Seduta sul dondolo della terrazza, all’ombra del glicine, che coi suoi rami contorti si era impadronito di due lati della casa, osservavo il volo incessante delle rondini appena tornate. Era piacevole e rilassante vedere come il verde, piano piano, riprendeva possesso del quartiere.
La zona pedonale non era più solo un via vai di biciclette cariche di borse con la spesa. Ora c’erano ragazzi e ragazze che facevano footing, bambini che sfrecciavano sugli skateboard e persone, più o meno anziane, che semplicemente camminavano godendosi le prime giornate di sole.
Seduta, osservavo tutto questo e aspettavo altri ritorni.
Sapevo che prima o poi sarebbero arrivate e, come ogni anno, si sarebbero fermate circa tre mesi. Le conoscevo bene, erano inconfondibili per il loro colore particolare. Lei, agile e snella, aveva lo stesso colore di un cappuccino cremoso. Lui era un po’ più grosso e un po’ più scuro, ma non tanto. Ecco, un cappuccino con una spolverata di cacao sopra.
Fu una mattina presto, aprendo la persiana, che lo vidi fermo sulla ringhiera della terrazza. Aveva un fuscello nel becco lungo quasi il doppio del suo corpo.
Alzai gli occhi verso il glicine ed, esattamente dove l’anno prima avevano fatto il nido, c’era lei, la tortorella.
Corsi a prendere il cellulare e per circa un’ora restai alla finestra per riprendere quella scena veramente spettacolare. Era un via vai incessante. Lui allungava i ramoscelli alla compagna che li sistemava tra i rami e ripartiva subito tornandosene poco dopo con un altro rametto nel becco.
Felice di quello che avevo ripreso e che avrei inviato ai miei figli, che da tempo non abitavano più con me, andai in cucina a fare colazione. Non uscii subito in terrazza, non volevo farmi vedere temendo di spaventare i due volatili concordemente attivi nel loro lavoro.
Uscii verso mezzogiorno e quello che apparve ai miei occhi mi lasciò impietrita.
Tutti i ramoscelli che lui aveva portato ora si trovavano sparpagliati sul pavimento della terrazza. Di loro nessuna traccia.
Cosa era successo? Avevano cambiato idea sul luogo scelto o avevano litigato e non volevano più stare insieme?
No, no, non è possibile! Loro no, almeno loro no!!!
Si sa che tra gli umani le unioni hanno una durata breve e al primo intoppo la coppia si divide… ma non loro. Per carità! Se anche le tortore, simbolo di amore e fedeltà si separano, cosa altro ci resta?
Amareggiata e delusa, ripresi il cellulare e fotografai tutti i ramoscelli sparpagliati. Avrei inviato tutto ai figli perché ero certa che se avessi raccontato loro l’episodio, considerando la mia età, e conoscendo la facilità di rivolgermi critiche, non mi avrebbero creduta.
“Non preoccuparti mamma, vedrai che fra qualche giorno tornano.” Mi rispose il figlio più giovane. Lui era esperto in litigi amorosi.
In effetti dopo tre giorni, aprendo la finestra, vidi la tortorella fra i rami del glicine, esattamente nello stesso luogo di prima. Era sola. “Sarà andato in cerca di ramoscelli” ho pensato, e mi sono nascosta ad osservare cosa stava succedendo. Quello che ho visto mi ha lasciato alquanto perplessa.
Era lei che andava a prendere i fuscelli per poi disporli fra i rami. Di lui nessuna traccia. Notai che i ramoscelli che lei utilizzava erano assai diversi da quelli che aveva portato lui. Erano più leggeri e soprattutto più flessibili.
Dopo aver preparato la base, utilizzando il palo orizzontale che sosteneva il glicine, appoggiò i rametti in verticale tra le foglie e col becco “intrecciò” a cerchi orizzontali i fuscelli più flessibili.
Incredibile! Mi sembrava di assistere alla costruzione di un cestino, come avevo visto fare ad una fiera paesana.
Alla fine la tortorella si adagiò al centro e lì rimase fino alla schiusa delle uova. Non l’ho mai vista abbandonare il nido. Forse volava via al mattino presto, doveva pur nutrirsi.
“Una madre single,” ho pensato.
Ma una mattina, aprendo la finestra, l’ho visto sul nido. Lei non c’era. Sono rimasta ferma ad osservare e ho notato che col becco dava dei colpetti dentro al nido.
“Non vorrà mica ucciderli?” Ho pensato preoccupata. Coi tempi che corrono non si sa mai! Sono uscita in terrazza e mi sono avvicinata piano piano per controllare cosa stava succedendo, e ad un tratto ho visto una testolina bagnata sporgersi dal nido. No, non li stava uccidendo, li aiutava ad uscire dal guscio. Erano due. Due testoline bagnate.
Quando tornò la tortorella lui volò via e non l’ho più rivisto. Si sentiva solo in lontananza il suo richiamo inconfondibile, “rober-to, rober-to, rober-to.” Forse voleva dirle che lui c’era. C’era anche se si erano lasciati, c’era per i figli.
Ora la tortorella li proteggeva col suo corpo. Due o tre volte al giorno volava via e, quando tornava, li imbeccava. Era uno spettacolo commovente. Loro sempre col becco aperto per l’imbeccata.
Solo a giugno iniziarono le prime prove di volo. Battiti di ali, ma zampette fisse nel nido. Una delle due tortorelle imparò presto a volare e cominciò a lasciare il nido per poi tornare poco dopo, l’altra sembrava proprio che non volesse saperne. La mamma si spostava sul filo della luce poco distante dal nido e la chiamava. Lei batteva freneticamente le ali, ma non lasciava il nido. Si spostava di qualche rametto saltellando, ma era ancora la mamma a portarle il cibo.
Una mattina ho visto il nido vuoto. Sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma mi dispiaceva non averle salutate. Mentre, un po’ triste, facevo colazione ad un tratto ho sentito tubare. Uscita di corsa ho visto la mamma che accompagnava le tortorelle al nido. Non ho fatto in tempo a riprenderle col cellulare perché sono volate via subito, ma mi ha fatto piacere vederle insieme.
Ora il nido è vuoto, ma tornerà la primavera e con la primavera torneranno le tortorelle. Avevo bisogno di loro. Le aspettavo ed ero certa che le avrei riviste.
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Come citare questo articolo
Maria Teresa Proni. “Le tortorelle “separate””. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-tortorelle-separate/