Animula vagula blandula, Hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula rigida nudula nec ut soles dabis iocos Hadrianus Imperator
Piccola anima smarrita e soave, Compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti
La nuova uscita dell’A14, all’altezza di Caprara, recita roboantemente “Canossa-Terre Matildiche”, eppure si tratta soltanto di un agglomerato di cemento e ferraglia ritorta gettata nel caldo liquido della Bassa Emiliana. Arcinota e abusata Bassa Emiliana, dove nei crocicchi non passano più furiosi pittori naif in bicicletta, con quadri legati alla schiena, dove la nebbia dei film ha fatto perdere le sue tracce da almeno 4 lustri.
Sulla provinciale ritrovo finalmente la toponomastica dell’anima, dopo l’inutile teoria di capannoni industriali, dopo le pizzerie gestite da sordi, dopo le autocarrozzerie dove signori con il parrucchino sulle ventitré stanno sotto l’artiglio del sole, nell’ora più infelice del pomeriggio.
Nonostante tutto questo sferragliante grigiore v’è ancora qualcosa di buono: le chiaviche con l’acqua stillante, nei canali, il ragazzino che corre con la cesta piena di pesci gatto, platani enormi dove generazioni di reggiani hanno grattato i loro paraurti, la casa di vacanze dove io e P. trascorrevamo le ore sussurrandoci imprecise cose felici.
Eppure, se ci penso bene, ho sempre provato una sorta di diffidenza in questo verde sporco, fin da bambino; la “campagna” ha sempre avuto qualcosa di noioso e statico, come una domenica pomeriggio che non vuole finire mai, come una sedia sdraio solitaria aperta a Lido Po.
Forse perché non mi ci hanno mai portato tanto, nella “natura”; forse perché anche papà la liquidava con una scrollata di spalle, sempre intento ad osservare quel suo misterioso paesaggio interiore squadernato sulla sua poltrona preferita. Forse perché, in uno dei nostri due picnic svogliati all’aperto, utilizzammo la serpentina di un radiatore come griglia ed alzammo velocemente le tende dopo avere provocato, e domato, un piccolo incendio del sottobosco.
Dopo un’altra scheggia di strada non c’è più niente, ed Olmo, il paesino dove sto andando è solo una fantasia di tre case, in un’incredibile desolazione strappata al cemento. Imbocco la via costeggiata dai cipressi, alberi bellissimi e sfortunatissimi, maledetti, nei cimiteri. Parcheggio davanti alla chiesa, godendomi lo scricchiolio dei pneumatici sulla ghiaia che, per un qualche motivo esotico, mi fa sempre venire appetito, e riaffiora qualche brandello di memoria: rivedo Don Mario dietro all’altare con la sua voce da tenore e il tizio scalcagnato, con la camicia fuori dai pantaloni, agitare vorticosamente il turibolo, come se dovesse lanciarlo tra i fedeli.
Decido di parcheggiare e di fare a piedi i 500 metri che ancora mi spettano. E’ un’imposizione, forse camminando da solo qualcosa di te, che sia rimasto impigliato qui, mi coglierà alle spalle, come un refolo d’aria inaspettato in questo giugno rovente, e mi farà rabbrividire. Eppure non c’è nulla che sappia mettere la sordina al fragoroso frinire delle cicale, che è l’unico vizio della campagna, se non un’auto che scivola liscia in lontananza. Mentre cammino, guardo i miei piedi e le mie mani – un vezzo che avevo da piccolo – e penso con soddisfazione animale che, al netto di ogni possibile dubbio, sono completamente vivo.
A mezzodì m’infilo nel cancelletto del cimitero, facendo ciao ciao ad almeno 120 anni di “gente mia campagnola” ammazzata da due guerre mondiali, spagnola e aratro. In fondo, la foto di mia nonna e un poco più in basso, l’immagine di una signora che sembra sua sorella gemella, recalcitrante dono di una serata in sagra, finita probabilmente a mangiare uva e a far l’amore di nascosto, nelle vigne. Un cascame avvolgente di fiori di plastica scolorati tutto attorno, epitaffi in stile carducciano, velleità scultoree, guizzi futuristi, madri pudibonde, mariti indimenticabili, monumenti pronti a sfidare il tempo “più duraturi del bronzo”, come l’effigie di una Honda crx scolpita di fianco al viso di un ragazzo sorridente.
Sono qui davanti, ora… Papà…, c’è poco di te in questo stupido colombario, perso nell’uggia della campagna emiliana, e non c’è nulla di te in un corpo che si gonfia e si spacca sotto le grinfie del sole divoratore. Mi avvicino, con un aggeggio che assomiglia piuttosto ad una scala d’assalto, e faccio finta di armeggiare coi fiori, veri, che qualcuno ha lasciato da poco. Non amo che mi si guardi ora. I fiori recisi mi fanno tristezza, per giunta.
“Animula vagula blandula”, piccola dolce, anima smarrita, canta l’Imperatore Adriano, e mi sembra di vedere il tuo esile corpo che indossa un’altrettanto esile anima, il tuo volto smagrito da attore francese un po’ flaneur, sorridere da lontano, come in quelle tue fotografie in bianco e nero dei primi anni 60’. Nei 70’, invece, arrivò un technicolor sciatto, che virava verso il blu metallico. Io avevo un cappellino alla Davy Crockett, con coda di lupetto… Mi viene da dire, osservandoti ora nella foto, che t’assomigli anche un po’ il cane, con quegli occhi marrone scuro sgranati perennemente sul mondo. Tutto mi ricorda qualcosa di te.
Meglio, ti immagino in mezzo ad un campo, qui, tra le zolle domestiche, magari accanto a quel cavallo da tiro enorme di cui mi parlavi sempre (penso a Gondrano…), con la camicia bianca legata in vita e la vanga appoggiata sul fianco, vanga che tu non sfiorasti mai, ridicolo artificio retorico-bucolico che m’invento ora, per amore del latinorum.
E poi, magari, io verrei da te, planando tra le zolle e ti abbraccerei per una buona ultima volta e tu mi confideresti, in uno squillante latino, sussurando, un segreto: “nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, quandoquidem natura animi mortalis habetur..sic, ubi non erimus,cum corporis atque animai discidium fuerit quibus e sumus uniter apti, scilicet haud nobis quicquam, qui non erimus tum, accidere omnino poterit sensumque movere,non si terra mari miscebatur et mare caelo” (Nulla dunque la morte è per noi, né ci riguarda punto, dal momento che la natura dell’animo è conosciuta mortale. Così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco del corpo e dell’anima, che uniti compongono il nostro essere, certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi, neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo. – Lucrezio).
Sulle prime mi arrabbierei, ma poi, forse, una calma luminosa, birbante ed improvvisa, come un’alba che interrompe il corso di una notte insonne, mi coglierebbe e smetterei di soffocare respirando acqua, come nel sogno. Dissolto nella terra muta, ma innocente, ti vedrei svanire… non felice, ma liberato, sotto un cielo altrettanto innocente e pulito, l’artificiosa vanga abbandonata tra le zolle. Nulla potrebbe smuoverti, nemmeno se la terra si mischiasse al mare e il mare al cielo.
Credimi, se ti sento posato inerte, come un sasso nella rena che è per sempre, è anche meglio. Non ricorderesti il giorno in cui ti portarono via, ed io avrei voluto reggerti sulle mie spalle, ebbro Enea con il suo scricciolo Anchise: “Ergo age, care pater, cervici imponere nostrae; ipse subibo umeris nec me labor iste gravabit”. Fuggivamo, e la nostra casa crollava di schianto nel fuoco e tu probabilmente pensavi: “io me ne vado, ed è un giorno di sole”.
Ripercorro a ritroso i 500 passi, anche stavolta nulla mi sfiora tranne un paio di libellule che sembrano trapani con le ali. In “paese”, su di un olmo, isolato nello spiazzo centrale, quello della ghiaia scrocchiante, una gruccia solitaria sostiene un curioso abito da uomo, giacca e pantaloni, inchiodati nel silenzio. Un paio di parabole e qualche finestra senza infissi, con imposte di cartone, svela la presenza di una miseria d’importazione. In questo sconcerto, scelgo il bar più straziato e m’infilo in un parcheggio di un capannone industriale, dove, tra sedie di plastica bianca, una ragazza sta ritirando i tavoli all’aperto. Bevo una birra seduto sull’ultima seggiolina. “Faccio presto!”, dico rivolto alla ragazza, e penso che non tornerò mai più ad Olmo.
Due anni fa, a Verona, papà era ancora qualcuno; quel giorno ne avevo fatto un gomitolo di delizie e l’avevo lanciato in aria tutto il pomeriggio, disegnando piroette, come se fosse il mio pupazzo di pezza preferito, tirandomelo dietro sottobraccio, per tutto il centro storico. Sapevo che la freccia del tempo correva in una sola direzione. “Stiamo chiudendo” dice la ragazza, mentre una calma pensosa, ma senza sgomento, mi invade. Faccio il segno della croce con la bottiglia in mano, schizzando con il mio aspersorio alcolico il cemento bollente.
A casa dovrò sistemare definitivamente alcune cose: lettere da scovare, abiti da riporre, la cassetta degli attrezzi dove ci s’infilava praticamente dentro, da aprire come uno scrigno, il suo ultimo, rabbioso letto da fare sparire, prima di tutto. E poi quella incredibile serpentina di radiatore ad uso barbecue appoggiata da decenni in garage, molto amata dai ragni, insuperata evocatrice di momenti piccoli e felici.
La lascerò lì appoggiata per l’agognato sempre, non penso che qualcuno se la possa più filare.
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Come citare questo articolo
Matteo Marconi. “La serpentina”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-serpentina/