Tra i personaggi illustri del Polesine, un posto particolare va riservato ad Ottavio Munerati nato a Costa di Rovigo 130 anni fa, nel 1875 e morto a Rovigo nel 1949. Una vita la sua tutta vissuta nella terra polesana e spesa nello studio proficuo a vantaggio dell’agricoltura e, soprattutto, della bieticoltura, dove eccelse venendo annoverato, unanimemente, fra i maggiori studiosi a livello mondiale.
Ottavio Munerati è stato uno dei padri della bieticoltura moderna, ed ancor oggi diverse delle sue geniali scoperte e intuizioni costituiscono i pilastri fondamentali dell’agronomia della saccarifera a cominciare dallo studio del suo complesso patrimonio genetico. Vi concentrò gli sforzi per quasi mezzo secolo nel tentativo di carpirne i segreti alla luce dell’interpretazione delle leggi sull’ereditarietà, scoperte poco prima da Gregorio Mendel, per evidenziare e fissare i caratteri ritenuti positivi per la coltivazione della bietola anche nel nostro Paese.
La sua scarna bibliografia lo descrive da giovane come gracile di costituzione, spesso soggetto a indisposizioni ma dotato di un quoziente di intelligenza e di un talento di osservatore e di indagatore dei fenomeni della Natura, decisamente fuori del comune. Lo testimoniano i risultati scolastici di assoluto prim’ordine ottenuti al ginnasio e al liceo di Rovigo, nonostante le frequenti assenze, come ebbe a ricordare il dr. Dante Marchiori, noto imprenditore, studioso, impegnato nel mondo sindacale alla guida dell’Associazione Agricoltori polesana.
Marchiori, che con il prof. Munerati dissertò su una tesi di laurea, riporta una memoria del prof. Giuseppe Cecchetti di Arquà Polesine, già compagno di classe del Munerati, anche lui valente agronomo, il quale raccontava “…dello stupore dei compagni nel vederlo brillare negli studi nonostante le sue scarse presenze”.
Trasferitosi nella più salutare Portici, vicino a Napoli, per frequentare la Scuola Superiore di Agricoltura, Munerati recuperò salute ed energie, tanto da laurearsi a soli ventun’ anni.
Siamo alla fine del XIX secolo e il nostro Paese vive una situazione socio-economica complessa che vede l’affermarsi di una “rottura” con schemi sempre più inadeguati, come testimoniano le rivendicazioni per migliori condizioni di vita di larga parte della popolazione, eminentemente rurale, e la grande emigrazione di massa della stessa verso le lontane Americhe.
L’agricoltura è in fase di faticosa progressione e ricerca tecnico-organizzativa, grazie all’illuminata intraprendenza di vari amministratori locali, di alcuni imprenditori e a quel poco che lo Stato riesce a dare. Nasce, quasi per moto spontaneo e si sviluppa, un organismo deputato a portare nelle campagne il verbo delle conoscenze scientifiche che andavano a concretizzarsi e ad applicarle direttamente nei campi: si tratta delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura. Un lavoro improbo di divulgazione, di prove, sperimentazioni, esame dei risultati fatto con penuria di mezzi ma con tanta volontà da parte di personaggi mossi dall’ideale di fede ed entusiasmo per il bene comune.
Munerati, rientrato a Rovigo, trova nella Cattedra, la prima nata in Italia, la base di lancio verso una luminosa carriera, succedendo prima come direttore al mitico Tito Poggi e poi avviando le sue ricerche sulla “nuova” coltura che veniva dal Nord: la barbabietola da zucchero. Munerati intuisce prima e dimostra poi le grandi opportunità sociali, economiche ed agronomiche dovute alla coltivazione della particolare radice. Lo fa con una divulgazione puntuale sulla Rivista Agraria Polesana, che fonda e dirige, e con interventi su altri periodici.
Sorgono frattanto i primi zuccherifici in Italia: a Lendinara, nel 1901, il primo in Polesine, al quale seguirà Ficarolo e via via gli altri. La terra fra Adige e Po, in particolare, si dimostra vocata per la chenopodiacea: occorreva solo “creare” varietà più affini alle sue condizioni pedoclimatiche. Munerati inizia così, la lunga opera di miglioramento genetico che avvia nella Stazione Sperimentale di Bieticoltura da lui voluta e fondata nel 1912 a Granzette, la frazione di Rovigo bagnata dall’Adige e che dirigerà fino alla fine. E’ l’unica Stazione in Italia e fra le prime del mondo dedicata alla bieticoltura.
Munerati avvia la produzione di seme italiano incrociando tipi selvatici di “Beta marittima” che raccoglie nelle dune fossili del Delta del Po e lungo gli argini del Po di Levante, con seme di provenienza estera. Inizia una poderosa opera di ricerca basata su incroci e prove parcellari ripetute con metodologia scientifica per più anni. Esamina, così, il comportamento di diecine di migliaia d’ “individui” con un lavoro di minuziosa attenzione, descrizione e catalogazione con i mezzi di allora.
Nel 1935 manda negli Stati Uniti d’America la linea RO 581, dotata di resistenza alla cercospora che rappresenta, a detta dei ricercatori locali, il primo sostanziale progresso nella resistenza alla pericolosa fitopatia che distrugge l’apparato fogliare. Ancor oggi, tutte le varietà resistenti alla cercospora discendono direttamente dalla linea prodotta da Munerati.
Intrattiene una vasta corrispondenza con istituti di ricerca nazionali e stranieri con scambi di risultati e di seme (ne è testimonianza la ricca biblioteca conservata presso l’Istituto Sperimentale per le Colture Industriali – ex Bieticoltura – di Via Amendola a Rovigo); avvia la “filiera” industriale della coltura coordinando i rapporti fra produttori e industriali con l’introduzione del metodo di pagamento delle bietole su base titolo zuccherino.
L’impatto socio-economico della saccarifera per quel tempo e per diverso altro ancora è notevole e tutto da riscoprire. Grazie al lavoro oscuro di un uomo schivo, impegnato per tutta la vita nel chiuso dei laboratori ad analizzare quello che aveva seminato all’aperto, nei campi, e che divulgava al mondo accademico nazionale ed internazionale, ricevendone in cambio ulteriori conoscenze ed arricchimento, la bieticoltura si affermò in modo rapido e travolgente in pochi anni.
Ottavio Munerati, come è stato ribadito dagli illustri studiosi il 9 ottobre del 1999 in Accademia dei Concordi, in occasione del convegno per il 50° della sua morte, merita il grande riconoscimento che gli uomini riservano ai benefattori. Il francese Michel Desprez lo ha onorato così: “…i nostri amici italiani hanno la fortuna d’annoverare scienziati in anticipo sui tempi. ..da Galileo …a Marconi …a Fermi. Penso si possa annoverare anche Munerati per la barbabietola da zucchero in questa gloriosa coorte”.
Ringrazio per la preziosa disponibilità offerta con documentazione il Dr. Enrico Biancardi, Direttore dell’Istituto Sperimentale per le Colture Industriali, Sezione di Rovigo.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “Ottavio Munerati (1875-1949)”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/ottavio-munerati-1875-1949/