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STORIA - TRADIZIONI

Lucrezia Borgia (1480-1519)

Dalle lettere della duchessa di Ferrara emerge - a cinque secoli dalla sua morte - un’immagine inedita

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 61 2020 pp. 60–65

Si sono concluse nel giugno di quest’anno le celebrazioni per ricordare i cinquecento anni dalla morte di Lucrezia Borgia d’Este, avvenuta in Ferrara il 24 giugno 1519. La ricorrenza è stata caratterizzata da una serie di manifestazioni culturali: conferenze, mostre, convegni, concerti, sfilate in costumi d’epoca, pubblicazione di libri,¹ ecc. che hanno visto coinvolte soprattutto le città dove la sua presenza ha lasciato qualche memoria: Ferrara e Modena in primis e poi Reggio Emilia, Bologna, Cento, Stellata, Lugo di Romagna, Spoleto e giù fino a Subiaco e Bisceglie, cittadina della Puglia sul mare Adriatico, sede di un feudo aragonese (ducato di Bisceglie e Corato), che le era stato conferito come regalo di nozze in occasione del suo secondo matrimonio con Alfonso d’Aragona.

E a Rovigo?

A Rovigo la ricorrenza è passata nel più totale silenzio. Si obietterà che la storia di Lucrezia non appartiene a questa città, il che è vero, ma se consideriamo che una parte considerevole del Polesine era un distretto del ducato di Ferrara, di cui Lucrezia era duchessa, un modesto ricordo è quanto meno opportuno. Perciò, grazie all’ospitalità di Ventaglio 90, vediamo di assolvere questo debito, tracciando di quella che fu una delle prime dame del Rinascimento un breve profilo biografico più coerente alla realtà, di quanto non sia quello storicamente inesatto, che l’ha resa celebre in tutto il mondo come personificazione dei peggiori vizi femminili.²

Dirò anzitutto che lo scrivente ha avuto il piacere e l’onore di collaborare all’edizione critica delle lettere di Lucrezia Borgia³, una raccolta di 729 missive formanti uno dei tre libri pubblicati nel corso delle celebrazioni. Le notizie di seguito riportate derivano pertanto da fonti autografe, spesso inesplorate.

Figlia di papa Alessandro VI

Lucrezia deve molta della sua notorietà al fatto di essere stata figlia di papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia (1431-1503), un catalano giunto in Italia con lo zio cardinale Alfonso Borgia, quando costui venne eletto papa col nome di Callisto III (1455-58).

Come da prassi nepotistica dell’epoca, Rodrigo ricevette dallo zio la porpora cardinalizia a soli 25 anni (1456), iniziando quella carriera ecclesiastica che gli permetterà nel conclave del 1492 di essere eletto alla cattedra di San Pietro, ottenendo il voto dei cardinali con la promessa di benefici economici (simonia).

Ma i suoi vizi non si limitavano a queste venalità: nonostante gli alti incarichi ecclesiastici, Rodrigo Borgia mantenne sempre una condotta di vita libertina e dissoluta. Lucrezia era, infatti, la terza dei quattro figli avuti dall’amante più longeva, Vannozza Cattanei, una tenutaria di bordelli romani. Ma in gioventù ne ebbe altri tre da amanti rimaste ignote, poi due, forse tre, li ebbe durante il pontificato, anche questi da madri sconosciute alla storia: l’ultimo nato rinnoverà il nome paterno (Rodrigo Borgia 1503-1527), in quanto partorito alcuni mesi dopo la morte del genitore pontefice.

L’infanzia e l’adolescenza di Lucrezia

Lucrezia era nata nel 1480 presso la Rocca dei Borgia a Subiaco. Passò la prima infanzia con la mamma e coi fratelli Cesare, Juan e Jofrè, ma in età scolare il padre la affidò alla nobildonna Adriana de Mila Orsini, sua cugina, perché fosse istruita da buoni precettori ed educata secondo le regole della vita cortigiana.

A soli 13 anni (1493), Rodrigo Borgia, da un anno divenuto papa, la designò come sposa di Giovanni Sforza, signore di Pesaro e Gradara, il quale aveva 28 anni ed era già vedovo di Maddalena Gonzaga, ma con il pregio di essere cugino di Ludovico il Moro, il potente duca reggente di Milano. Il papa stava, infatti, trattando con costui un’alleanza politico-militare per contrastare la discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII, che aveva pretese dinastiche sul regno aragonese di Napoli. Il matrimonio con uno Sforza doveva quindi suggellare e rendere duraturo il patto difensivo fra le tre principali signorie italiane (Milano, Roma, Napoli), avendo papa Alessandro VI previsto – e il tempo gli darà ragione – i rischi cui era esposta un’Italia divisa, di fronte alle minacce espansionistiche delle potenti monarchie europee.

Lucrezia era ancora un’adolescente, ma fin dalle sue prime lettere appare già consapevole del suo ruolo pubblico, perciò, rinuncia ai sogni d’amore romantico tipici dell’età, per sottostare alle politiche matrimoniali che il suo rango comportava.

I tragici matrimoni e la leggenda nera

Iniziano così i dieci anni più travagliati della sua vita: il matrimonio con lo Sforza viene fatto annullare dal padre-papa dopo pochi mesi, col falso pretesto dell’impotenza dello sposo, in realtà, perché si accorge che il casato sforzesco tramava segretamente ai suoi danni col re di Francia.

In balìa degli eventi Lucrezia si invaghisce frattanto di un giovane paggio (forse l’unico suo vero amore), il quale nel febbraio 1498 viene trovato cadavere nel Tevere con le mani legate dietro la schiena, e stessa sorte subisce la sua fidata ancella, colpevole di aver visto troppe cose.

Finisce poi altrettanto tragicamente anche il secondo matrimonio, combinato dal padre con Alfonso d’Aragona: Lucrezia rimane vedova per colpa del fratello Cesare che, nominato duca di Valentinois, ritiene utile farle strozzare il marito (agosto 1500), quando saranno i Borgia a tradire l’alleato napoletano per passare dalla parte francese.

E fra gli ammazzati c’era finito qualche anno prima anche un figlio del papa, Juan con il suo attendente (giugno 1497), uccisi, disse il popolino, dal fratello maggiore Cesare, vera eminenza grigia del casato, per sbarazzarsi di un rivale nei torbidi amoreggiamenti con la sorella.

Da questi tragici fatti ha inizio la leggenda nera di Lucrezia, uxoricida, avvelenatrice degli amanti, incestuosa col padre e coi fratelli, adultera, crudele, malvagia, ecc.

Pur trattandosi di maldicenze diffuse ad arte dai nemici dei Borgia – in quanto “il modo migliore per macchiare l’onore di una famiglia era quello di chiamare in causa la castità delle sue donne”⁴ e Lucrezia era l’unica donna del casato Borgia – tali voci infamanti finiranno per essere ritenute vere dallo storico fiorentino Guicciardini nella sua Storia d’Italia, ricevendo così una patente di credibilità.

Queste calunnie alimenteranno una lunga (e purtroppo fortunata) serie di speculazioni storico-letterarie, dal Sannazaro (Lucrezia di Alessandro figlia, moglie e nuora), a Victor Hugo, da Dumas padre ad Alessandro Luzio, ecc. che, per il fatto di stuzzicare l’immaginario erotico maschile, hanno accompagnato la fama negativa di Lucrezia fino ai nostri giorni, nonostante il tentativo di parziale riabilitazione attuato dal Gregorovius nella seconda metà dell’Ottocento.⁵

Le lettere di Lucrezia e la vita alla corte estense

In realtà, dalle sue lettere, Lucrezia ci appare disperata per quello che incolpevolmente le succedeva attorno: dopo l’uccisione del secondo marito, che amava sinceramente e dal quale aveva appena avuto un figlio, piangeva e vestiva a lutto. Poiché il suo dolore troppo evidente appariva agli occhi dei notabili romani come un’accusa alle malefatte del casato Borgia, il padre-papa le ordinò di ritirarsi con l’infante nel castello di Nepi. Qui, per consolarla le aveva offerto due buone proposte di matrimonio, che lei rifiutò dicendo che i suoi mariti erano tutti “malcapitati”. In alcune lettere al guardarobiere si descrive – vedi scheda – come “l’infelicissima principessa di Salerno” (titolo derivatole dal secondo matrimonio con Alfonso d’Aragona).

Ma Lucrezia aveva appena vent’anni, e il desiderio di condurre una vita normale come sposa e come madre non le era venuto meno. Così, quando le si presenta la possibilità di contrarre matrimonio col vedovo Alfonso d’Este, duca di Ferrara, città lontana dall’immorale e spietata corte romana, lei accetta con l’obiettivo di dare una svolta radicale alla sua vita.

L’ingresso a Ferrara avviene con una solenne cerimonia nella cattedrale il 2 febbraio 1502, ricorrenza cristiana della Purificazione della Vergine, data non casuale per il suo forte simbolismo con l’inizio di una vita nuova. Purtroppo però il primo anno di permanenza ferrarese sarà caratterizzato da gravi problemi di salute: viene infatti colpita da febbri malariche violente, convulsive, che le causano anche l’aborto del primo concepimento (settembre 1502).

Poi la malattia regredisce e Lucrezia può finalmente dimostrare le sue potenzialità come duchessa di Ferrara. Dai Borgia aveva ereditato un’intelligenza vivace, un carattere solare e una predisposizione per gli affari e le cose pratiche, perciò avvia una fortunata serie di bonifiche del territorio, si occupa con successo degli allevamenti bovini e bufalini del suocero e nella lunga guerra contro Venezia e contro papa Giulio II (1509-1514)⁶, governa con rara saggezza il ducato nei periodi di assenza del marito, impegnato sui campi di battaglia.

Trova anche il tempo per adempiere ai suoi obblighi coniugali: nei circa 17 anni di matrimonio con Alfonso d’Este, avrà non meno di 13 gravidanze, parte delle quali abortite anzitempo e circa una metà portate a termine non senza difficoltà; infatti, il primogenito Ercole II, futuro duca, verrà alla luce solo nel 1508.⁷

Al contrario della leggenda nera, va rimarcato che Lucrezia era molto pia: si ritirava spesso a pregare e meditare nel monastero delle Clarisse Francescane del Corpus Domini (dov’è attualmente sepolta). Nel 1509 fondò a Ferrara il monastero femminile di San Bernardino, una specie di succursale del precedente, per dare la possibilità ad un numero maggiore di ragazze (tra le quali la nipote Camilla), di dedicarsi alla vita contemplativa.⁸

Dalla sua corrispondenza epistolare apprendiamo che era in relazione con padre Egidio da Viterbo, priore generale degli Agostiniani ed esponente della corrente riformatrice della chiesa; inoltre che aveva scelto come confessore il domenicano Tommaso da Cajano, un seguace del Savonarola, entrambi sostenitori del ritorno della chiesa ai valori evangelici.⁹ Per questo il Savonarola era stato scomunicato proprio da Alessandro VI (1497), che con tale atto gli aveva spianato la strada al rogo dell’anno successivo. Se ne desume che Lucrezia avesse preso le distanze non solo geografiche dal padre-papa, ma anche dal suo modo di gestire la chiesa cattolica.

Nonostante una vita irreprensibile e permeata da profonda fede (si era fatta terziaria francescana e forse portava il cilicio), c’è ancora chi le attribuisce due relazioni extraconiugali durante la sua permanenza a Ferrara: una col cognato Francesco Gonzaga, l’altra col poeta Pietro Bembo.

La corrispondenza esaminata dimostra che forse ci fu una breve infatuazione del Gonzaga per Lucrezia, dal momento che lei, in risposta ad un suo scritto “audace”, lo rimprovera per i suoi “troppo humani termini” e subito dopo specifica con chiarezza i limiti che dovrà avere il loro rapporto “mi doglio, non mi parendo conveniente a me”. Per dirla con parole d’oggi, lui ci aveva provato, ma lei l’aveva respinto, facendogli capire che certe cose non si addicevano al suo ruolo.

Per quanto concerne il preteso rapporto sentimentale col Bembo (che le aveva dedicato gli Asolani), si evidenzia come rientrasse nel normale linguaggio cortese dell’epoca il rivolgersi alla dama protettrice con grande ammirazione, usando termini perfino eccessivi, sdolcinati, ma che non mostrano alcun segno di passione erotica, come non ve ne sono nelle risposte di Lucrezia al poeta. I ricercatori di storie piccanti resteranno perciò delusi.

Un recente filone di storiografia romanzata sta speculando sulla presunta rivalità tra Lucrezia duchessa di Ferrara e Isabella d’Este, la “marchesana” di Mantova, le prime due dame del Rinascimento, fra loro cognate. Di vero c’è solo che Isabella si era opposta al matrimonio del fratello Alfonso con una “poco di buono” com’era considerata a quel tempo Lucrezia. Ma una volta concluse le nozze, i rapporti fra le due donne si fecero amichevoli, anzi cordiali, secondo quanto si evidenzia dal tono della loro corrispondenza epistolare e dal frequente scambio di doni e cortesie fra le corti di Ferrara e Mantova.

Lucrezia si spense a soli 39 anni, il 24 giugno 1519, forse per febbre settica puerperale pochi giorni dopo aver dato alla luce Isabella Maria, così chiamata in onore della zia, presunta rivale.

Rimpianta da tutto il popolo, volle essere sepolta vestita col saio francescano, nella prediletta chiesa del monastero del Corpus Domini. Due anni dopo (1521), moriva anche Isabella Maria, perciò le monache aprirono il tumulo ov’era deposta Lucrezia e, avendo trovato il suo corpo incorrotto, le misero fra le braccia il corpicino della figlia; e tutt’ora lì riposano, oggi come allora confortate dal soave canto delle monache clarisse.¹¹

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “Lucrezia Borgia (1480-1519)”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/lucrezia-borgia-1480-1519/

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