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RECENSIONI

Libri in redazione

di Autori Vari

Ventaglio Novanta n. 14 1997 pp. 110–115

Simonetta Bonomi: "Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Adria", 2 vol. del Corpus delle collezioni archeologiche del vetro nel Veneto, edito a cura della Giunta Regionale del Veneto per conto del Comitato Nazionale Italiano dell' "Association Internationale pour l'Histoire du Verre", 1996, pp.252 + XXIV f.t., con 452 illustrazioni in b/n (una per ognuna delle schede di catalogo) e 50 a colori f.t..

Per una casuale ma simpatica coincidenza questo bel volume ha visto la luce proprio poche settimane dopo il conferimento della 2 ed. del "Premio Atria" all'A., che è Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Adria, per il suo impegno professionale e per la sua produzione scientifica a favore dell'archeologia adriese.

Si tratta di un corposo catalogo che illustra la quasi totalità dei vetri di epoca preromana e romana conservati nel Museo di Adria e scoperti ad Adria stessa e negli immediati dintorni a partire dal XVIII sec. sino agli ultimi anni '70. Rientra in un ampio, ambizioso progetto finanziato dalla Giunta Regionale del Veneto e che prevede la catalogazione, ad opera di esperti del settore, delle maggiori raccolte di vetri antichi del Veneto, pubbliche e private.

Il fatto che la pubblicazione dei vetri adriesi segua a ruota quella del materiale del Museo di Murano, il maggiore della Regione, e non solo di quella, la dice lunga sull'importanza, per quantità e bellezza, dei vetri conservati nel Museo adriese.

Ovviamente, come ogni catalogo, non è certo opera di scorrevole lettura. Gli aggiornatissimi riferimenti bibliografici e soprattutto il sistematico riordino tipologico del materiale ne fanno però un imprescindibile punto di riferimento per ogni ulteriore studio. Agilissime e piacevoli sono inoltre le parti riservate dall'A. alla storia delle collezioni, alle tecniche di lavorazione ed alla presentazione delle varie forme. Un glossario del vetro antico fa da doveroso coronamento al libro.

Il quale costituisce il quarto grosso lavoro sul materiale adriese, dopo il catalogo della ceramica attica a figure rosse di Giuliana Riccioni, quello della ceramica a figure nere della stessa Simonetta Bonomi, ed "Adria antica" di Giulia Fogolari – Bianca Maria Scarfì. (Umberto Dallemulle).

Rubis Zemella: "La mia Polesella perduta", Marzo 1996

Il volume, ristampato per iniziativa dell'associazione AVIS di Polesella, segue di un paio d'anni la prima edizione. Il libro è stato realizzato a seguito di un'appassionata ricerca svolta dall'autore e condotta nell'arco di una quindicina d'anni con lo scopo dichiarato di "chiarire a sé, prima che agli altri, le cause degli eventi e farsene una ragione".

Con questo spirito l'autore presenta nella prima parte della sua opera una serie di indagini su Polesella frutto di ricordi e documentazioni specifiche acquisite nel corso della ricerca.

Seguono pagine di storia riguardanti il Polesine, dai primordi alla disastrosa rotta del Po del 1951. Spiccano alcuni eventi bellici che, avendo avuto come teatro tutto il Polesine, ebbero un rilievo di primo piano in Polesella, come la guerra del Sale (1482-1484), quella successiva alla costituzione della lega di Cambrai, (1508) e quella di Castro (1641-1644). Uno spazio adeguato viene poi riservato ai rivolgimenti seguiti all'occupazione francese e alla successiva cessione del Veneto all'Austria, con la delimitazione meridionale della provincia di Rovigo, fissata lungo la riva sinistra del fiume Po, interrompendo una tradizione secolare che vedeva l'influenza ferrarese estendersi fino al Canal Bianco.

Si coglie nel volume l'amore dell'autore per la sua terra e la nostalgia per un tempo passato in cui il paese presentava aspetti originali, cancellati da interventi attuati nel corso degli ultimi 50 anni. In particolare l'autore evidenzia con rammarico il "tombamento" della Fossa, storico corso d'acqua che, scaricando in Po le acque de Canal Bianco, era stato in passato un'importante via di navigazione mettendo in comunicazione tutti i fiumi principali del Polesine.

Un libro per non dimenticare dunque, che lumeggiando solo la storia di Polesella, la riconnette con gli avvenimenti più significativi che hanno segnato le sorti dell'intera provincia, assicurando al lettore la possibilità di farsi un'idea attendibile del passato della nostra terra. (L.S.)

"Villadose tra cronaca e storia": Linea AGS Stanghella, 1994.

L'opera, promossa dal Comune di Villadose, Assessorato alla Cultura, è stata realizzata grazie al contributo di Giocondo Penolazzi, che ha curato il ricco apparato fotografico, e Gianni Sparapan autore del commento storico che apre il volume.

Il paese mediopolesano nel corso dei secoli è stato caratterizzato da una continuità di presenza nella storia della nostra provincia. Dai Paleoveneti, di cui non mancano testimonianze archeologiche, ai romani realizzatori della vasta centuriazione che aveva come epicentro proprio Villadose, si dipana un filo ininterrotto che, dopo la parentesi delle grandi alluvioni medioevali, continua con la dominazione estense.

A questa si deve il toponimo di Villa Ducis, trasformato dai veneziani, impadronitisi successivamente del territorio, in Villa Doge, ovvero Villadose. La ricerca documenta in modo lineare le varie epoche, soffermandosi in alcuni momenti particolarmente significativi quali quelli della agitazione contadina della "boje" e del movimento migratorio di fine Ottocento verso l'America latina, che, nel solo 1888, definito dall'autore "l'anno disgraziato di Villadose ", registrò la partenza di ben 821 emigranti su 3482 abitanti.

Il XX secolo, apertosi con la costruzione del nuovo campanile, vede l'imporsi del Fascismo culminato con le devastazioni della seconda guerra mondiale che a Villadose lasciò tra l'altro il terribile segno dell'eccidio, con la fucilazione di venti civili, proprio nel giorno in cui veniva proclamata la liberazione. Poi il dramma dell'alluvione del Po e il successivo esodo migratorio, fino alla ripresa economica ancora attiva, che oggigiorno fa di Villadose un paese "vivo ed in espansione".

L'interessante volume si completa con alcuni ritratti di personalità locali e una ricca documentazione fotografica testimonianza di momenti, luoghi e ambienti significativi del comune mediopolesano. (L.S.)

Erminio Girardi: "Stare al dito" Minelliana, Rovigo, 1994.

È una sapida raccolta di proverbi, modi di dire, frasi di uso comune del dialetto bassopolesano in uso nel Delta del Po, quella che ci presenta Erminio Girardi, autore anche del "Dizionario dialettale dei vocaboli bassopolesani".

Il volume raggruppa i detti e le massime raccolte per temi, manifestando l'intelligenza e l'abilità dell'autore nel collegare le varie espressioni, in modo da coinvolgere il lettore nella sottile ironia sottesa a molti modi di dire.

Si tratta di un'operazione cultuale condotta con brio e lucidità, in cui l'autore manifesta da una parte l'attenzione a compiere una valida ricerca per salvaguardare un patrimonio popolare dalle radici quanto mai ramificate, e dall'altra la capacità di avvicinare in modo piacevole e sagace il lettore ad una vera e propria "summa" di cultura popolare. Un patrimonio alimentatosi lentamente nel corso dei secoli e tramandato di generazione in generazione con un atteggiamento di grande rispetto verso la saggezza antica racchiusa in molte massime.

È un'opera che l'autore dedica "a tutti i Polesani ch'ja ramengà el mondo", nella consapevolezza della grande varietà linguistica che caratterizza le espressioni tipiche di questa terra di confine che, nella sua molteplicità espressiva, può individuare un motivo di autentica ricchezza culturale. (Lino Segantin) “Settembre Adriese”: Numero Unico, pp. 14, (cm. 21 x 30), con allegato AAVV, Adria (Guida alla Città), pp. 76, (cm: 11 x 23), entrambi editi a cura della Pro Loco di Adria, 1996.

Secondo tradizione, anche quest’anno in occasione del “Settembre adriese” è uscito il numero il Numero Unico, ridotto però a pochissime pagine a vantaggio dell’allegata Guida della Città di Adria.

Il formato della guida è maneggevole (quelle del TCI fanno scuola), la pubblicità contenutavi non disturba, l’impaginazione è snella. I testi costituiscono una certa novità. Accanto alla classica impostazione per Itinerari troviamo infatti una serie di Curiosità in parte alimentate da aneddoti, ma prevalentemente mirati alla valorizzazione di un certo patrimonio lessicale e folcloristico cittadino. Giusta la preoccupazione di inserire un cenno alle frazioni. Chiude la serie di ricette relative alla cucina adriese. La Guida è stata scritta a più mani. Nel complesso è opera “leggerina” per scelta degli stessi autori, in piena sintonia con le finalità e lo spirito di una Pro Loco, che non si avventura in trattati storico-artistici. È però dignitosa, utile, esauriente, e viene a riempire un vuoto nella editoria turistica adriese. (Umberto Dallemulle)

Simone Martinello: Versi spersi, Montedit, Melegnano (Mi) 1996

Un piccolo libro – quaranta pagine appena, ventisei poesie – che compendia, in uno spazio fisico limitatissimo, interrogativi esistenziali di assoluta universalità. E vi riesce facendo uso d'uno stile, e d'una lingua, che meglio non potrebbero sposare la colloquialità con la raffinatezza, la rarefazione con l'esaustività, la semplicità con la precisione: amalgamando il tutto grazie ad una padronanza straordinaria di rime e assonanze, introdotte nei versi con leggerezza incredibile e però mai, mai, scontate o prevedibili o compromesse con la tradizione.

In queste pagine c'è il Polesine "terra di nebbie e di umiliazioni" e c'è la giovinezza che si fa pensosa, c'è l'amore per le donne e c'è il lutto (stupenda la lirica in memoria del nonno), c'è la luce sempre un po' velata del paesaggio e c'è il tormento delle risposte mancate, ci sono le metafore che evocano il mistero del destino e ci sono gli incontri con ragazze il cui ricordo basterà "per vincere il preciso / e ostinato rodio degli anni", c'è il colore azzurro – che fa capolino in più luoghi del libro – e c'è ovviamente il mare, con la sua superficie ma anche con le sue meraviglie nascoste.

Questi ingredienti disparati si fondono assieme in un'anima che l'autore non saprebbe se dire "specchio / di un insipido destino / che rapido s'accascia / oppure stanca / scialuppa che la risacca / prende e lascia" e nella quale si fa strada con forza la delusione per i giorni, anche se così ricchi d'epifanie, fino a rendere esplicito il desiderio di mollare: "Forse era meglio nascere timido ramarro / e starsene al sole su una duna di sabbia/ tra fiori d'ambrosia e ghirigori d'euforbia". Ma non può gettare la spugna, neppure allegoricamente, chi come Shelley considera la poesia la fonte del bello e del vero: ed ecco allora che anche dei versi spersi diventano una mappa, precisa quant'altre mai, per orientarci nel dedalo cosmo del nostro esistere. (Stefano Valentini)

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Autori Vari. “Libri in redazione”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/libri-in-redazione-12/

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