Nulla dà maggiore sensazione di tranquillità e di pace che contemplare, per fare un esempio, un pascolo alpino. Questo appare agli occhi dell’osservatore, ma dal punto di vista botanico la realtà è molto diversa. Le varie specie di erbe che convivono a stretto contatto sono in continua e dura competizione per la sopravvivenza. Ciascuna specie deve adottare forme di difesa e di lotta molto elaborate, che vanno dall’aumento e dall’anticipo dello sviluppo radicale e fogliare, ad una maggiore frequenza dei cicli riproduttivi. L’equilibrio tra le diverse popolazioni vegetali dipende da numerosi altri fattori biotici ed abiotici. Gli effetti del clima sono i più evidenti: in annate siccitose le piante resistenti al secco conquistano maggior spazio vitale rispetto alle più sensibili e viceversa. In situazioni pedoclimatiche meno favorevoli, dove il numero di specie e la concorrenza reciproca diminuiscono, aumentano ovviamente le difficoltà dovute all’ambiente. Per quanto riguarda il Polesine, va detto che le zone litoranee in vicinanza dell’acqua marina sono tra le più difficili. Qui si sviluppano le poche specie vegetali capaci di adattarsi, dopo millenni di selezione naturale, alle avverse condizioni date soprattutto dalla salinità del suolo sabbioso e dalla siccità estiva. Più in generale, si può quindi affermare che la vita, o meglio, la sopravvivenza dei vegetali allo stato selvatico, è sempre durissima in ogni situazione. Le specie non in grado di competere con le altre o di adeguarsi velocemente al variare delle condizioni ambientali sono inesorabilmente condannate a scomparire.
Le bietole di Porto Levante
A chi passeggia lungo gli argini attorno a Porto Levante, può capitare di vedere piante erbacee con foglie simili allo spinacio, ma più piccole e verdi anche d’inverno (fig. 1). Le piante, relativamente diffuse nei litorali del Mediterraneo, emettono uno o più scapi con fiori numerosi, piccoli, poco appariscenti, dall’intenso e soave profumo simile a quello della vite. In certe annate, si può osservare qualche individuo anche sulla massicciata che accompagna il corso del Po di Levante fino al centro della laguna (figg. 2 e 3). Crescendo su pochi grammi di residui portati dal mare e completamente circondate dall’acqua salata, le piante dimostrano non comuni doti di sopravvivenza. Nessun altro vegetale superiore è stato visto svilupparsi in queste situazioni veramente estreme.
La pianta in questione è la bietola marittima [Beta vulgaris L. subsp. maritima (L.) Arcang.], ossia la progenitrice ancestrale delle bietole coltivate (von Lippmann 1927). Questa parentela dovrebbe bastare per includerla nella lista delle specie protette dal Parco Regionale, che tuttavia nemmeno la cita tra le specie presenti. Evidentemente si ignora che proprio la bietola marittima raccolta attorno a Porto Levante è entrata nella storia della bieticoltura mondiale. Un intervento a protezione della specie sarebbe molto opportuno, dato che si stanno riducendo sia il numero dei siti, sia le piante per ogni sito (Bartsch et al. 2003).
L’opera di Ottavio Munerati
Si deve a questo punto tornare indietro di oltre un secolo, quando Ottavio Munerati fondò a Rovigo la Regia Stazione Sperimentale di Bieticoltura, con sede in un’ala del vecchio ospedale delle Granzette (Cappellari 2005; Biancardi 2007). Egli fu tra i primi ad intuire che i progenitori selvatici potevano essere sorgenti di qualità utili per le progenie coltivate. Com’è noto, queste ultime sono state sottoposte, dopo la domesticazione, ad un inconscio processo selettivo che tendeva a favorire nella riproduzione le piante che meglio esprimevano le caratteristiche utili al coltivatore (von Lippmann 1927).
Con la selezione artificiale iniziata circa 10.000 anni fa, la bietola ha preso diversi indirizzi produttivi (da foglia o da costa, da radice, da foraggio, da zucchero), ciascuno dei quali ha richiesto selezioni specifiche che hanno progressivamente differenziato le parti utilizzate (fig. 4). Questi tipi, come tutte le altre specie coltivate, hanno perso una parte dei caratteri necessari per vivere allo stato selvatico. Un esempio è dato dalla capacità di competizione sopra richiamata, che si è ridotta al minimo perché diventata pressoché inutile nelle coltivazioni, protette e difese dalla mano o dalla zappa del contadino.
Munerati iniziò subito ad occuparsi della bietola marittima alla ricerca di caratteri utili per contrastare la cercospora, una malattia fungina diffusa nelle zone temperate ed umide, in grado di danneggiare l’apparato fogliare e di causare ingenti riduzioni produttive (Munerati et al. 1913). “Le nostre osservazioni – scrisse Munerati (1946) – erano cominciate dunque nel 1909, nell’estate del quale anno, lungo l’argine del Po di Levante, in prossimità della costa dell’Adriatico, a una ventina di chilometri da centri di coltura bieticola, raccogliemmo alcuni chilogrammi di seme ben maturatosi sulle piante”. Fu necessario un lungo lavoro per selezionare e valutare le migliaia di linee ottenute incrociando varietà normali con le bietole spontanee. Ci vollero più di 10 anni per ottenere qualche linea parzialmente resistente alla malattia, ed altrettanto per migliorare il carattere (Munerati 1932).
Nel 1935, alcune linee furono inviate negli Stati Uniti, dove permisero un sostanziale miglioramento della produzione di zucchero nelle zone colpite dalla cercospora (Coons 1936, 1975). Lo stesso materiale genetico fu distribuito in Europa. Ancora oggi, la resistenza scoperta da Munerati è l’unica disponibile contro la malattia. In altri termini, si conferma quanto egli ebbe a dichiarare: “Non mi soffermo su tale lato della questione perché non si possa neanche lontanamente pensare che si nasconda in me il desiderio di dar peso ad una modesta opera: solo sia consentito di affermare che tutti i tipi oggi dichiarati come più o meno resistenti alla cercospora, e come tali impiegati, sono derivati dal materiale qui scelto” (Munerati 1946; Biancardi 2010).
L’eredità di Munerati
Nel 1915, Munerati fotografò e chiamò “rizomania” un’anomala proliferazione dei capillari radicali che formano la cosiddetta “barba”. Non conobbe direttamente la malattia, alla quale alcuni decenni dopo fu dato quel nome e che può ridurre la produzione di zucchero a pochi quintali per ettaro (fig. 5). Essendo causata da un virus, l’unica difesa è possibile con l’impiego di resistenze genetiche. Fortunatamente ne sono stati individuati diversi tipi: il primo è stato isolato in varietà sicuramente derivate da selezioni di Munerati resistenti alla cercospora.
Nel 1980 è stata trovata una seconda resistenza molto più efficace. La varietà Rizor, selezionata in Italia e usata in tutto il mondo, ha permesso la sopravvivenza della coltura nelle zone interessate dalla malattia. Negli Stati Uniti, qualche anno più tardi, fu isolata un’altra fonte di resistenza molto simile alla precedente. E’ in ogni caso opportuno sottolineare che con l’analisi del DNA, anche l’origine di queste resistenze è stata fatta risalire ai materiali selezionati a Rovigo e quindi derivati dalle bietole marittime di Porto Levante (Biancardi et al. 2012).
Dalle stesse selezioni sono state isolate ed utilizzate resistenze a diverse altre malattie, come l’arricciamento fogliare (curly top), la peronospora, l’oidio e ad alcuni tipi di nematodi. Anche la monogermia genetica, carattere che ha eliminato la necessità del diradamento manuale, sembra avere avuto la stessa origine. Si può quindi affermare che la coltivazione della bietola sarebbe oggi impossibile in quasi tutti gli areali senza le resistenze e le qualità isolate e trasferite dalla bietola marittima, in buona parte risalenti alle linee di Rovigo (Biancardi et al. 2002).
Va infine detto che la bietola marittima possiede un sistema riproduttivo che si presta a studi di genetica delle popolazioni vegetali, che forniscono risultati validi anche per altre specie ad impollinazione incrociata (Letschert 1993). Lo stesso avviene per gli studi di biologia molecolare (Villain 2007). La bietola marittima è l’unica antenata di una grande coltura (a differenza del grano, mais, soia, orzo ecc.) che tuttora sopravvive e convive accanto ad essa. Si presta quindi a valutare gli effetti della diffusione di polline da colture OGM a quelle normali (Arnaud 2008). E’ noto che la possibilità che geni modificati si disperdano nell’ambiente rappresenta l’aspetto più importante sia per i favorevoli sia per i contrari all’introduzione di colture GM (Bartsch e Pohl-Orf 1996; Bartsch et al. 1997). Gli studi sopra elencati coinvolgono un numero crescente di ricercatori che pubblicano su titolate riviste internazionali (fig. 6). Nel 2006 (ultima rilevazione), gli articoli sono stati 45 http://www.newcrops.uq.edu.au/listing/species_pages_B/Beta_maritima.htm.
Nel gennaio del 2012, è stato pubblicato il primo libro completamente dedicato alla bietola marittima (Biancardi et al. 2012) (fig. 7), nel quale si è cercato di riassumere l’enorme massa di notizie riguardanti la specie: dalla storia, alla fisiologia, ai caratteri utili, alle applicazioni future. Il libro contiene, tra l’altro, la descrizione delle esperienze dei ricercatori più impegnati con la pianta. Alcuni capitoli dedicati alla resistenza alle malattie, sono stati trattati dai selezionatori che hanno scoperto il carattere.
Il libro è dedicato a Munerati, il quale, a oltre 60 anni dalla morte ed a oltre 100 dai suoi primi esperimenti con la Beta maritima, è ancora continuamente citato negli articoli scientifici sull’argomento. In ambiti di ricerca in rapida evoluzione, questo è un caso raro non solo per le scienze agrarie. Anche se il nome di Munerati è pressoché sconosciuto in patria, come di norma succede, e l’istituto da lui fondato versa in gravi difficoltà, è probabile che nessun polesano possa oggi vantare un’uguale fama internazionale. Tutto questo iniziò dalle bietole marittime raccolte sull’argine destro del Po di Levante a poche centinaia di metri dalla foce.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Enrico Biancardi. “La bietola selvatica del Delta del Po”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-bietola-selvatica-del-delta-del-po/