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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

L’Oratorio di San Donato

di Wadis Ferracini

Ventaglio Novanta n. 17 1998 pp. 40–43

Situato nella solitaria campagna di Fiesso Umbertiano che a Nord-Ovest confina con il territorio di Castelguglielmo, il settecentesco oratorio di S. Donato, ubicato sopra ad un dosso dell'omonima azienda agricola, che dista 6 chilometri dal capoluogo, sarà sicuramente riportato alle origini, quindi riconsacrato e riaperto al culto. Il tutto con il placet della Sovraintendenza ai beni ambientali e culturali di Verona, opportunamente consultata.

Il risultato del programmato intervento, dipenderà da come e con che mezzi potrà operare l'apposito Comitato proposto dall'arciprete Gino Tosi, dopo che l'antica chiesetta, usata da parecchi anni alla stregua di un rustico, è stata donata alla parrocchia di Fiesso da proprietari dei circostanti fondi agricoli. Vale a dire gli eredi di Pizzolato che, detto per inciso, meritano di essere pubblicamente citati ad esempio, anche perché hanno nel contempo elargito per i restauri dieci milioni, impegnandosi inoltre ad offrire un milione all’anno per venti annualità.

La signora Ida Biasolo, con i figli Claudio e Cleto Pizzolato, conduttori del fondo S. Donato, metteranno per di più a disposizione il loro palazzo padronale per eventuali riunioni di lavoro sul posto.

Se quest'impresa riuscirà, magari con contributi di enti vari, sarà come ridestare da un secolare letargo un luogo sperduto tra una sonnolenta distesa di campi.

Ricordiamo che S. Donato in Pedrurio (si chiamava così) costituiva, nella remota "Flexus" (antica denominazione latina di Fiesso), una delle più importanti pievi dell'allora provincia ravennate. S. Donato, come si apprende in "Comunità e Chiese" di Alberino Gabrielli, scomparve, riapparve e tramontò definitivamente a causa delle grandi alluvioni del XII e del XIII secolo, tanto che nella sua visita pastorale del 24.4.1434 il Beato Giovanni da Tossignano “non trovò anima viva, ma solo il campanile e le macerie della chiesa”. Motivo per cui la cura delle anime superstiti era già stata trasferita alla chiesa di Santa Maria in Fiesso nel 1403 con decreto del Vescovo Boiardo.

Queste remote notizie ci aiutano a capire meglio l’attuale realtà di S. Donato, il cui oratorio venne costruito in ben più ridotte dimensioni quasi trecento anni dopo le terrificanti distruzioni. Nel circondario testimonianze di un passato tragico vengono alla luce durante le operazioni di aratura che tuttora riportano in superficie ossa umane, resti di grandi mattoni romani e perfino pezzi di pavimenti in mosaico.

Ma torniamo al nostro oratorio per ricordare che, nella parte posteriore dell’altare, si trova la lapide di “Valeria Dubitata”. Si tratta di un importante reperto romano, che l'Abate Devit nel secolo scorso ebbe a considerare come irrimediabilmente disperso, dopo averlo a lungo cercato senza trovarlo. La storica lapide era diventata "invisibile", per il semplice motivo che era stata usata, per di più capovolta, come una qualunque pietra posta a sostegno della mensa dell'altare.

Quell'antico marmo, chissà su quali tracce, venne invece riportato in luce da un appassionato di archeologia di Lendinara che, nel 1961, fece aprire una breccia nel semicircolare muro dell'abside che lo nascondeva. Non può dunque essere vero che quella lapide sia stata casualmente scoperta da Pia e Gino Braggion che nel loro terzo ed ultimo volume de "Gli oratori della Diocesi di Adria", pubblicato nel 1986, affermano, appunto, di averla fortuitamente intravista nel 1965. I citati autori, appresero sicuramente dell'esistenza della lapide da due articoli, redatti dal sottoscritto e pubblicati ne "Il Gazzettino" in data 9.10.1961 e 12.8.1970.

Quale inconfutabile prova, che come si suol dire "taglia la testa al toro", presentiamo (ingrandito nella parte iniziale) la foto di quel "pezzo" di oltre 36 anni fa.

Ricordiamo infine che la località S. Donato salì alla ribalta della cronaca nel dicembre del 1983, allorché in quelle terre vennero trovate delle ossa umane che si disse fossero appartenute ai sette fascisti repubblichini scomparsi misteriosamente il 4.9.1944, mentre si recavano nelle stalle della zona per censire i bovini da requisire per fornire carne all’Esercito o, come sostenevano altri, alla popolazione.

Oggi si ritorna dunque a parlare di S. Donato, ma fortunatamente per ben altri motivi. I restauri che rivalorizzeranno il secolare oratorio, oltre che costituire un “miracoloso” ricupero, potrebbero dar vita ad una sorta di turismo agreste tra antiche vestigia.

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Come citare questo articolo

Wadis Ferracini. “L’Oratorio di San Donato”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/loratorio-di-san-donato/

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