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NARRATIVA

L’insolita presenza

di Marcello Argenti

Ventaglio Novanta n. 32 2006 pp. 112–114

Mi sono accorto ieri della sua presenza. Ore 00.30: percorrevo con calma lo stretto vicolo alle spalle del teatro; rincasavo dopo una giornata di lavoro come comparsa in un’opera teatrale. La sensazione che provavo era quella d’essere osservato e seguito a breve distanza.

Mi voltavo di continuo senza scorgere nulla, la nebbia era così fitta da impedirmi di distinguere i tratti reali delle cose. Chiunque mi stesse seguendo, abbreviava metodicamente le distanze, passo dopo passo lungo il cammino.

Smisi di voltarmi, sapevo che, facendolo, non avrei visto nulla, ma riuscivo ad avvertire, a percepire. Gli occhi non erano necessari. A metà del percorso che mi avrebbe condotto a casa, sentivo il suo fiato nel collo. Era un soffio gelido, e portava con sé l’aroma nostalgico delle serate d’autunno.

Nemmeno allora mi voltai; sarebbe stato inutile, patetico. Ad una mia domanda forse però avrebbe risposto.

Tentai dunque l’approccio: “Perché mi stai seguendo? Non ti vedo, questo lo sai anche tu. Eppure sono certo che stai seguendo proprio me. Non mi tocchi, non parli, nemmeno t’interessa quello che ho da dire. Allora perché mi stai alle spalle? Sono sicuro che mi senti e capisci quello che sto dicendo.”

Non vi fu risposta, me l’aspettavo.

Continuai dunque a camminare, cercando di non far caso all’insolita presenza. Fu inutile.

L’aroma nostalgico e colmo d’emozioni dell’autunno si tramutò in quello invernale. Portava con sé i ricordi dei miei natali passati, delle mie fantasie d’infanzia, delle mie lunghe cacce alle streghe e della voglia di star alzato fino a tardi per poter incontrare il dolce terrore dei fantasmi.

Iniziarono poi a sfilare nella mia mente le immagini del mio caro vecchio padre, dei pomeriggi trascorsi in garage con lui a lavorare il legno e ad inventare canzoni per poi ridere un po’ insieme. Poi il primo giorno di scuola e, dopo, ecco gli occhi neri e fatati di Anna: il mio primo amore.

Poi la neve, bianca e magica agli occhi di un bimbo. Le goffe discese, cavalcando grandi sacchi di plastica, urla di felice paura, tra le braccia di mamma. Le lunghe e veloci sciate fatte a vent’anni. Quella lontana casetta di legno, dove con un po’ di timore e tanto desiderio feci per la prima volta l’amore.

Ed ancora: le gelide notti trascorse con il fucile in pugno e la grappa in tasca, a far la guardia alla caserma militare; il fascino dell’inquietudine, della tensione, e di quel cielo nero ed infinito. Io, il mio fucile, le mie emozioni, la mia voglia di volar via, d’essere libero, al di là di quella rete spinata, al di là d’ogni ordine. E quante fantasie su quel che avrei fatto una volta uscito. Giri del mondo realizzati in pochi istanti.

Ricordi, dolci ricordi, infinite emozioni, impossibili da descrivere, tanto belle da ricordare. Scatole di fiammiferi e petardi per capodanno, occhi pieni di gioia, voglia di giocare ancora, ancora…Di non smettere più; di continuare a gioire per sempre.

Le mie lumache, i miei gatti… Ed i progetti per un tunnel sotterraneo dietro casa. E ad ogni passo un nuovo ricordo, un nuovo sorriso. Fino a farmi piangere, piangere di gioia, una gioia immensa; calda come quei bagni fatti d’inverno, quando fuori si muore dal freddo, ma dentro la vasca si sognano le isole tropicali. Calda come la tazza di cioccolato preparata da mamma, dopo una giornata trascorsa a giocare sotto i portici delle case, nelle strade solitarie, al freddo.

E posso giurarvi che da ieri; dal momento in cui la presenza ha iniziato a seguirmi, e tuttora è alle mie spalle, io sto ancora sognando.

Sogno le tende indiane, fabbricate con mollette e coperte tese da un divano all’altro.

Allora i miei piccoli occhi vedevano gli aghi grandi quanto spade, ed il letto a castello era una montagna da scalare, per poi raggiungere le nuvole.

Sogno le partite a pallone disputate nei prati colmi di primavera, con mio padre ed i miei due più grandi amici d’infanzia. I miei sensi non ancora annebbiati dalla vecchiaia e dal fumo delle mie sigarette. La caccia alle lucertole in campagna, di fianco ai muri alti quanto torri, lungo i fossi larghi quanto fiumi. Continuo dunque a sognare; ed ogni angoscia mi sembra lontana, ogni problema stupido ed inutile da risolvere.

Non ho più bisogno di nulla, di nessuno, mi basta la sua presenza; la presenza invisibile agli occhi, che da ieri ha deciso di donarmi, con il suo misterioso profumo, la tranquillità dei ricordi, la calma del rivivere momenti già trascorsi, traendone solo la dolcezza dei momenti più felici.

Sto rivivendo ogni istante della mia vita, ed i momenti di sofferenza si tramutano in sorrisi di calma e riflessione.

Oggi non ho più paura della vita e dell’apparente dolore che può portare; oggi mi sento felice e pulito. La mia mente vola lontano, raccontandomi la gioia della nascita e della vita, mentre la presenza dietro di me è sempre più vicina, sempre più interna. Ed improvvisamente comprendo il messaggio di quel misterioso profumo: svanire è l’avventura di ogni creatura. Un messaggio che, incredibilmente, mi dà una tranquillità infinita, mentre si parano davanti ai miei occhi cieli azzurri, memorie di bianchi natali, e visioni di silenti spiagge dorate, ove sostare a raccogliere lucide conchiglie…

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Come citare questo articolo

Marcello Argenti. “L’insolita presenza”. Ventaglio Novanta, n. 32, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/linsolita-presenza/

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