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STORIA - TRADIZIONI

La Madonna di San Genesio

La storia del santuario sorto nella campagna di Stienta e le tradizioni popolari della festa

di Massimo Vigna

Ventaglio Novanta n. 67 2025 pp. 48–50

Èstupefacente come la memoria trovi modi e analogie impensabili per affiorare e regalarti un ricordo. In tutt’altre faccende affaccendato, ricevo da un utente virtuale una notifica facebook con preghiera di diffondere la notizia che lo stradone per giungere a San Genesio era praticabile. Subito pensai ad un errore, ma la cosa si chiarì dopo qualche istante: molti paesani di Bagnolo (tra cui chi scrive) ed altri di Runzi, soliti frequentare la chiesetta di San Genesio, avevano pregato l’autore del messaggio di tenerli informati qualora si fossero tenute sacre funzioni nel santuario suddetto, cosa prevista per il 3 febbraio, giorno di San Biagio. Un mondo intero resuscitò come d’incanto e con esso tante care figure della mia adolescenza e prima giovinezza. Prontamente ne diedi conto agli utenti della mia pagina.

La chiesa di San Genesio e l’immagine della Madonna

Sconosciuta ai più, San Genesio è una località sperduta nella fertile campagna polesana, sita nel territorio di Stienta, che deve il suo nome all’omonima abbazia benedettina di Brescello, attorno all’anno Mille proprietaria di queste terre vicine al Po da bonificare. Chi vi giunge, al termine di un lungo stradone di campagna che si snoda rettilineo in direzione nord-sud, trova una chiesa, una piccola chiesa come ce ne sono tante, disseminate qua e là tra i campi, ai crocicchi, nelle borgate, nelle grandi corti, un tempo assai abitate e oggi per lo più abbandonate e fatiscenti. Distrutta dalle acque del Po nel 1152 circa, la chiesa e il luogo vennero abbandonati dai monaci di Brescello e la proprietà passò alla casa d’Este. Una mappa seicentesca ci mostra però la presenza di un piccolo complesso sacro eretto agli inizi del cinquecento, nel luogo dove si diceva che la Madonna fosse apparsa più volte ad un contadino che la vide sopra una vite, cresciuta sui ruderi dell’antica chiesetta benedettina. Alterne vicende ne decretarono però il semiabbandono. A riportarla alla venerazione generale fu un evento prodigioso verificatosi il 6 giugno 1666. Quella notte la Madonna sembra essere apparsa in sogno ad un viandante, chiedendogli di recarsi a San Genesio per riportare alla luce la sua immagine dipinta in una parete del piccolo tempio, ma da lungo tempo nascosta sotto l’intonaco. Chiesto aiuto agli abitanti, insieme si recarono colà e, staccata la malta, disvelarono una sacra immagine. L’eco del ritrovamento si diffuse velocemente in tutto il circondario e da allora si iniziò a venerare quell’effigie detta “la Madonna dei Miracoli”. L’affresco mostra la Vergine con in braccio il Bambino benedicente. Lo contorna, oggi, una bellissima cornice in legno dorato che richiama la corona d’oro zecchino che risplende sulla testa della Madonna e di Gesù, al posto dell’aureola, dono di una fedele benefattrice. Non più in grado di contenere l’afflusso crescente dei fedeli, la piccola chiesetta venne riedificata nel settecento nelle forme attuali. Furono i Padri benedettini, devoti al culto dell’Assunta, a propagandarne la celebrazione e così, ogni anno, il 15 di Agosto si tengono i solenni festeggiamenti religiosi che richiamano molti fedeli anche da tutti paesi contermini. In quel dì di festa, da sempre, si celebra la Messa in onore della Madre divina, ma è anche giorno di fiera. Incontro di fede, dunque, ma anche rinnovo di una tradizione, un tempo molto sentita, e che oggi si è affievolita, ma non scomparsa.

La chiesa “ad San Zinisi” – come l’apostrofano gli abitanti del luogo in un dialetto ferrarese un po’ anomalo – è citata dal Guarini che la dice posta ai confini tra” Runci e Villae Zerpinianae”. Seguendo il collettore padano, infatti, giunti al “ciavegon dei Beccari”, proprio al confine di Runzi, se si guarda verso destra, si può scorgere l’edificio sacro, dedicato, oltre che a San Genesio, anche a San Mauro, di cui resta, dopo le spoliazioni napoleoniche, un quadretto, mentre di San Genesio si può ammirare la riproduzione del luogo del martirio, da cui scaturì una fonte miracolosa. In un luogo cosi fortemente permeato di mistero e suggestione, non poteva mancare la diceria di una strada sotterranea congiungente la chiesa con il convento, confermando anche in questo caso la leggenda del passaggio segreto che accomuna molti edifici antichi. In sacrestia, i molti ex-voto, dono di fedeli petenti grazie, parlano di eventi portentosi che, a quanto pare, non sono mai venuti meno durante i secoli.

I ricordi dei percorsi campestri per arrivare alla fiera

A proposito della fiera di San Genesio, anche Adalgisa Calzavarini, acuta ed impareggiabile osservatrice delle nostre più autentiche tradizioni popolari, ci tramanda un suo ricordo datato 1976, descrivendoci un luogo immerso nell’immensità della campagna, un’oasi di pace che profuma “di lontananze”. Ricorda poi che da giovanetti, in comitiva “si andava alla fiera a San “Zinisi”, percorrendo lo stradone di Runzi per poi immettersi attraverso scorciatoie nel territorio stientese”. Il percorso era tutto campestre e pertanto ad ogni fondo si doveva fare i conti con “fossatelli da attraversare, spesso asciutti,” che costringevano a caricarsi la bicicletta sulle spalle per guadagnare, tra risate e inconvenienti, l’altra sponda. Se l’acqua era bassa allora, tolte le scarpe, era d’obbligo il guado. Non sempre il passaggio era così facile, soprattutto se si incrociavano i fossati maestri della bonifica ed allora gli scoli di considerevole ampiezza si attraversavano camminando in bilico sul “peagno” lanciato fra le rive, non sempre provvisto del provvidenziale scorrimano. “Intorno la campagna antica… ricchezza di motivi, e canti nell’aria e tutto un biancheggiar di ninfee sul pelo delle acque. Alla fiera, anche allora come ora, tanta mercanzia esposta: un po’ di tutto, merce a intonazione rurale, oggetti d’uso per contadini e massaie”. Celebrato il rito, s’iniziava il viaggio di ritorno a sole ancora alto. Allora, al rintoccar dell’Ave, bisognava trovarsi assolutamente sulla porta di casa senza se e senza ma. Durante il percorso di ritorno, era di prammatica però una sosta, a costo di tardare e dover sfidare le ire paterne. E non era “per un gelato, non era ancora diffuso (…) sudati e ansanti, si faceva tappa all’ anguriara, il caratteristico casone con la “penzia” dalla quale pendevano maestose, dal prolifico zuccaio, le cocurbite pepo. E sempre, per finale, lo scherzo della mezza anguria lanciata ad incappucciare le teste altrui”.

Anche nonna Carolina, non mancava mai alla ricorrenza. Partiva la mattina presto, a piedi – non sapeva andare in bicicletta – nerovestita come si conveniva allora: fazzoletto in testa a bandana e borsa con il bere, seguendo antichi sentieri. Era l’occasione per una gita fuori porta, ad incontrare i parenti di Zampine. Ci si vedeva due volte l’anno, a maggio per la fiera San Gottardo di Bagnolo e a Ferragosto a San Genesio e quindi le chiacchiere si sprecavano, e lei, di certo, non si tirava indietro. Nonno Piero l’aveva definita la “campionessa di “ciacolìo”, dopo alcune cene bruciate per fare “comarò” con la Rina, la vicina o con la “Marietta scaldarisi”, l’amica del cuore. Tornava, di regola, il giorno dopo, stanca ma felice, e noi l’aspettavamo con ansia perché ci portava in dono il croccante e tutte le novità “dall’estero”. A noi, uomini del 2000, usi ad utilizzare sempre l’auto, quei lunghi percorsi a piedi, ci sembravano fuori dal mondo. E quell’unica volta che, quasi per scherzo, un po’ per metterci alla prova, ma anche saggiare le nostre forze, decidemmo – partendo dal paese di Bagnolo di Po – di recarci a San Genesio in bici seguendo l’antico tratturo, la bella chiesetta sembrava non avvicinarsi mai, quasi un miraggio. In molti disperammo di farcela. Ci arrivammo con fatica e sudore, vuoi per fede, vuoi per ostinazione, vuoi per non fare brutta figura davanti alle ragazze. All’improvviso ce la trovammo davanti, dominante sulla verde campagna, svettante tra i campi di granturco e non ci pareva vero di poterci sedere all’ombra degli alti alberi a ristorarci dal solleone che in quel ferragosto la faceva da padrone. Restammo anche delusi perché il posto era pressoché deserto: pochissimi i fedeli, nessuna bancarella. I meno avventurosi seguirono il percorso più comodo, in auto, percorrendo strade asfaltate che hanno sostituito i bianchi e polverosi stradoni sterrati di campagna e i viottoli, amati da pellegrini e fedeli di un tempo.

Ora si può raggiungere comodamente il piccolo santuario sulle quattro ruote e imbattersi nell’anguriaro che ha trasferito la sua merce e “l’anguriara” dalla campagna ai luoghi di maggior transito automobilistico, dove è più facile la sosta e vendere a Km zero. Legge di mercato!!! Create le comodità, scansate le fatiche, rimane tuttavia il rimpianto di un tempo perduto, di quando la campagna aveva un altro fascino, e anche le angurie un altro sapore, perché il cocomero è più buono quando si è senza pensieri gustandolo in compagnia. E – tornando ai bei tempi andati – allora era bello anche “farse la capela” e portarsi quello strano copricapo a casa da intagliare poi per la “lumazza” della sera.

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Come citare questo articolo

Massimo Vigna. “La Madonna di San Genesio”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-madonna-di-san-genesio/

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