Parecchi secoli addietro, Plinio il Giovane scriveva che “Noi usiamo intraprendere lunghi viaggi e navigar vasti mari, per veder cose che, quando le abbiamo sotto i nostri occhi, trascuriamo”.
Proprio per questo, da alcuni anni il gruppo Ctg La Mongolfiera di Badia ha promosso il ciclo “Conosci Badia”, corsi di riscoperta della città. Essi sono rivolti principalmente ai suoi abitanti e caratterizzati non solo da incontri di approfondimento su alcuni aspetti, ma anche da alcune uscite “di scoperta” a piedi.
Sono quindi nati alcuni mini-itinerari che, nelle serate estive del Ferragosto badiese 2020 e 2021, sono stati offerti dal Ctg con crescente successo e partecipazione alla gente che voleva sfuggire alla calura estiva.
Ai lettori del Ventaglio proponiamo l’itinerario dedicato a via Roma, mettendoci nei panni dei viaggiatori che, per la prima volta, provenendo da Rovigo, raggiungono Badia Polesine. Superata la zona industriale e commerciale, concluso il rettilineo che viene da Lendinara, si curva leggermente a destra per entrare in via Roma.
Subito sulla destra ci colpisce il grande complesso dello Stadio Verzaro, ora praticamente in disuso, ma che sarebbe meritevole di un recupero anche per la sua storia. Progettato nel 1928 dal badiese ing. Aldo Chieregato e dal legnaghese Mario De’ Stefani, un valente artista e architetto operante in varie città venete, il Polisportivo del Littorio (questo il nome originario) è stato uno dei primi stadi realizzati in Italia dal Regime. Oltre al campo di calcio offriva sale per scherma e ginnastica, una pista di atletica, campi per la “palla a cesto” e il tennis, installazioni per l’atletica leggera e il tiro a volo.
Il corpo centrale che sorregge le tribune ha una facciata imponente, ispirata al classicismo stilizzato dell’epoca fascista. Una curiosità: le colonne binate erano in origine dei fasci littori dai quali, dopo il ventennio, sono state scalpellate le lame.
Poco più avanti, attira la nostra attenzione sul marciapiede sinistro un grosso cippo bianco, oggi “vilipeso” a sostegno di una targhetta rossa che segnala un idrante. Guardandolo bene, sotto i segni del tempo, si può vedere che si tratta in realtà di una pietra viaria, con tanto di freccia e scritta Salvaterra m. 1000. È la testimonianza della rettifica in epoca austriaca della strada, a correzione dell’antico percorso medievale del “Cao de Vila”, nome che in origine aveva la via. Proprio a questo punto infatti, dopo il vicolo V San Francesco, la strada non proseguiva diritta come oggi, ma curvava in direzione dell’Adigetto e saliva sull’argine verso il vecchio macello, biforcandosi poi per via Palazzina e il Capitello presso le Quattro strade.
Ma i vari vicoli S. Francesco, con il loro nome, ci ricordano anche che la via, dopo essere stata il Cao de Vila e prima di diventare l’odierna via Roma (per volere del Regime, negli anni venti, con l’obiettivo di celebrare in ogni Comune il mito della Città eterna), aveva avuto anche un’altra denominazione: via S. Francesco. E ciò a testimonianza di uno scomparso convento del ‘400 con ospitale e oratorio di San Girolamo, retti dai frati minori francescani. Infatti, poco dopo il cippo, sempre sulla sinistra, è ancora individuabile l’antica chiesetta sconsacrata del complesso, oggi occupata da una attività commerciale, dopo essere stata per decenni una falegnameria in cui era ancora ben visibile l’abside. Ora resta la forma dell’edificio, con un caratteristico cornicione sottotetto e il rosone della facciata occupato da una bocca di aspirazione dell’aria.
Proseguendo, sul lato destro, recentemente ridipinta di rosso con inserti bianchi, si staglia l’imponente facciata di Palazzo Norsa, nella quale spiccano alcuni particolari, come la testa di un leone e uno stemma con tre stelle e un’ancora. In realtà l’edificio non è mai stato un palazzo di famiglia, ma è sorto tra il XIX° e il XX° secolo per ospitare una serie di appartamenti autonomi, demolendo alcuni bassi edifici occupati da magazzini e uffici della Conceria Norsa.
La conceria, fondata prima del 1870 da Gustavo Norsa, di famiglia ebraica, era una delle più importanti del Polesine, con depositi a Mantova e Padova. Specializzata in cuoi da suola, esportava anche nell’impero austro-ungarico. Disponeva di 30 tini da concia per circa 100 mc e impiegava 25 persone per circa 250 giorni all’anno. Chiaramente la ricca presenza di acque tra Adige e Adigetto favoriva l’industria conciaria, così come quella legata alla lavorazione della ceramica.
A Badia quest’ultima fu fiorente per parecchi secoli, a partire dal 1400, ed era una attività destinata ad un uso tipicamente pratico. Le numerose manifatture infatti producevano boccali, piatti, catini, pentolame da cucina e altri oggetti per l’uso comune quotidiano, anche se alcuni reperti giunti fino a noi e conservati nel Museo Baruffaldi (ora in ristrutturazione) testimoniano anche lavori di ottima fattura con fini decorazioni e spiccato buon gusto.
Proprietario di una di queste boccalerie, attiva fino al dopoguerra, era Pio Turchetti che nel 1905 costruisce nella via una imponente villa di famiglia, dando incarico al geometra Sabadini di Padova e commissionando le decorazioni agli artisti Bianchi e Sanavio pure di Padova. Tre piani sormontati da una bella e caratteristica torretta, con la facciata principale su via Roma, mentre un retrostante parco si estende sino alle scuderie affacciate sul corso d’acqua.
Villa Turchetti ha una vera e propria seconda facciata verso il giardino retrostante. Il motivo è che si doveva accogliere in bellezza anche l’ospite che arrivava in carrozza o via acqua entrando dal portone carrabile che dava sul fiume.
Da segnalare una bella fascia in bugnato inserita tra lo zoccolo e una cornice marcapiano. La parte centrale del fabbricato è poi caratterizzata da una trifora con poggiolo affiancata da 4 finestre architravate. La luce all’ultimo piano è poi garantita da 7 finestre ovali poco sotto il cornicione lavorato.
L’interno è decorato sempre in stile liberty con stucchi di gesso di fine fattura e portali architravati in marmorino. Pregevoli le decorazioni dei soffitti e 4 mascheroni, con volti femminili, sopra i portali che danno accesso ai 2 grandi saloni interni.
La Villa ha una sua importanza artistica particolare, perché è l’unico esempio in Polesine di uno stile Liberty le cui decorazioni esterne e la fontana con i delfini sono realizzate in un materiale all’epoca nuovo e moderno: il cemento. E di cemento sono anche i pilastri esterni, decorati con mascheroni di genere femminile, che reggono l’artistico portone di ferro battuto sormontato dalle iniziali VR. Stanno probabilmente per Villa Rossi, dal nome della famiglia che succedette nella proprietà ai Turchetti, prima che nel 1963 il complesso passasse al Comune per diventare Scuola media e tornasse poi proprietà privata per ospitare prima gli uffici dell’INPS ed attualmente essere sede di Studi professionali e di una importante attività imprenditoriale europea.
Via Roma termina praticamente pochi metri dopo la villa, affacciandosi su uno spazio aperto, oggi occupato dalle piazze Marconi e Foro Boario. Era l’antico , un toponimo diffuso nel medioevo ad indicare un’area libera, fuori dalle mura delle città, in cui non si poteva edificare. Il motivo era quello di impedire un attacco facendosi scudo delle costruzioni esistenti. Erano perciò ammesse solo piccole casupole di canna e legno, in maniera da poter essere rapidamente distrutte in caso di bisogno, per avere libera visuale.
Il centro di Badia non aveva mura, ma era ugualmente protetto da una profonda fossa d’acqua e da un terrapieno che lo circondavano completamente.
Proprio qui, al termine di via Roma, la fossa correva da sud a nord occupando via Terraglio (l’odierna via don Minzoni) e le piazze. Al di là dell’acqua ecco il nucleo centrale della Badia, il Borgo di San Giovanni, e chi voleva entrarci doveva passare la fossa, attraversando una delle tre medievali porte che permettevano di accedere alla città.
Qui sorgeva infatti la Porta de Soto – detta anche di Cao de Vila o di San Giovanni – costruita in muratura sulla fossa, e dotata di un ponte in legno che si poteva chiudere per controllare l’entrata e l’uscita dal Borgo.
Oltrepassata la Porta, si entrava nel cuore del Borgo, percorrendo l’odierna via S. Giovanni, il Battista, a cui è ancora oggi intitolata l’Arcipretale.
Ma qui si apre un altro, nuovo, affascinante, itinerario alla scoperta di Badia.
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Come citare questo articolo
Alberto Ferrari. “Via Roma a Badia”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/via-roma-a-badia/