Molteplici sono state nel corso del 2021 le manifestazioni dedicate – nel primo centenario della morte – ad Adolfo Rossi (1857-1921), giornalista, scrittore e diplomatico, i cui funerali furono celebrati a Lendinara il 22 settembre 1921.
All’illustre personaggio abbiamo dedicato una sintesi biografica nel n. 62 di questa rivista (pag. 90 e successive). Riteniamo ora utile soffermarci sulle vicende che sono seguite alla sua prematura scomparsa, avvenuta a Buenos Aires il 28 luglio 1921 – dove ricopriva la prestigiosa carica di Ministro Plenipotenziario per l’Italia – e sulle modalità di rientro del feretro a Lendinara con pubblici onori.
Lo facciamo sulla scorta della documentazione presente nel fondo documentario custodito nell’archivio storico del Comune di Lendinara riguardante la notizia della morte, del rimpatrio della salma e della solenne cerimonia funebre. Documenti che sono stati presentati dalla sottoscritta nel corso della cerimonia di premiazione della quinta edizione del concorso giornalistico intitolato “Jessie White -Alberto Mario – Adolfo Rossi per una inchiesta sociale”, di cui si parla in un altro articolo nel presente numero del Ventaglio.
Il fascicolo del fondo documentario si apre con l’annuncio della morte improvvisa in un telegramma datato 30 luglio 1921 inviato dal giornale “Il Secolo XIX”, portavoce tradizionale degli italiani a Buenos-Aires: si comunica al comune di Lendinara l’avvenuta morte di Adolfo Rossi (per sincope) il 28 luglio 1921.
Negli innumerevoli telegrammi successivi si dà anche resoconto circa il rimpatrio della salma che dalla capitale Argentina perviene a Lendinara, dopo essere passata per Roma, il 19 settembre accompagnata dai figli Anita e Roberto.
Frattanto a Lendinara, con una delibera comunale del 10 settembre 1921 vennero prese le decisioni concernenti l’organizzazione del corteo funebre e la liquidazione di tutte le spese: i solenni funerali furono, infatti, interamente a carico del Comune e fu deciso che la salma fosse tumulata in una tomba speciale costruita nel Cimitero urbano accanto a quella che racchiude le spoglie del referente di gioventù di Adolfo Rossi, Alberto Mario e la moglie Jessie White.
Merita una particolare attenzione uno scambio di lettere tra l’amico più fedele di Adolfo Rossi a Buenos-Aires, ovvero Adone Vendemiati, direttore della rivista “Frutas y Mercados”, e l’Avv. Ferracini, allora sindaco di Lendinara.
Nella prima lettera, di cui si propone qui sotto un brano, Adone Vendemiati ci dà alcune notizie in merito al rimpatrio della salma e nello stesso tempo cerca di farsi interprete delle volontà dell’amico circa la sepoltura, in quanto come ricorda lui stesso, anche se Adolfo Rossi lasciò giovanissimo il Polesine, mantenne sempre vivo un forte attaccamento verso il proprio Paese.
[Lettera del 13 agosto 1921 di Adone Vendemiati al sindaco di Lendinara]
“La salma partirà per Genova probabilmente sul vapore “Garibaldi” il 24 del corrente per giungere a Genova verso il 20 Settembre prossimo. L’accompagneranno i due figli: Anita che, sola, si trovava qui col padre durante la sua breve attuazione in questo Consolato, e Roberto che arrivò da New York (dove risiedeva da dodici anni) cinque giorni dopo la disgrazia. Ignoro ancora se da Genova i due orfani dovranno proseguire, come è molto probabile, per Roma; la Salma però verrà tosto trasportata a Lendinara a cura e spese dello Stato.
Il povero Rossi, di cui io ero qui l’amico più intimo, nessun’ultima volontà lasciò scritta, né nelle nostre conversazioni mai mi manifestò desideri di postume onoranze, e per conseguenza mai accennò a scegliere per sepoltura il cimitero di Lendinara nel cui Comune nacque, o in quelle di Villanova del Ghebbo che forse è più vicino a Valdentro dove sono sepolti i Suoi morti.
Nessuno quindi più della S.V. potrà, credo, giudicare e stabilire sopra questo punto e in armonia coi desideri dei parenti del Defunto che ancora risiedono nell’avita casa di Valdentro. Ho creduto opportuno farLe quest’accenno prima che la Salma arrivi costì e a scanso di eventuali e possibili titubanze che in questi casi, per quanto rari, si manifestano e si lamentano.
E giacché mi permetto parlarLe quasi direi intimamente e senza aver l’onore di conoscerLa, pur avendo quello d’essere forse il meno vicino dei Suoi amministrati, voglia interpretare come un mio vivo desiderio di aggregarmi modestamente alla di Lei opera in questa triste circostanza attenuandoLe ogni possibile e comprensibile indugio sulle onoranze religiose da tributarsi all’Estinto:
In fatto di pratiche religiose, Adolfo Rossi era un indifferente; quindi non fu nemmeno un settario, né un “mangiapreti”. Egli ricordava la fede dei Suoi congiunti, fede sincera attraverso la quale Egli aveva la visione esatta di quella tradizionale patriarcalità dei piccoli centri ancora immuni dall’orpello e dalla tabe dell’urbanesimo.
Mi parlava spesso della semplicità dei Suoi famigliari rimasti nella casa degli avi con quella semplice bonomia che rivelava la bontà del Suo cuore e il saldo rispetto per le altrui credenze. Amava il fratello Sacerdote e la sorella monaca non meno degli altri, e mai si seppe da Lui una parola irriverente contro le professioni religiose, Lui che ne aveva viste di tante specie, durante i Suoi lunghi viaggi su e giù per il mondo.
E se affermo quanto ho premesso in quest’argomento, è in parte per giustificare la mia condotta di unico fiduciario del Defunto in Buenos Aires, condotta che mi suggerì di non oppormi all’estrema benedizione data alla Salma da un buon prete italiano, anche per dare ai congiunti un possibile maggiore conforto, permettendomi ciò di rimanere in regola con la mia coscienza e in omaggio al più sereno spirito di tolleranza”.
Vendemiati
In armonia quindi con i desideri del defunto, in una lettera del 19 settembre 1921 inviata dal sindaco ad Anita, figlia del defunto, si esprime la volontà della famiglia di seppellire la salma nel cimitero di Lendinara.
L’Avv. Ferracini scrive infatti ad Anita: “Un doveroso ringraziamento devo porgerle pel gentile pensiero che Ella ebbe col disporre che la Salma dell’Illustre Estinto fosse tumulata nel Cimitero della Sua Lendinara”.
La seconda lettera, scritta dall’Avv. Ferracini al Vendemiati, risulta interessante per la descrizione particolareggiata dello svolgimento della cerimonia funebre. Anche di questa lettera viene proposto un estratto:
“La salma giunse qui il 19 corr., fu collocata in una camera ardente, allestita nella Chiesetta, annessa all’Ospedale Umberto I. – I funerali ebbero luogo il 22, e riuscirono solennissimi per intervento di Autorità, di cittadini di ogni classe, da me invitati con pubblico manifesto.
Tutti sentirono il dovere di porgere omaggio all’uomo che tanto merito dalla sua Patria aveva acquistato col suo ingegno, con la sua ferrea volontà, col suo nobile civismo. La città era tutta imbandierata, i negozi chiusi per lutto cittadino.
Il feretro, coperto del tricolore, collocato su carro di prima classe era preceduto da un plotone di soldati, dalla banda cittadina, dalle confraternite, da moltissime corone fra le quali quella della Città di Lendinara, dal clero, era seguito dai famigliari, dalle Autorità cittadine, dalla Provincia, dalle rappresentanze dei vari Ministeri, dalle Associazioni con bandiere, da un lungo stuolo di concittadini chiuso da un plotone di soldati.
Era fiancheggiato dalla Rappresentanza dell’esercito; reggevano i cordoni, il rappresentante del Governo, dell’Esercito, dell’Associazione Nazionale della Stampa, dai parenti, da me.
Il corteo così composto passò fra due ali fitte di popolo. Raggiunse la Chiesa di S. Sofia, addobbata per l’occasione, dove gli furono celebrate solenni esequie. Poscia con lo stesso ordine fu trasportato al cimitero urbano.
Qui parlai io, e vari oratori fra i quali il Dr. Secchieri, il Sig. Zampollo Mondo direttore didattico in pensione, per ultimo l’Avv. Adolfo Rossi Nipote dell’Estinto che ringraziò con commozione per la famiglia gli intervenuti.
La salma fu deposta provvisoriamente nel tempietto del cimitero in attesa sia costruita a spese del Comune la tomba speciale accanto a quella che racchiude i resti di Alberto Mario.
Sulla tomba sarà scolpita la bellissima epigrafe dettata dall’Illustre Senatore Olindo Malagodi, della quale accludo copia.
Ho creduto mio dovere darLe relazione, perché Ella intimo amico dal povero Estinto e degnissimo interprete dei sentimenti dei nostri connazionali possa assicurare che Adolfo Rossi nella Sua Patria ebbe pure l’omaggio plebescitario che si merita.
Nel Municipio fra i cimeli di Alberto Mario, sono raccolti dei ricordi di Adolfo Rossi; altri se stanno raccogliendo.
Se Ella ne tenesse e volesse spedirli, Lendinara sarà orgogliosa di custodirli.
Accolga Egregio Signore i miei distinti ossequi e porga a nome della Città di Lendinara i ringraziamenti vivissimi alla autorità ed ai connazionali tutti che resero indimenticabili onori al suo figlio diletto”.
Il Commissario Regio Avv. V. Ferracini
Merita ancora un ultimo sguardo la vicenda di Adolfo Rossi perché permette di soffermarci e di trarre alcune riflessioni in tema di migrazione, questione che ha origini lontanissime e che ancora oggi è attuale.
È vero che l’emigrazione di Adolfo Rossi ha poco a che vedere con quella di tanti che oggigiorno mettono la propria anima in spalla intraprendendo vere e proprie odissee alla ricerca di una libertà e di una dignità negata o più semplicemente di un pezzo di pane con cui placare i crampi allo stomaco. Infatti Rossi, nato e cresciuto nella monotona pianura in cui viveva “malcontento, stizzoso, come un uccello in gabbia”, lasciò il Paese essenzialmente per soddisfare il suo desiderio di conoscere il mondo. Ma è altrettanto vero che, una volta sbarcato in America, incontrò una realtà tutt’altro che facile e felice: sguardi di sdegno, angherie e non poche difficoltà lo colpirono prima di riuscire ad affermarsi, finalmente, come giornalista.
Se mettiamo bene a fuoco la sua storia, ci rendiamo conto che egli ha saputo mettere nel suo bagaglio personale la sua intima esperienza, conquistata con impegno e volontà, assieme ad uno spiccato senso di giustizia e disponibilità ad aiutare il prossimo. Una capacità d’animo che dovrebbe essere virtù di molti.
L’emigrazione fa parte da sempre della storia umana e porta inevitabilmente incontri tra culture diverse. Troppo spesso si ergono muri là dove invece dovrebbe nascere tolleranza e solidarietà. Ad Adolfo Rossi va il merito di aver colmato con umanità questo divario. Un esempio da imitare.
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Come citare questo articolo
Vanessa Incao. “L’omaggio ad Adolfo Rossi”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/lomaggio-ad-adolfo-rossi/