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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il tesoro di Papozze

Tre importanti pale d’altare del ‘500 e ‘600, fulcro per la valorizzazione del territorio nel contesto di attesi itinerari del turismo d’arte

di Nicoletta Canazza

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 32–35

Le tre preziose pale d’altare del ‘500-’600 (olio su tela) che ornano la chiesa parrocchiale di Papozze, dedicata ai santi Bartolomeo Apostolo e Carlo Borromeo, sono uno dei tesori nascosti di un territorio lungo il Po. Territorio che, specialmente in quello “delle Papozze” come parte estrema nord-est del ducato di Ferrara, ha vissuto una storia lunga e gloriosa di traffici e scambi culturali fra Ferrara e Venezia (anche con qualche contrasto – vedi vicende Taglio di Porto Viro 1600-1604) come area di passaggio nei secoli delle grandi vie per Venezia e Roma.

Le tre opere d’arte, rientrate nella loro sede naturale dopo un lungo restauro a cura della Soprintendenza di Verona, sono autentici capolavori:

• “L’Assunta, San Bartolomeo, San Pietro e San Giovanni Battista”, pala attribuita a Bonifacio De’ Pitati (caposcuola con Tiziano del manierismo veneto del ‘500) e alla sua bottega, risalente al 1540 circa;

• “La Madonna del rosario e San Domenico” pala del 1595 circa dipinta dallo Scarsellino (importante pittore ferrarese allievo del Veronese);

• “San Filippo e Giacomo minore”, opera del 1625 circa, attribuita a Carlo Bononi (importante pittore ferrarese della prima metà del ‘600).

Le tre pale hanno dimensioni importanti. Quella attribuita a Bonifacio de’ Pitati – detto Bonifacio Veronese (Verona, 1487 – Venezia, 1553)- e bottega, con “l’Assunta, San Bartolomeo, San Pietro e San Giovanni Battista” misura centimetri 310×200; la “Madonna del Rosario” dello Scarsellino, nome del pittore Ippolito Scarsella (Ferrara, 1550 o 1551 – ivi, 1620), misura centimetri 245×165 ed è contornata da 15 predelle di eccezionale bellezza, che costituiscono i “quindici misteri del rosario”. Infine, il “San Filippo e San Giacomo minore” attribuito a Carlo Bononi, (noto anche come Bonone, Ferrara, 1569 – ivi, 1632) misura centimetri 240×180. Opere ora note agli studiosi d’arte e che meritano di essere ammirate dai visitatori che si muovono lungo il Po e nel Delta alla ricerca di tesori nascosti e valori ambientali.

Opere di grande pregio, fine testimonianza di una cultura ferrarese-veneziana storicamente consolidata nel territorio di Papozze. A lungo assenti dalla parrocchiale del paese per consentire il restauro, le tre pale sono tornate in sede tre anni fa e restituite alla devozione dei fedeli nonché alla visitazione turistica.

A prodigarsi per il restauro delle tre pale d’altare è stato il professor Silvano Dalpasso di Papozze, urbanista-territorialista e studioso d’arte, che ha seguito gli interventi di restauro e poi, per il ritorno delle opere, insieme a Olindo Temporin presidente del comitato parrocchiale costituitosi a suo tempo per il ritorno delle stesse. «È stato un percorso lungo e accidentato – commenta Silvano Dalpasso -, ma finalmente, tre anni fa, la comunità ha riavuto le tre preziose testimonianze del suo passato storico-artistico. Queste opere d’arte possono sembrare un tesoro “minore” rispetto al patrimonio artistico di altri centri noti a livello internazionale come Ferrara o Venezia e di ben altro richiamo turistico, ma sono una testimonianza importante della cultura storica di questo territorio, citata anche in tesi di laurea.»

“Possono sembrare “poco” – osserva ancora Dal Passo – ma con i due grandi teleri settecenteschi (metri 2,80×3,00) ai lati dell’altare maggiore, bisognosi di restauro e ancora oggetto di studi con importanti scoperte (uno, “La cena in Emmaus” di sicura scuola bassanesca, e l’altro con la rappresentazione – di discreta fattura – di un disegno di Raffaello “Ultima cena” andato perduto), sono il nostro piccolo patrimonio anche artistico e ne siamo orgogliosi. Non pretendiamo di competere con i grandi circuiti del turismo, ma senz’altro di valorizzare quello che abbiamo. Essendo poi Papozze, inserito nel Parco regionale veneto del Delta del Po, recentemente assurto a importanza internazionale per la sua biodiversità nell’ambito della “questione ambientale”, queste opere possono ben diventare una tappa importante di diversi itinerari del turismo d’arte e dare anche un particolare contributo allo sviluppo socio-economico di questo territorio”.

Le tre grandi pale d’altare erano state prelevate nel 1999 dalla Soprintendenza per il restauro, ma, una volta ultimate le operazioni, non erano tornate subito nella loro collocazione originaria a Papozze, bensì trasferite presso la Curia vescovile di Rovigo dove erano rimaste in attesa di dotare di un adeguato sistema di sicurezza la chiesa parrocchiale. Per sostenere la spesa relativa si era quindi costituito un attivo comitato parrocchiale con l’obiettivo di raccogliere i fondi necessari alla realizzazione dell’impianto di allarme, considerato indispensabile per tutelare il prezioso patrimonio. Un’impresa che ha riunito molte forze ed è stata coronata dal successo.

“Va sottolineato – aggiunge Dalpasso – il grande pregio di queste opere che sono la testimonianza di una cultura ferrarese/veneziana storicamente consolidata nel territorio di Papozze annesso al Veneto (Adria) solo nel 1797. Basti pensare che la chiesa attuale, costruita e terminata nel 1848 sul luogo della precedente cinquecentesca demolita (della quale rimane solo il bel campanile), è stata ideata dal famoso architetto veneziano Giovanni Battista Meduna, lo stesso progettista del ricostruito teatro la Fenice di Venezia, mentre il cinquecentesco campanile, monumento nazionale, presenta una caratteristica cuspide a “pan di zucchero” tipica dell’architettura religiosa ferrarese del ‘500”.

Il comitato ha potuto contare, oltre che sul restauro svolto dalla Soprintendenza, anche sull’Accademia dei Concordi di Rovigo (dottor Antonio Romagnolo) per il prezioso contributo storico culturale, e sui tanti che si sono prodigati per finanziare e realizzare l’impianto di protezione delle opere ora visitabili in tutto il loro splendore nella chiesa di Papozze.

“Queste opere d’arte – aggiunge Dalpasso – hanno un’importanza straordinaria anche e soprattutto per il loro carattere di testimonianza culturale e ambientale. Qualificano il territorio del Parco del Delta del Po, che non va considerato solo un ecosistema da tutelare, ma possono diventare una tappa di percorsi didattici con attività mirate per le scuole e gli studenti universitari qualora si realizzasse il progetto, auspicabile, di un corso di laurea per la tutela paesaggistica e la valorizzazione della biodiversità”.

“Papose… Amarcord”

Proprio con l’obiettivo di valorizzare la storia locale si è costituita di recente a Papozze anche un’associazione culturale che vuole recuperare le testimonianze del passato di un territorio fortemente influenzato dalla vicinanza con il fiume Po. “Papose… Amarcord”, questo è il nome, ha proprio l’obiettivo di coinvolgere più persone possibili per diffondere e valorizzare la cultura storico-ambientale del paese. In particolare, del suo centro storico in golena, demolito dopo l’alluvione del 1951, del quale, oltre alle memorie di chi ha ormai parecchie primavere, rimangono solo poche e sbiadite immagini.

Soci fondatori sono il promotore Silvano Dalpasso, nella sua veste di urbanista e storico dell’arte, Antonio Dimer Manzolli, dirigente scolastico, storico e presidente dell’Accademia del tartufo (oltre che fotografo del Po), Olindo Temporin, bancario, già presidente della Pro Loco. «L’associazione “Papose… amarcord” – illustra ancora Dalpasso, presidente del provvisorio consiglio – è una realtà culturale, non profit e apolitica. In collaborazione con l’Amministrazione comunale, l’Accademia del tartufo e la scuola, vogliamo divulgare la conoscenza del nostro territorio collocato nel Delta del Po, dell’evoluzione socio-politica della fascia fra Ferrara e Venezia, del patrimonio storico, architettonico, artistico e ambientale».

Non manca un’attenzione particolare alle caratteristiche linguistiche e alle tradizioni gastronomiche come il tartufo e la “bondiola”; il tutto inserito in un più ampio progetto di “Museo diffuso”. Una prospettiva anche turistica già proposta a livello interregionale dallo stesso Dalpasso attraverso l’associazione “Manifesto per il Po”. Fulcro del progetto è il Parco del Delta, un’area dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità. Fruitori primi delle iniziative i residenti, gli emigrati che sentono ancora vitali le proprie radici, i giovani. «Restiamo in attesa di una sede adeguata – riprende Dalpasso – potendo contare, come promesso dall’Amministrazione comunale, sugli spazi pubblici che saranno disponibili in seguito alla ristrutturazione dell’ex scuola media. Spazi necessari per le attività e per l’esposizione di documenti, lavori e conferenze che abbiamo in animo di promuovere».

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Come citare questo articolo

Nicoletta Canazza. “Il tesoro di Papozze”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tesoro-di-papozze/

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