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UN RICORDO

Luciano Pavanello (1939-2021)

Artista ingegnoso, lavorava il ferro rovente di fuoco e si occupava quasi esclusivamente di oggettistica, seguendo l’estro del momento

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 94–97

Luciano Pavanello ci ha lasciati per sempre il 16 agosto 2021. Se n’è andato, come era vissuto, in disparte, senza fare rumori, per non recare disagio, a causa di un improvviso infarto.

Quasi ogni giorno a trovare Luciano, là nella sua casa/officina di Canale dove ero sicuro di incontrare qualche altro amico che stava sorseggiando con lui un caffè, ma più spesso del sano Sangiovese.

Lo conobbi solo quando incominciai a frequentare il coro ‘Monte Pasubio’. Egli ne faceva parte già da alcuni anni ed ebbi la ventura di trovarmi proprio al suo fianco nel reparto delle voci dei bassi. Quello che mi colpì in lui subito fu la facilità e la semplicità dell’approccio, il superamento di ogni imbarazzo con un’osservazione arguta, tra il serio ed il faceto, l’invenzione di un calembour, un gioco di parole, un accostamento ironico, una battuta sdrammatizzante.

Scoprii quasi subito la sua arte di sapere lavorare il ferro, questo materiale che per essere piegato esige di essere assolutamente dominato attraverso il fuoco, la forgia e la rapida sapienza di ciò che si vuole ottenere attraverso i colpi sull’incudine.

Luciano, scherzosamente, non senza una dose di auto ironia (a volte di autolesionismo) in mezzo a questa società di dottori e addottorati, veri o fasulli che siano, amava definirsi anche lui un dottore: certo un dottore come tanti altri, in…. favarologia, o favararia, insomma nell’arte del fabbro.

Pensava così di dare di sé una connotazione riduttiva, di persona che non ha potuto coltivare come altri le proprie inclinazioni o aspirazioni. E non sapeva, o non se ne rendeva conto, di essere un epigono eccelso della essenzialità e della originalità della razza umana che prima di andare a scuola, fu autodidatta per sfida o per necessità, per fare uso delle risorse del creato.

Era nato a Rovigo nel 1939 da una famiglia di gente modesta che doveva affrontare ogni giorno il problema di conciliare il pranzo con la cena. Questa condizione non gli permise di affrontare studi più impegnativi e più complessi, come forse avrebbe desiderato; dovette accontentarsi dopo le scuole elementari, di frequentare un breve corso di formazione al lavoro presso la popolarmente detta ‘scuola di arte e mestieri’ (scuola professionale) che si collocava a poche centinaia di metri da casa sua nel quartiere di S. Bartolomeo di Rovigo.

Frequentando quella scuola ebbe la fortuna di incontrare un grande maestro d’arte, Cesare Zancanaro, insigne artista rodigino del ferro battuto, le cui opere si trovano ancora oggi disperse un po’ ovunque nelle città. Durante il periodo estivo, nonostante la chiusura della scuola, i maestri d’arte tornavano nelle officine ad esercitare il loro know how, come si suol dire oggi, senza la preoccupazione di doverne fare oggetto di lezione con gli allievi, a sbizzarrire la propria creatività secondo la fantasie ed il desiderio del momento.

Da garzone di bottega imparò da loro arte e disciplina. E arte e disciplina cercò di comunicare più tardi ai suoi allievi quando l’ing. Marchesini, il fondatore dell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) di Rovigo, lo chiamò a collaborare come assistente tecnico pratico e coordinatore dei laboratori.

Quando parlava della sua esperienza scolastica, dei suoi rapporti con gli allievi, diventava un torrente in piena di notazioni didattiche, di ricordi, di consigli. La consapevolezza della sua funzione docente era ancora forte; sapeva di avere insegnato per anni ordine e disciplina nel fare le cose, nel tenere la postazione di lavoro; sapeva di avere difeso l’ordine mentale contro la sciatteria, la superficialità; di avere dato ai suoi allievi le dritte giuste per diventare degli ottimi operai o dirigenti.

Nella sua vita aveva fatto anche il fotografo. Per arrotondare i magri guadagni di dipendente statale, nei momenti liberi dagli impegni di lavoro, divenne fotografo e inviato speciale per conto della redazione provinciale del Il Resto del Carlino, attività nella quale esercitò ancora di più il suo senso estetico e la capacità di osservazione per cogliere in un oggetto o in una scena l’aspetto essenziale, per sottolineare un sentimento, un’emozione, un elemento che sapesse narrare e comunicare un messaggio. Voglio dire che nell’arte della fotografia, non si accontentava di cogliere piattamente ciò che stava davanti all’obiettivo; le fotografie di Luciano, tutte, hanno un significato, per il taglio, per la luce, per le caratteristiche del soggetto, per l’attimo fuggente che viene fermato.

Questa caratteristica del curioso autodidatta, l’atteggiamento da battitore libero, senza altri rapporti se non con se stesso ed il suo mondo, questa scelta di vivere da isolato senza compromessi o senza ‘parentela’ politica o sociale, gli ha permesso, certamente, di vivere genuinamente un’appassionata esperienza, ma gli ha precluso di aprire per sé qualche utile porta negli ambienti che importavano. A dire il vero, neppure risulta che ci abbia provato, né ci risulta che sia andato alla ricerca di riconoscimenti che, in ogni caso, riteneva lui stesso ingiustificati.

Non ha mai voluto ammettere di essere un vero artista, un creatore di immagini per esprimere se stesso, per realizzare un suo io estetico: “Ma va là, on artista mi – ci rimbrottava in dialetto, se glielo facevi rilevare – ma varda che man! xele quele de on artista? Mi son solo on favaro. E questo a l’è solo fero, varda, a l’è fero batù col fuogo”.

In effetti le sue mani erano quelle di un artiere, scottate dal fuoco quanto basta, screpolate e callose come una vecchia suola da scarpe, pregne di polvere e di caligine annosa che indicava maggior confidenza con la polvere del carbone e le scorie del ferro scaldato all’incandescenza bianca dalla forgia e della fucina, piuttosto che la frequentazione dei raffinati atelier d’arte alla moda. Quelle mani erano parte di un paesaggio dell’anima, di una stagione creativa iniziata fin dai tempi dell’adolescenza quando da garzone di bottega, girava la forgia e preparava la materia per i maestri d’arte. “Ma te pare che le sia le man de on artista, queste?”

I grandi artisti del passato dai Ricchieri (rodigini) a Cesare Zancanaro, a Murer, a Manzù, a Cellini, furono dei grandi artefici del ferro, anch’essi prima di tutto erano dei grandi fabbri, con le stesse identiche mani sporche di carbone e callose di scottature. L’importante era ciò che risultava dopo il loro intervento, era l’idea che si concretizzava nell’oggetto, non tanto ciò che il risultato aveva lasciato di residuato.

Luciano Pavanello lavorava il ferro rovente di fuoco e si occupava quasi esclusivamente di oggettistica prevalentemente di uso comune. Lavorava per hobby, secondo l’estro del momento, per il gusto di vedere un’idea nascere e concretizzarsi. Il risultato erano oggetti, a dire il vero, originali ed unici, che regalava con slancio e simpatia. Non li ha voluti mai mercificare, dare loro un valore economico; non li offriva in cambio di compensi, perché li riteneva così comuni da meritare solo di essere dati in omaggio e poi perché gli sarebbe sembrato di mercificare e di lucrare qualche valore per cose di poco conto..

Sono nati così e sono stati impietosamente dispersi centinaia di deliziosi oggettini: dalle rose ai fiorellini delicati dai petali di rame, alle farfalle, ai funghi, alle tartarughe, ai piccoli e stilizzati crocefissi, alle piccolissime figure stilizzate del presepe, ai numerosissimi portapenne scolpiti, ricavati da profilati di infissi, alle lumachine che venivano mimetizzate, quasi una sua firma o marchio, in ogni lavoro più complesso, come per i cavalli di Ermes Simili o i trenini di De Chirico.

Preferiva l’oggettistica piuttosto che la lavorazione di opere di più grande respiro. Eppure lo ricordo nella sua officina-antro di Canale alle prese con una grande croce doppia, commissionatagli da un munifico cittadino di Rovigo, per la facciata della Chiesa della Beata Vergine di Pompei (meglio conosciuta come la Ceseta de le Fose). Voglio ricordare ancora la grande scena del presepe, eseguita con tondino di ferro, che ha regalato alla sede del coro Monte Pasubio, in cui le sagome delle figure sono tracciate in modo che il gioco di luce proiettasse sullo sfondo bianco del muro due, tre, quattro scene simili, in un balenio fantastico e suggestivo di linee e di curve. E poi ancora il pentagramma con le prime note della canzone Polesine, che è conservato sempre nella sede del suo Coro Monte Pasubio di Grignano Polesine.

Solo un desiderio rimase insoddisfatto. Avrebbe voluto che nella piazza di Canale fosse sposta una grande croce di ferro battuto, sostenuta da un tronco di piramide, sempre in ferro battuto, sulle cui facce aveva tracciato con il bulino e la lima allegorie di vita e di lavoro del Polesine (i carriolanti, le seminatrici di barbabietole, la pesca nel Po, la palude e il canneto con il gabbiano) che voleva fosse dedicata agli Emigranti di Canale di Ceregnano. L’amministrazione comunale di Ceregnano gliel’aveva promesso, ma la sorte non ha voluto che prima della sua scomparsa il suo desiderio fosse soddisfatto, tanto più che gli operai del Comune avevano già prelevato e immagazzinato l’opera. Ora la croce è depositata nei magazzini dell’amministrazione comunale in attesa di venire esposta al pubblico.

Questo ottimo artigiano o artista inconsapevole si offrì solo ultimamente al pubblico. Dopo reiterate insistenze di amici ed estimatori ha accettato, ma con molta ritrosia, di mettere insieme gli oggetti che ha esposto in una mostra presso la biblioteca e pinacoteca pubblica di Stanghella nel 2004. E una seconda volta, su mia insistenza, in uno stand della terza edizione della rassegna L’Idea, La Materia, Le Mani, mostra artistica ed hobbystica della LiberEtà, alla Pescheria Nuova di Rovigo nel novembre del 2012. Fu dura, anche quella volta. Acconsentì alla fine, di malavoglia, ma solo per fare contento me, suo amico. Un piccolo aneddoto: per poter mettere insieme gli oggetti esposti, siamo stati costretti a cercarli quasi tutti tra gli amici a cui li aveva regalati.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Luciano Pavanello (1939-2021)”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/luciano-pavanello-1939-2021/

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