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STORIA - TRADIZIONI

Le filastrocche del mondo contadino

Una tradizione a lungo coltivata, in fase di tramonto Dalla filastrocca alla filistoca

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 74–77

Immaginiamo una famiglia contadina di cinquanta o sessanta anni fa. I figli sono tanti, la casa è poco più che una capanna. Come possono tenere quieti i ragazzi in modo che gli uomini trovino in casa pace e riposo? Bisogna intrattenerli, questi ragazzi, interessarli, assorbirli. Ci sono le serate riempite dalle lunghe fole; quelle assorbono anche i grandi. Ma nei ritagli, nelle serate vuote, ecco la filastrocca. Essa apparentemente sembra fatta per i bambini, ma, a guardarla bene, rappresenta le confessioni, i sogni, le aspirazioni dell’anima popolare. Della filastrocca si può dire quello che Dante disse dell’idioma popolare (Paradiso: canto di Cacciaguida): ‘… e, consolando, usava l’idioma/ che prima i padri e le madri consola’.

La filastrocca è fatta di accostamenti improvvisi e motivati: filastroca, filastroca dopo el filo vien la roca. In essa è inutile cercare un significato. I concetti, se di concetti si può parlare, si succedono senza un nesso, come avviene nei sogni. In questo sogno, tuttavia, chi lo sappia interpretare, troverebbe intera l’anima del popolo.

Chi guardi alle filastrocche che riporteremo troverà locuzioni vecchissime e voci che hanno evidentemente un significato diverso dall’attuale. Questo è segno della loro arcaicità: si sono trasmesse di generazione in generazione con un formulario fisso quasi fossero formule sacramentali. Del resto, dato il carattere spontaneo, istintivo, quasi onirico della filastrocca, c’è da aspettarsi che essa non muti se non muta il substrato di cui essa filastrocca è la manifestazione.

Delle filastrocche tradizionali, anche per motivo di spazio, noi cercheremo di segnalarne alcune che ricordiamo di aver sentito da bambini e che il caso ci ha permesso di ricucire ancora con l’aiuto di gente più anziana di noi.

La filastrocca si apre solitamente con una sua premessa che costituisce quasi il tema, non logico, ma ritmico, di tutta la composizione. Quasi sempre si tratta di un seguito di assonanze (din don, campanon) o talora anche un’apostrofe Ménego, Ménego rantegon (catarroso) e si chiude con un’uscita a sorpresa, che è quella che dovrebbe mandare in grigagna il bambino cui è dedicata. Vediamo.

Ménego, Ménego rantegon mena la cavala in t’el stradon, fala balare, fala saltare, faghe el verso del pegoraro: be – e – e – e!

Oppure quest’altra:

Din, don, l’ha sonà la campanela, l’è scapà la polastrela, l’è scapà da luntan l’è andà da l’ortolan, l’ortolan el gera a Roma, l’è scapà da la parona, la parona la gera in giardin la ciamava Gioanin, Gioanin el gera in stala ch’el goarnava la cavala, la cavala e el cavalin Joanin, birichin.

Pensate come gode, ora, e ride Joanin che si scopre di colpo presente e, per così dire, centro di un’azione che coinvolge tutto il suo piccolo grande mondo!

Se alcune filastrocche hanno un loro soggetto (narrano una certa azione irreale che si svolge quasi come in sogno, ma che insomma è pur sempre un’azione) ce ne sono altre nelle quali l’azione totalmente manca: non hanno un tema e le parole non hanno altra funzione che ritmica.

Allora la filastrocca si risolve in un seguito di immagini, scandite da un’immaginaria volta la carta, talora quasi accennate appena. Le immagini, in questo caso, scompaiono in un fantastico mondo che ruota alla rinfusa e che pare non avere altra ragione di essere presente se non quella di esistere.

Din don, campanon, le campane de Simon che le bate tanto forte che le buta zo le porte e le porte i e de fero, volta la carta ch’a gh’e on capelo, sto capelo tien la piova, volta la carta ch’a gh’e ‘na viola, e sta viola sa da bon, volta la carta ch’a gh’e on limon, sto limon l’è massa fato, volta la carta ch’a gh’e on mato, e sto mato l’è da ligare, volta la carta ch’a gh’e on mare, on mare e ‘na marina, volta la carta ch’a gh’e ‘na galina, sta galina fa cocodè, volta la carta ca gh’e on re, e sto re el liga tuti, volta la carta ch’a gh’e du puti, e sti puti i zoga a bala, volta la carta ch’a gh’e ‘na cavala, sta cavala tra de culo, volta la carta ch’a gh’e on mulo, e sto mulo l’è pien de pan, volta la carta ch’a gh’e du can, e sti can se core drio, volta la carta che l’è finìo!

La funzione ritmica della parola si nota anche meglio nelle due filastrocche che seguono, nelle quali anche scorgiamo, specialmente nella prima, ben precisi caratteri di arcaicità (parusin, pitaro, fato a usanza, bocolin de vento, ecc.).

Totò, Totò, varese pitaro del radise, bocolin de spagna, cominziemo sta furlana, furlana e le brochete, la se ponta su le drezze, la va al speceto fin, la se mete el perusin, la va al speceto d’oro, la se mete le perle al colo, la va da pare e mare: me vojo maridare! Fiola mia, chi vòto tòre? Voj tòre on contadin che sapia sonare el violin, che sapia sonare la simia. La simia l’è poreta la gh’ha l’abito da ziveta fato a usanza: tasì, tasì, Speranza, che l’aqua la boje, la galina la ga le duoje, el can de la massara l’è ‘ndà via stanote, i gh’ha da tante bote, i gh’ha fato negro on brazo: sangoe de mi, sangoe de ti, ciapa on cortelo e scànelo lì!

Tanto questa, quanto quella che segue avevano evidentemente la funzione di far ballare il bambino sulle ginocchia del narratore.

Totò, Totò l’andava, la Ménega par tera la sòmena la fava, on bocolin de vento che vale zinquezènto, zentozinquanta, che tuto el mondo canta, canta el galo risponde la galina, to mama Franceschina la se fa a la finestra con do corone in testa, passa la fante con do cavale bianche, bianca la sela, la me morosa bela, bianco el selon, el me moroso col balon!

E qui, una chiusa grottesca, anche se un po’ grossolana, ai fini dell’allegria, non guasta.

In altri casi, specialmente nelle affabulazioni fiabesche dei filò, le filastrocche si innestano in una narrazione ben precisa e costituiscono un che di mezzo tra la fiaba e lo scioglilingua. In queste, la parte narrata è lasciata all’arbitrio del narratore, fisso, invece, è il testo che costituisce la vera e propria filastrocca, la quale chi sa per quante mai generazioni sarà passata.

Concludiamo con un’osservazione. Proprio per questo carattere ripetitivo della filastrocca, per la ridondanza e, se si vuole, per la ritualità sempre uguale e sempre la stessa, si è alterata spesso in filistoca caricandosi, oltre che di ironia, perfino di un senso spregiativo della cosa.

La filistoca è un rito, un processo, un’abitudine, una frase, una raccomandazione, come quelle che fanno le mamme che sembrano inopportune e inutili, (ma mama, sempre co sta filistoca! A son grando ormai). Può essere un’azione o un oggetto che danno noia e fastidio. Può essere appunto la raccomandazione della mamma o della maestra, e perfino la scuola stessa per uno studente svogliato, o l’abituale rituale di andare a prendere il latte alla fattoria.

Nella parlata le due voci difficilmente si confondono. La filastroca indicherà sempre la poesiola o la formula ritmata di cui abbiamo detto, e la filistoca sempre qualsiasi cosa noiosa e ripetitiva. Solo recentemente le due voci si stavano confondendo, ma la seconda è decaduta e quasi nessuno più ne fa uso. E non è che sia cosa recente.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Le filastrocche del mondo contadino”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-filastrocche-del-mondo-contadino/

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