Aveva solo 15 anni Luigi Groto (o Grotto) – conosciuto storicamente con il soprannome de Il Cieco di Adria – quando il 1° maggio 1556, a Venezia, al cospetto della regina Bona, moglie di Sigismondo re di Polonia, pronunciò la sua prima orazione suscitando la stupita ammirazione di importanti personaggi del tempo. Fu questa una delle prime occasioni in cui l’enfant prodige di Adria ebbe modo di mettersi in luce, individuando così un ruolo, quello di oratore, che doveva divenire caratterizzante della sua vita.
Lo stupore dei contemporanei dovette essere veramente notevole, constatando non solo la vastità della cultura sfoggiata dal giovanetto, ma anche la particolarità che questa era stata raggiunta nonostante la menomazione visiva di cui soffriva.
Luigi Groto (1541 – 1585) a pochi giorni dalla nascita era infatti stato colpito da una cecità irreversibile. Ma, grazie alla sua vivace intelligenza, fu in grado di sopperire a questa grave deficienza, sfruttando al massimo l’udito ed esercitando la memoria, riuscendo così ad acquisire un’ampia erudizione nei vari ambiti del sapere, stupendo chi gli stava accanto.
Pur privato della possibilità di accostarsi direttamente alla lettura, Groto divenne un grande amante e collezionista di libri, trovando fortunatamente il sostegno di persone (estimatori o discepoli) disponibili alla lettura ad alta voce dei testi, che egli memorizzava con notevole facilità. Il suo non fu ovviamente un percorso di studi regolare, ma alquanto eclettico, interessato soprattutto alle lettere, alla filosofia e alle nozioni di legge.
Quest’ultimo aspetto, in particolare, era legato alla tradizione della famiglia, i cui membri nel corso dei secoli si erano messi in evidenza svolgendo professioni legate al diritto, come avvocati, giudici o notai. Una famiglia che aveva messo le radici ad Adria dalla fine del ‘300 e che – come ricordato dallo stesso Groto in un’altra sua celebre orazione, quella pronunciata nel 1574 in occasione della sosta di Enrico III re di Francia prima a Venezia e poi a Rovigo – aveva dato segretari ai duchi di Milano, cancellieri alla Serenissima, mentre altri membri si erano distinti nelle lettere o nell’ambito militare.
Benestanti dunque i Groto di Adria, ma in realtà le condizioni economiche di cui Luigi poté fruire furono alquanto limitate, dato che dal padre (notaio, morto quando egli aveva solo tre anni) ereditò un numero modesto di terreni agricoli, oltretutto ben presto penalizzati dalle acque alluvionali di una rotta del Po.
Nemmeno la scarsità di mezzi economici familiari gli impedì però di individuare le basi per vivere. La sua non fu sicuramente una vita agiata, ma egli trovò il modo di mettersi in luce svolgendo l’attività di insegnante e frequentando salotti ed accademie in cui era apprezzato per i suoi acuti interventi.
Groto visse in pieno Rinascimento, in un’epoca caratterizzata dall’amore per la letteratura e le belle arti, nonché dai vivaci interessi nell’ambito della conoscenza filosofica e scientifica. Ed egli fu certamente uno degli interpreti esemplari della Rinascita, ricercato per la sua cultura. A Fratta fu assiduo agli incontri dell’Accademia dei Pastori Fratteggiani presso la piccola corte rinascimentale creata dalla nobildonna Lucrezia Gonzaga; a Rovigo fu più volte presso l’Accademia degli Addormentati; a Vicenza presso l’Accademia degli Olimpici, mentre ad Adria diede vita nel 1564 all’Accademia degli Illustrati.
Frequentò inoltre con una certa assiduità gli ambienti culturali e i salotti di Venezia, città raggiunta anche per acquisire pubblicazioni o progettare la stampa di opere sue o di personaggi a lui legati.
Tanti gli interventi e le pubblicazioni che portano la sua firma. A proposito: Groto, come non sapeva leggere, in quanto cieco, non sapeva nemmeno scrivere, ma, a quanto pare, per le necessità del suo vivere, aveva imparato a tracciare la firma.
Le orazioni
Tra le sue orazioni, oltre alle due giovanili citate, va ricordata in particolare quella pronunciata nel 1569 a nome della comunità di Adria davanti al Senato della Serenissima per sollecitare l’intervento di deviazione del corso del Po (realizzato poi soltanto nei primi anni del secolo successivo, 1600-1604, e conosciuto come il taglio di Porto Viro).
Altre orazioni encomiastiche furono composte per personaggi di rilievo come per il doge Gerolamo Priuli (1559), il doge Nicolò da Ponte (1578), il doge Pietro Loredan (1567), il podestà Antonio Marcello (1581), il vescovo Canano (1584) ed altre. I testi di questi suoi interventi furono poi pubblicati (alcuni posteriori alla sua morte) in quanto considerati veri e propri saggi di eloquenza e additati come modelli.
Le composizioni letterarie
Anche nel campo letterario esordì giovanissimo, nel 1556, (pure in questo caso a 15 anni) con l’Isac, un componimento di argomento biblico in versi sciolti, rappresentato due anni dopo nella chiesa della Tomba, in cui Groto si mise in luce anche come attore. Attività quest’ultima che lo caratterizzò in altre occasioni fino ad interpretare il cieco Tiresia nell’Edipo di Sofocle messo in scena presso il teatro Olimpico di Vicenza nel 1584 l’anno prima della sua precoce scomparsa.
Per tutta la vita compose poesie, delle quali un volume fu pubblicato nel 1577 col titolo Prima Parte.
Per il teatro compose tragedie, tra cui Ginevra, Isabella, Dalida, pubblicata nel 1572, Hadriana nel 1578, e commedie Emilia 1579, Il Thesoro 1583, Callisto 1583, La Alteria 1584, tutte opere più volte stampate con alcune variazioni e rappresentate ad Adria e in varie città del Veneto.
Rivolse la sua attenzione ai classici della letteratura, proponendo fra le altre pubblicazioni Il Decamerone Riformato e una revisione dell’Orlando Furioso (cinque canti 1565).
Nel 1572 celebrò la vittoria di Lepanto della lega cristiana sull’armata turca dando alle stampe il Trofeo della vittoria sacra, coordinando testi poetici di vari autori.
Il processo per eresia
Tante dunque le opere composte dal Groto; fitta la rete dei suoi contatti con personaggi pubblici e della cultura del tempo e molteplici i riconoscimenti ottenuti anche nella sua città che, in varie occasioni, lo scelse come suo ambasciatore. Ma proprio i suoi ampi interessi culturali, anche nel campo della filosofia, della religione e della negromanzia, furono cagione di un nefasto intervento censorio che ebbe ripercussioni problematiche nella sua vita.
Alcuni suoi scritti furono infatti ritenuti troppo vicini alle posizioni dei movimenti protestanti e pertanto nel 1567 Groto, allora ventiseienne, fu processato per eresia dal Tribunale di Inquisizione, rischiando il carcere perpetuo. Se la cavò come fece qualche decennio dopo Galileo, ovvero abiurando; ma da allora la sua vita fu caratterizzata non solo da limiti nella libertà espressiva, ma anche da crescenti problemi finanziari, essendogli stato vietato di tenere ai giovani lezioni sia di natura pubblica che privata. Cercò di ovviare alla mancanza di queste entrate intensificando l’attività di legale, ma in più occasioni non nascose la situazione di indigenza in cui era costretto a vivere.
A Venezia e Fratta
Nonostante la sua cecità e la difficoltà di movimento, Groto si spostò spesso da Adria raggiungendo più volte Venezia per tenere contatti con personaggi della cultura e dell’alta società, anche al fine di individuare utili ritorni per le iniziative caratterizzanti la sua vita. Si spiegano in quest’ottica anche molte delle sue orazioni encomiastiche indirizzate a personaggi influenti dell’epoca. Perfino nel 1584 – e questo lo dovette fare con uno notevole sforzo – un’orazione gratulatoria al vescovo Giulio Canano, nominato cardinale; proprio quel vescovo che 17 anni prima lo aveva sottoposto al processo dell’Inquisizione e che poi più volte era intervenuto d’autorità per inibire la sua attività di insegnante.
Tra i suoi spostamenti vanno segnalati in particolare i prolungati soggiorni a Fratta dove fu ospite di Lucrezia Gonzaga ed in particolare del suo fido segretario Giovanni Maria Bonardo, studioso ed amico, che Groto gratificò rivedendone gli scritti (interessati al mondo dell’agricoltura e dell’astronimia) e curandone poi la pubblicazione a Venezia.
Le donne
Per restare nel campo delle donne legate al mondo della cultura, con cui il Groto ebbe rapporti di natura culturale ed editoriale, oltre a Lucrezia Gonzaga, va citata la bolognese Alessandra Volta e la veneziana Gasparina Pittoni (la Pittonia) alla quale affidò il compito di seguire la stampa di alcune sue opere.
Pur amante di una vita libera, nel 1580, a 39 anni, Luigi Groto decise di regolarizzare, con il matrimonio, il rapporto con Caterina, inserviente di casa da cui aveva avuto due figli.
Gli ultimi anni
Il 1582 è segnato da importanti riconoscimenti e gratificazioni: gli viene dedicato dal Tintoretto il ritratto tuttora conservato presso il municipio adriese; ottiene la sospensione del divieto di esercitare l’attività di insegnante per cui riprende ad Adria l’attività di docente, ma nel contempo mira ad un incarico più prestigioso a Venezia, come risulta da una lettera inoltrata a tal Giovanni Delfino affinché agevoli la sua richiesta; sue opere teatrali vengono rappresentate con successo: Calisto ad Adria, Dalida a Verona.
Anche nei due anni successivi prosegue intensa l’attività editoriale e letteraria, provvedendo fra le altre cose ad approntare per la stampa le “Lettere famigliari”, importante epistolario che però sarà pubblicato postumo nel 1601, per la morte precoce dell’autore. Stessa conclusione anche per la sua ultima commedia La Alteria, dedicata all’amico Bonardo e pubblicata postuma nel 1587.
Il 1585 si apre con il suo viaggio a Venezia, per trattare affari a nome della Comunità Adriese della quale era stato nominato avvocato ed ambasciatore. Poi lo troviamo a Vicenza dove recita nello spettacolo inaugurale del Teatro Olimpico, interpretando la parte di Tiresia nell’Edipo di Sofocle.
Frattanto si moltiplicano gli acciacchi respiratori di cui soffriva da qualche tempo, per cui, a malincuore, deve rinunciare a pronunciare la sua orazione gratulatoria per il doge Pasquale Cicogna da poco nominato. Il doge comunque ha modo di apprezzare il testo del Groto nell’edizione a stampa e, consapevole del suo valore, lo gratifica affidandogli la cattedra di filosofia, da tempo agognata. Ma, per l’intensificarsi della malattia, il Cieco non avrà modo di svolgere l’ambita attività didattica, morendo proprio a Venezia il 13 dicembre 1585 (giorno di S. Lucia), all’età di 44 anni. Dopo alcuni giorni il suo corpo sarà trasportato ad Adria per essere tumulato nella cattedrale.
Una fortuna postuma
Con la morte del Cieco d’Adria non si spense la sua voce, dato che varie sue opere furono stampate o ristampate nei decenni successivi, indicate spesso come importanti modelli di riferimento: in particolare Le Rime e le Lettere famigliari.
Non poche furono anche le traduzioni delle sue opere in castigliano, francese ed inglese. A tal proposito è stato sottolineato come Shakespeare si sia ispirato a Dalida per il Machbet e all’ Adriana per Giulietta e Romeo.
Ombreggiata dalla critica dei secoli successivi – ma mai trascurata ad Adria, anche grazie agli studi svolti nel XIX secolo da Francesco Antonio Bocchi e negli anni ’80 del secolo scorso da Antonio Lodo – l’importanza storica e letteraria di Luigi Groto è emersa recentemente soprattutto a seguito di due importanti pubblicazioni (fondamentali anche per tracciare questo profilo) a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti:
LE FAMIGLIARI DEL CIECO D’ADRIA, a cura di Marco De Poli, Luisa Servadei e Antonella Turri, con saggio introduttivo di Mario Nanni, ed. Antilia, 2007
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Luigi Groto (1541-1585)”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/luigi-groto-1541-1585/