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UN RICORDO

La “Treccani” salvata dalle acque

Nelle pagine ingiallite dal tempo, il ricordo dell’alluvione del ’51

di Giuseppe Rigolin

Ventaglio Novanta n. 23 2001 pp. 84–87

Da giorni ormai pioveva ininterrottamente su tutto il bacino del Po dal Piemonte al mare. Gli affluenti di destra e di sinistra riversavano torrenti d'acqua limacciosa nel fiume che correva impetuoso verso la foce. I giornali radio continuavano a trasmettere notizie sempre più allarmanti. Il livello del fiume cresceva inesorabilmente, senza sosta. Sugli argini erano stati predisposti i servizi di vigilanza giorno e notte per segnalare eventuali tracimazioni e pericolosi fontanazzi ai quali si doveva porre subito riparo con i sacchetti di terra.

Nel Delta la gente era abituata a convivere con gli umori del Po. I disoccupati nel periodo autunnale confidavano nelle periodiche piene che consentivano loro un guadagno sicuro per i servizi prestati nelle situazioni di emergenza. Ma questa volta il fiume era davvero arrabbiato. La gente si recava sugli argini a verificare, spinta da curiosità, e ritornava con un senso di paura e di smarrimento.

Nel negozio di mia moglie a Contarina, oggi Portoviro, si avvertiva la tensione perché la piena era diventata l'argomento del giorno. Le donne si rivolgevano a me: "Cossa dixelo, sig. maestro, lu' ch'el gà studià? Gh’è pericolo? Ne tocarà scapare via?". Io mi sforzavo di rassicurare, ma non conoscevo il fiume e un po' d'apprensione mi aveva preso. In osteria ascoltavo i discorsi dei barcaioli e dei pescatori. Vari pareri s'intrecciavano, ma tutti erano d'accordo nell'ammettere che diverse circostanze confluenti stavano aggravando la situazione. Il cielo scuro, plumbeo, non lasciava filtrare alcun raggio di sole che potesse dare la speranza di un mutamento del tempo. Il vento da scirocco, che soffiava impetuoso e faceva da tappo alle bocche dei vari rami, ed, inoltre, l'influsso della luna piena sulle maree rallentavano notevolmente il deflusso dell'acqua. Nonostante tutto ciò si sperava che anche questa volta la piena sarebbe corsa via e che il Delta sarebbe stato salvo. Ma molti, assieme a frasi rassicuranti, pronunciavano un'osservazione sibillina: "Ricordemose sempre ch’el Po el rompe dove ca no se pensa. El pericolo el vien da in alto".

Ma quando il Po ruppe gli argini ad Occhiobello e l'acqua dilagò con irruenza "strapegandose sogni e poesie de la me gente" (Rizzi) la paura cominciò a prendere un po' tutti.

Convinsi mia moglie, incinta di due mesi, ad andare a Ferrara con i due bambini di cinque e tre anni, ospiti di una generosa famiglia di conoscenti. Io rimasi a Contarina, per badare alla casa con tutto quel ben di Dio che c'era in negozio. Sulle soglie delle porte avevo fatto alzare dei muriccioli alti circa cinquanta centimetri, nella presunzione che l'acqua sarebbe passata senza recare danni. Quando nella notte la fiumana impetuosa irruppe prendendo d'infilata le principali vie del paese verso la piazza e la campagna, con un rumore sordo, continuo e cupo, fatto di boati improvvisi, mi resi conto che tutti i calcoli erano stati sbagliati e che eravamo, ormai, alla mercé degli eventi. Abbandonai la casa e mi unii alla famiglia del sindaco Pregnolato, un uomo dal cuore "grande come una casa". Dormivamo sui giacigli di fortuna nei locali della Casa Mutua, attestati sull'argine, vicino alla mia casa.

Nella notte, svegliatomi d'improvviso, mi accorsi che lui non era coricato accanto a me. Ero solo, accesi la candela e rimasi in attesa del rientro. In seguito mi raccontò che aveva sentito un forte boato, improvviso e non riusciva a prendere sonno. Voleva rendersi conto di persona di che cosa fosse successo. Lui era sempre il primo, al lume delle torce, con altri aveva percorso il tratto in discesa dall'argine. Con circospezione entrarono nell'acqua calzando gli stivaloni di gomma per raggiungere il crocevia, ma furono costretti a fermarsi all'altezza della mia casa. Ritornò dopo un po' di tempo. L'aspettavo in piedi, covando un triste presagio. Si avvicinò, mi abbraciò piangendo e mi tenne stretto a sé come un padre. Fra i singulti riuscì a mormorare solo una parola: la casa …

Compresi subito che la mia era crollata. Sacrifici, sudore, speranze, tutto era svanito in un attimo. Parlammo fino alle prime luci del mattino, finché potei anch'io avvicinarmi al luogo del disastro. Un vortice pauroso turbinava ed aveva scavato sotto le fondamenta. L'angolo dell'edificio era crollato nella fossa, trascinando con sé il tetto ed i muri perimetrali della stanza adibita a studio, al piano superiore.

Nella camera sventrata, accosta al muro stava la libreria nella quale erano allineati i volumi dell'Enciclopedia Treccani. Mia moglie, Iris, aveva esaudito un desiderio, maturato al rientro dalla prigionia. A mia insaputa, aveva fatto la scelta più ambita e completa, acquistando la prima riedizione dell'enciclopedia dopo la guerra.

Trascorsi alcuni giorni, la furia dell'alluvione si era calmata perché aveva trovato il suo naturale sfogo espandendosi per le campagne e scaricandosi in mare nel tratto compreso fra la foce dell'Adige ed il ramo del Po di Maistra. L'acqua limacciosa ristagnava sulle vie, entrava ed usciva dagli usci sfondati delle case. Un silenzio tombale avvolgeva il paese, rotto di tanto in tanto dal miagolio lamentoso di gatti o dal latrare dei cani sperduti ed abbandonati. Carcasse d'animali morti, gonfie, mostruose, galleggiavano rendendo l'aria fetida, irrespirabile.

Achille, un mio amico, pescatore di professione, fin dalle prime avvisaglie del pericolo, aveva messo a disposizione la sua barca a fondo piatto, con scarso pescaggio, più adatta a scivolare via evitando gli ostacoli. Mi aveva procurato il cosiddetto "palombaro", una specie di tuta di gomma che copriva dai piedi fino alle ascelle. Era allacciata alle spalle per mezzo di due larghe bretelle; in tal modo le braccia erano completamente libere nei loro movimenti. La barca fu attraccata ad un robusto anello di ferro, infisso nel muro. La serranda del magazzino era stata completamente divelta sotto l'azione della corrente. Da lì diventava facile entrare in casa, salire per le scale e raggiungere lo studio per recuperare i libri.

Achille ed altri due amici avevano legato una robusta fune attorno al mio corpo, passandola su una spalla in modo che non potesse sciogliersi. “Co’ sto gropo a te sì sicuro fin quando ca no te deslighemo n’altri”. Mi dicevano così per darmi tranquillità. Mi avviai lentamente facendo scorrere la fune, cercando di prestare attenzione a non inciampare. Non ero abituato a camminare con il “palombaro”, l’acqua mi arrivava alle ginocchia e dovevo stare attento a scansare ostacoli vari, disseminati alla rinfusa sul pavimento. La porta del magazzino immetteva sia alla sala da pranzo sia alla scala che portava al piano superiore. Mi affacciai trepidante alla porta e mi si presentò davanti un disastro terribile, agghiacciante. Chiusi gli occhi per non vedere e piansi. Non so quanto tempo rimasi, così, assorto, finché mi riscosse il richiamo urlato degli amici dall’esterno.

Li rassicurai che tutto era a posto e che iniziavo a salire per la scala. Mi attaccavo al corrimano, appoggiando lentamente i piedi sui gradini, per non scivolare. Sulla porta dello studio mi fermai altonito: di fronte a me una veduta impressionante, le due pareti d'angolo erano sparite, la via C. Battisti mi si presentava davanti in tutta la sua lunghezza; un pallido sole novembrino si specchiava sull'acqua torbida che scorreva lentamente verso la piazza. Le case diroccate mostravano i segni della sventura: muri sgretolati, porte divelte, balconi a penzoloni, un silenzio indefinibile in un paese di morte.

Per fortuna la libreria, sistemata su una parete di lato, non aveva subito danni perché alcuni sacchi pieni di farina, accatastati davanti, con la speranza di salvarli dall'acqua, l'avevano parzialmente preservata. Era coperta da travi crollate dal tetto con le tegole, e dal soffitto in graticci di canna, come si usava allora. La soletta in cemento armato seguendo il collo si era piegata, mostrando i tronconi di ferro arrugginito dall'intelaiatura. Diventava problematico liberare, anzitutto, la libreria.

Con molta attenzione riuscimmo a rimuovere le macerie che cadevano nell'acqua sottostante con un tonfo sordo, ma non era possibile fare il passamano di un libro alla volta con i miei aiutanti, uno piazzato sulla scala, l'altro nel magazzino ed Achille sulla barca. Come fare per salvare la preziosa enciclopedia? Mi venne un'idea che si rivelò funzionale. Con fatica e con molta paura slacciai un sacco, lo coricai sul pavimento con la bocca aperta sul vuoto e, scrollandolo lentamente, lo liberai della farina. Quindi vi infilai una quindicina di volumi e ripetei l'operazione fino a quando la libreria fu completamnte svuotata.

In breve tempo i libri furono tutti stivati nella barca. Così salvai la "Treccani" che rimase ben custodita nella casa di Achille, in golena, vicina alla chiesetta di Sant'Antonio, mentre l'acqua del fiume scorreva impetuosa verso il mare.

Oggi quei volumi fanno bella mostra nel mio studio, in una libreria a tutta parete. Quando necessario, scorro le pagine ingiallite dal tempo, sulle quali, certamente, avrà influito anche il leggero spolverio della farina, che soltanto io istintivamente avverto mentre affiorano alla memoria tristi ricordi di cinquant'anni fa.

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Come citare questo articolo

Giuseppe Rigolin. “La “Treccani” salvata dalle acque”. Ventaglio Novanta, n. 23, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-treccani-salvata-dalle-acque/

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