La lingua di terra che si estende, dal punto di vista amministrativo, dalle foci del Delta del Po fino al confine con la Lombardia in quel di Melara con direzione Est-Ovest, “contenuta” fra Adige e Po nel senso Nord-Sud, è una tipica della “bassa”, di confine. Questo può spiegare come il Polesine sia un insieme di tre o quattro culture che, pur sfumate, risentono delle influenze delle terre confinanti e che si manifestano in svariati modi: dal dialetto, ai costumi e tradizioni, alla toponomastica, e a tutte le altre forme relazionali che configurano un territorio.
Non poteva essere esclusa l’agricoltura, intesa come arte di coltivare la terra o meglio il terreno agrario. Va innanzitutto detto che, in funzione dei diversi sapori dei terreni polesani – quali risultato del connubio delle acque dell’Adige e del Po con l’origine dei depositi alluvionali sulle rocce madri – si sono via-via succedute nel tempo diverse forme di conduzione agraria.
E il primo esempio della varietà nell’ambito del nostro territorio lo offrono le sistemazioni idraulico-agrarie, che possono essere alla “ferrarese” o alla “padovana”, mentre gli allevamenti vegetali, in parte da considerare autoctoni, come la cerealicoltura, la canapicoltura, la medicoltura, la bieticoltura e l’orticoltura, mantengono una “fisionomia” alquanto uniforme.
Come dato storico è da considerare anche la coltivazione dei gelsi per l’alimentazione del filugello o baco da seta, ormai spariti nei nostri areali. Diverso è il caso delle colture di più recente comparsa, quali le frutticole, la fragolicoltura e, ancor più recente, la actinidia, coltura la cui presenza inizia dalla fine anni ‘60 del secolo scorso.
Le arboree da frutto, principalmente meli, peri, peschi e, a seguire, susini, albicocchi fino alla fine dell’800 – inizio ‘900 erano presenti in piccole superfici, al limite famigliari, ma hanno avuto un notevole sviluppo nella seconda metà del medesimo secolo, come succedeva nelle confinanti terre ferraresi e veronesi. Lo stesso dicasi per la coltivazione della fragola che ha avuto il suo massimo sviluppo a partire dalla seconda metà del ‘900 e che si è diffusa soprattutto nel Medio Polesine nell’area rivierasca del Po con inclusione anche nel Medio Basso, per estendersi fino alle terre bagnate dall’Adige.
A suo tempo anche la viticoltura era coltivata in contiguo con quella del basso padovano, laddove l’ampellidea regnava – e regna – sovrana negli areali dei Colli Euganei e dintorni. Coltivazioni “specializzate”, erano e lo sono tuttora, perché richiedono conoscenze specifiche di agronomia e di economia agraria, stante le notevoli anticipazioni in capitali sia fissi che circolanti occorrenti per la loro attuazione. La configurazione dei loro impianti è andata rapidamente evolvendosi, soprattutto nelle arboree, tanto da non essere facilmente riconosciuti dall’occhio dei non addetti.
Sono sparite le forme di allevamenti degli alberi a pieno vento, a vaso, con le tre branche primarie che, equamente differenziate nella circonferenza del fusto capitozzato, portavano le secondarie e queste le terziarie a frutto conferendo una certa maestosità ai frutteti. La forma era il risultato di una sapiente costruzione di potatura che si esprimeva in un equilibrato rapporto nella presenza di gemme a legno e a frutto, il tutto con la maggior esposizione possibile alla luce.
Nei primi anni ‘60, dalla stazione di ricerca inglese di East Malling sono arrivati i portainnesti nanizzanti e su questi si è sviluppata la nuova frutticoltura pomicola allevata con le forme obbligate a “spalliera” a “fusetto” e derivati. Dalle tre-quattrocento piante per ettaro si è passati alle migliaia degli “impianti fitti”. Ne ha sofferto l’estetica e il paesaggio, mentre la stessa gestione è stata rivista in radice. La competitività delle produzioni ha imposto quest’evoluzione che continua interessando tutta la filiera a partire dalle varietà fino alla distribuzione.
Per una serie di ragioni socio-economiche, che non è possibile analizzare in questa sede ma che potrebbe offrire spunto per degli approfondimenti, da oltre un decennio il patrimonio frutticolo polesano si è notevolmente ridimensionato. Il vigneto, addirittura, da migliaia di ettari si è ridotto sotto i mille, coltivato in aziende specializzate grazie alla passione e professionalità degli addetti. Non poteva essere immune da queste evoluzioni anche il panorama delle infrastrutture a supporto delle produzioni per la loro conservazione e/o trasformazione che da familiare, o quasi, si sono trasformate e concentrate in complessi agroindustriali.
Le cantine sociali, gli impianti di frigoconservazione della frutta, le grandi stalle, gli allevamenti avicoli, la diminuzione del numero delle aziende con l’aumento della loro superficie hanno intaccato nel volgere di pochi decenni quella trama del tessuto agrario condiviso dalle generazioni precedenti la nostra. Forse il caso più eclatante per la terra polesana è stato la sparizione degli zuccherifici sostituiti dalle strutture di essiccazione e stoccaggio per i cereali.
Ora, nell’incessante evolversi delle applicazioni tecniche, stanno sorgendo come funghi gli impianti per produrre energia: fotovoltaica e da biomasse che conferiscono un nuovo aspetto, surreale, nella piatta terra polesana.
Cambiano i tempi e con loro le necessità e i bisogni: importante siano contenuti e soddisfatti con il sano principio della probità fondato sulla vera cultura del vivere.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “Dai gelsi ai pannelli fotovoltaici”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/dai-gelsi-ai-pannelli-fotovoltaici/