LA VECCHIA CASA
Affiori fra i canneti
umile e silente
a vegliare fra i brusii confusi.
Più niente rimane di allora
di tersi canti
intonati fra le messi,
le briscole giocate
al lume di candela,
ogni tanto
un nuovo vagìto.
Fra le crepe lasciate dalle bombe
ora vi fanno il nido le civette
mentre tu sonnecchi
accovacciata fra le ortiche.
Come immemore
lasci lo sguardo dileguarsi
lentamente nell’etere
come un volto antico e stanco
ormai muto
ai richiami del tempo.
AUTUNNO
È l’autunno.
Quel sospirar di foglie
che lasciano la vita.
Quel mutar di toni dei colori
nel vigneto e lungo il viale.
Quel tormentare d’onde
che s’ode di là della pianura.
È l’autunno.
Nelle ombre che s’allungano
un po’ di più ogni sera.
Nel rivoltar di zolle, dell’aratro
inseguito da un nugolo d’uccelli.
La malinconia che si insinua
nei pensieri,
come il mugugnar di vento
sotto gli usci delle case.
Nell’animo sereno di una rondine
che parte
e che sa del tempo del ritorno.
TORNANDO A CASA
Razzola tiepido il vento marino tra i roveti,
scompone le pendule chiome ai salici
sperdendo ovunque odori
di campi esalanti allo sfalcio.
Vecchi casolari solitari
si ergono incantati ancora nella valle,
testimoni di giorni migliori
porgono ora gli sguardi ammansiti dal
tempo.
Pende cigolando un’altalena nella bruma
da un grande fico generoso d’ombra
e una donna ramazza veemente una corte,
nel mattino ancora avvolto di rugiada.
E tutto sembra come allora,
come risentissi le gote
lambite da ataviche mani assenti
o una voce incessante e famigliare
intimarmi l’ora del desco.
Come fossi ancora su quella altalena
ad appassire le mestizie
della mia fanciullezza.
LA LISSIARA
Tracimava il bucato
nel grande mastello
dove noi bimbi
si faceva il bagno.
Tormentavano le patate lesse
nel nero lattone
vivida eco al travaglio
del mosto nel tino.
Palpitanti stivaletti di gomma
brulicavano attorno al fuoco
miriadi di piccole mani
come piccoli ventagli protesi
ad alimentare quel tepore
d’innocenza.
Abili le griffe di mia madre
seduta a spennare galline,
scuoiare conigli.
Occhi immensi e impauriti
i miei
a sbirciare appena oltre l’uscio
il grosso suino dimezzato
appeso alle travi;
prima della scuola.
…Occhi ilari e compiaciuti
quelli di mio padre
a mirare con orgoglio
i madidi insaccati;
all’imbrunire.
E ancora quelle stinte tendine
ramate d’ormai torpidi fiori,
quasi un malinconico sguardo
oltre ai vetri offuscati.
ASCOLTANDO LA NOSTALGIA
Vaneggiano i ricordi
di corse a piedi nudi
in sentieri serpeggianti
tra tamerici e tappeti di grano,
di giornate imbevute di sole
e tinte e profumi di fiori campestri,
di mani grondanti di more,
di molteplici vocii e l’eco del cuculo
che interrompe lontano, la quiete.
Aleggiano e incespicano,
nel sapore dell’uva appena colta,
nelle urla e nei canti della vendemmia,
nell’aroma di pannocchie abbrustolite
e di latte appena munto,
nell’incanto delle storie raccontate
al tepore di una stalla.
Svaniscono e riemergono,
coi sassi gettati nell’acqua,
nella scia lasciata da una barca,
nelle trame di un acquerello
al tramonto
che scivola dal cielo
e si stende sul Po.
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Lorella De Bei. “Liriche scelte”. Ventaglio Novanta, n. 14, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/liriche-scelte-5/