Silenziosi ed ieratici i totem ti guardano. Immobili e muti, ma nel contempo a modo loro quanto mai eloquenti, sembrano scrutare l’animo del visitatore che accede alla mostra allestita presso la Cittadella della Cultura di Lendinara. In loro compagnia, alle pareti, una nutrita serie fotografica di altri totem e di sculture in legno realizzate nei primi anni settanta del ‘900 da Adolf Vallazza. L’appuntamento espositivo, inaugurato lo scorso 16 ottobre 2021 e allestito fino al 29 gennaio 2022, concentra la propria attenzione su un eccezionale connubio tra scultura, fotografia e critica d’arte che si materializzò con l’uscita, nel 1974, di una monografia intitolata I legni di Vallazza. Un progetto frutto dell’intesa progressivamente maturata nei mesi e negli anni precedenti tra lo scultore ligneo Adolf Vallazza, il fotografo Gianni Berengo Gardin ed il critico Giuseppe Marchiori.
Un lavoro editoriale che ebbe innanzitutto una valenza decisiva nell’itinerario artistico che Vallazza aveva intrapreso, giovanissimo, già da oltre un ventennio. Se occasioni di mostre personali e cataloghi di accompagnamento non erano mancati, è necessario altresì sottolineare che la pubblicazione del 1974 costituì un’innegabile pietra angolare nella bibliografia dello scultore.
Per un verso, diede infatti l’innesco ad un’attenzione critica su orizzonti notevolmente allargati consentendo a Vallazza di avviare confronti con molti altri autorevoli osservatori delle arti visive del secondo Novecento; contestualmente gli aprì le porte a progetti espositivi sempre più ambiziosi e in grado di liberare pienamente le potenzialità di forza evocativa e di suggestione delle sue opere. Da allora la sua arte si dipanò senza soluzione di continuità ed ancor oggi prosegue fino ad approdare alle sale dell’archivio lendinarese che custodisce le testimonianze dell’antica amicizia con Giuseppe Marchiori.
I contatti fra critico ed artista presero avvio nei primi anni Settanta, in un frangente di tutto rilievo per lo scultore, ovvero all’aprirsi di quella che possiamo fissare, in una prospettiva storicizzata, come la conquistata maturità espressiva di Vallazza. A confermarlo non passa inosservata, nella lettura che Marchiori proporrà nel suo saggio, la ripetuta sottolineatura che proprio le opere del biennio 1973-1974, pur essendo radicate in un universo simbolico già precedentemente strutturato e rispetto al quale non ponevano nette cesure, si indirizzavano verso un’identità linguistica consapevolmente acquisita, che trovava in sé i propri canoni.
Il critico sentiva di essere partecipe, in presa diretta, di questa irreversibile transizione scorrendo con lo sguardo le opere più recenti individuate nello studio di Ortisei: “Vallazza annuncia una visione, che si arricchisce di nuovi elementi primitivi, di più profondi valori simbolici, che si precisa e si raffina, pur nel costante rigore degli schemi stilistici tendenti all’assoluto.
E l’invenzione delle forme si vale con maggior potere espressivo della diversità dei legni, soprattutto nelle Composizioni totemiche del 1974, nelle quali ogni elemento si idealizza: i tondi diventano solo magici simboli di pianeti da adorare; le ante sospese o posate su cubi massicci hanno la forma di cuori; e su erme preistoriche si levano composite strutture lignee con fori e incastri, che possono sembrare teste di gufi.
Una serie di opere, in misura diversa, evocative e che creano, nel loro casuale disordine, un ambiente in cui il sacro e il profano si confondono nella penombra, come nell’abside di un antico santuario sconsacrato”. Furono indubbiamente le ripetute visite all’atelier e gli intensi dialoghi dal vivo con l’autore, come nel consolidato modus operandi di Marchiori, a determinare il decollo della monografia.
L’acume con cui erano stati individuati i caratteri che facevano di Vallazza un interprete capace di distinguersi nel ricco panorama degli intagliatori lignei della Val Gardena, era l’ennesima attestazione di quanto la sensibilità del critico lendinarese si fosse affinata a seguito di un pluridecennale impegno che l’aveva portato a divenire uno dei più assidui commentatori di storia, temi e individualità della scultura italiana del secondo Novecento. I consolidati riconoscimenti dell’autorevolezza della sua voce non avevano però scalfito la sete di incontri rivelatori e l’entusiasmo per scandagliare l’uomo che si rivelava dietro la scoperta di una nuova opera. Una passione inalterata, la stessa che l’aveva sospinto in ormai mezzo secolo ad una sconfinata sequenza di visite agli artisti nei loro studi, lo condusse così a cercare la precisa identità di quell’intagliatore ligneo che, innestandosi in una secolare tradizione artigiana, stava costruendo un proprio sorprendente universo simbolico.
L’incipit dello scritto di Marchiori forniva una prima risposta volta a sciogliere l’enigma: “Adolf Vallazza ha il volto di un apostolo gotico, con la barba aguzza e le gote scavate: un volto ligneo di santo antico, chiuso nel rigore di uno stile severo. Il suo pallore claustrale ha la dignità della meditazione e della fede; un pallore di avorio levigato del tempo, illuminato all’improvviso dalla luce di uno sguardo dolce e malinconico È l’espressione della solitudine, e dell’impegno di un uomo immerso nel mondo fantastico in cui vive e che ogni giorno si accresce di nuove figure […]”. Da par suo, in poche righe, il critico aveva saputo nuovamente fornire le prime chiavi per accedere al mistero che adombra ogni genesi artistica, un disvelamento che in quest’occasione si materializzava dagli stessi tratti somatici del maestro. A seguire si apriva un articolato ventaglio di suggestioni ambientali, storiche, antropologiche che Marchiori individuava nell’immaginario di Vallazza, alimentatosi in un segreto rapporto “con le tradizioni del proprio paese e con gli aspetti stessi della natura, boschivi e dolomitici”.
La lettura si addentrava quindi sulla qualità materica dei legni scrupolosamente scelti dallo scultore, la resa pittorica di taluni accostamenti, sulle leggi costruttive adottate, sulla sintesi plastica raggiunta in direzione di un’astrazione potentemente evocativa; si tratta degli snodi critici che conferiscono particolare profondità all’interpretazione di Marchiori, che dal canto suo consegna allo scultore una preminenza assoluta nella disciplina: “Per Vallazza l’intaglio non ha segreti: è un mestiere che si tramanda nei secoli e che gli consente di trasformare il dato oggettivo nella invenzione fantastica con una perizia tecnica avvincente, a un limite in cui l’arte confina con la magia”.
L’eccellenza de I legni di Vallazza non sarebbe tale se allo straordinario connubio, cui si faceva cenno in apertura, fosse mancato l’apporto di chi poteva misurarsi con l’impresa di realizzare un apparato iconografico che potesse restituire l’aura delle opere d’arte e al contempo suffragare le parole che le descrivevano.
Marchiori decise che a raccogliere la sfida fosse il fotografo Gianni Berengo Gardin. I suoi scatti fornirono un incontrovertibile esito positivo, tanto che lo stesso critico in un primo passaggio del suo scritto dedicato a Vallazza elogiò la sapienza nella calibrazione di un bianco e nero in grado di far affiorare anche i minimi dettagli del tessuto ligneo e delle sue sfumature strutturali, successivamente insistette sulla raggiunta resa (con gli accentuati effetti chiaroscurali di alcune immagini) della sacralità, dei timori ancestrali che le composizioni totemiche sapevano suscitare.
La mostra lendinarese propone la serie completa delle foto allora pubblicate (oltre a venti scatti inediti), un’ampia selezione di opere di Vallazza dal 1973 al 2013 e una raccolta di suoi bozzetti preparatori. La sezione archivistica offre infine una panoramica documentaria sul complesso rapporto tra Giuseppe Marchiori e le arti plastiche in un caleidoscopico itinerario in cui si incontrano, attraverso la sua lettura, i nomi che fecero la storia della scultura italiana ed internazionale del secolo scorso.
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Come citare questo articolo
Nicola Gasparetto. “Vallazza, Berengo Gardin e Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/vallazza-berengo-gardin-e-marchiori/