campo, la grande responsabilità di porgere il Calumet della Pace.
“Guerre?” – aveva sospirato mesta – “Un quadro di Otto Dix. Oscenità intrise di dolore.”
E pigiando il tasto “Arresta”, era uscita nell’aria del mattino, con nelle mani un pugno di speranze.
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Come citare questo articolo
Julie Bego. “La guerra di Luna”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-guerra-di-luna/