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PERSONAGGI ILLUSTRI

Lucrezia Gonzaga (1524-1576)

La principessa mantovana, naturalizzata polesana, elevò Fratta a livello nazionale, con una piccola ma significativa corte rinascimentale

di Rosanna Beccari

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 92–95

Un’illustre figura femminile, indissolubilmente legata al Polesine, anche se mantovana di nascita, è Lucrezia Gonzaga, artefice a Fratta di una piccola corte rinascimentale, che costituì un qualificato punto di riferimento culturale per importanti personaggi dell’epoca.

Figlia del nobile condottiero Pirro Gonzaga (del ramo secondario dei Gonzaga di Sabbioneta e Bozzolo) e di Camilla Bentivoglio (a sua volta figlia del signore di Bologna Annibale II Bentivoglio e di Lucrezia d’Este), Lucrezia venne alla luce a Gazzuolo (MN), nel 1524. Trascorse i suoi primi anni nella corte paterna, piccola ma fervida di scambi culturali, frequentata da umanisti e uomini di corte come Baldassarre Castiglione e il frate domenicano Matteo Bandello, che aveva favorito le nozze dei genitori di Lucrezia e che fu poi primo precettore di lei e dei suoi fratelli.

Rimasta orfana di entrambi i genitori a soli cinque anni, nel 1529, Lucrezia fu affidata alla nonna materna, Antonia del Balzo, fino al 1537, anno in cui il cardinale di Mantova ritenne che la corte del suo parente Luigi Gonzaga a Castelgoffredo fosse un luogo più idoneo alla formazione della promettente Lucrezia; e le sue sorelle maggiori incaricarono proprio Matteo Bandello (nel frattempo divenuto segretario di Cesare Fregoso) di curarne l’istruzione. Non si conoscono i dettagli, ma di certo l’adolescente, che si distingueva per bellezza e intelligenza, fu avviata dal suo istitutore agli studi classici e filosofici, come testimoniano le doviziose citazioni e i colti riferimenti che caratterizzano i suoi scritti.

Nel 1541, all’età di 17 anni, la vita di Lucrezia subisce un improvviso mutamento. Venne infatti data in sposa al polesano Giampaolo Manfrone, capitano di ventura al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia, discendente dal lato paterno da una nobile famiglia di tradizioni militari, mentre dal lato materno va segnalato che la madre era una Roverella, quindi tra gli eredi dello splendido palazzo che sorge in centro a Rovigo, fatto costruire dal cardinale Bartolomeo Roverella.

La coppia non optò però per la residenza rodigina, fissando la propria dimora nel rustico palazzo¹ che la famiglia Manfrone possedeva a Fratta, oltre ad altre proprietà a Costa di Rovigo. A Fratta Polesine Lucrezia, nel giro di pochi anni, avrebbe dato alla luce quattro figli, di cui sopravvissero solo Isabella ed Eleonora quest’ultima, morta poi anch’essa prematuramente.

Molto dissimili i caratteri dei due coniugi: tanto Lucrezia si manifestava riservata, interessata agli studi e propensa a relazioni culturali, quanto rude, irrequieto e litigioso si dimostrava Giampaolo Manfrone. Costui, soprannominato Fortebraccio, come il nonno (anch’egli capitano di ventura, ben più valido del nipote) solo cinque anni dopo, nel 1546, giunse, in circostanze non del tutto chiarite, ad attentare alla vita del duca Ercole II d’Este.

Progetto fallito, per cui cercò di sottrarsi alla cattura con la fuga, ma fu raggiunto a Poviglio dalle truppe del duca ed imprigionato in Castel Vecchio a Ferrara². A nulla valsero gli sforzi di Lucrezia, che si spese molto per la liberazione del marito, scrivendo a tanti potenti e a persone autorevoli, come comprova il suo ricco epistolario. Non trascurò nemmeno di recarsi ad incontrare di persona importanti autorità a Venezia, dove possedeva un palazzo di famiglia, mentre contemporaneamente inviava missive di incoraggiamento e conforto al marito prigioniero, che a suo modo amò, nonostante il comportamento arrogante e vizioso.

Dopo alcuni anni, Giampaolo Manfrone, logorato dall’insopportabile condizione di prigioniero, morì in carcere a Ferrara nel 1552.

Dovette essere veramente dura la vita per Lucrezia, lontana dalla terra natale, ove avrebbe potuto contare sui sostegni dei Signori di Mantova. Da sola, a Fratta, nel rude maniero presso lo Scortico, con due figlie piccole da crescere e la gestione del patrimonio familiare da curare, seppe comunque reagire, dimostrando una insospettabile forza d’animo. Si giovò in particolare del vivace clima culturale fiorito all’epoca nel Polesine, riuscendo a riprendere gli amati studi, che aveva dovuto abbandonare con il matrimonio, e trovando un sostegno nella fede vissuta con un forte fervore religioso (cristiano con qualche suggestione erasmiana).

Fu allora che assunse al suo servizio il giovane frattense Giovanni Maria Bonardo, studioso e scrittore, in stretti rapporti con l’umanista adriese Luigi Groto, perché la aiutasse nella gestione dei negozi domestici e negli impegni letterari. In breve, si venne così a creare una fitta rete di scambi culturali ed epistolari con personalità di spicco dell’epoca. Fulcro e centro irradiante divenne allora il palazzo frattense con i suoi giardini, dove gli ospiti amavano intrattenersi in conversazioni culturali. Un apprezzato punto di riferimento strategicamente situato in terra di confine – al crocevia tra il territorio veneziano, il ferrarese e il mantovano – che da poco stava crescendo di importanza anche grazie alla costruzione delle ville Badoer e Grimani (1554-’64).

Il palazzo del Manfrone, ingentilito dalle cure di Lucrezia e dalle attenzioni di Giovanni Maria Bonardo divenne pertanto un luogo ideale di ritrovo e scambio di idee (tra pensiero rinascimentale e suggestioni riformiste)³, per uomini colti, quali Ortensio Lando, Luigi Groto detto il Cieco di Adria, Francesco Thiene, Girolamo Ruscelli, e molti altri ancora⁴. La frequenza e lo spessore culturale di questi incontri indussero Lucrezia a fondare, con l’ausilio del suo segretario e protetto Giovanni Maria Bonardo, “L’Accademia dei Pastori Fratteggiani”, rete solidale di relazioni epistolari e amabili conversari nello spirito umanistico del tempo.

Le sue ampie e consolidate amicizie e frequentazioni con personaggi di rilievo della scena politica, culturale e religiosa dell’epoca, sono testimoniate dalla raccolta di 312 lettere in lingua volgare, che – fatto raro all’epoca – furono pubblicate a Venezia nel 1552 a cura di Ortensio Lando, con il titolo di Lettere della molto illustre Sig. la S.ra donna Lucrezia Gonzaga da Gazuolo con gran diligentia raccolte, e a gloria del sesso femminile nuovamente in luce poste. Con l’edizione veneziana delle sue lettere, Lucrezia Gonzaga entrò di diritto nella non ristretta cerchia di donne annoverate – fatto anche questo inconsueto – nei ranghi ufficiali della società letteraria del Cinquecento⁵.

Ma un’ombra si stagliò sulla sua esemplare e stimata condotta, insieme a tre “madonne”, con le quali aveva dato vita ad un cenacolo femminile eterodosso: Isabella Mainoldi Gonzaga, Vittoria Martinengo Gonzaga e Caterina Sauli. Su di esse ben presto circolarono sospetti di eresia per le loro convinzioni dottrinali e in particolare per le frequenti citazioni erasmiane di Lucrezia, anche se inizialmente poterono fruire di un clima indulgente da parte delle autorità. Una situazione questa che cambiò improvvisamente nel 1567, quando si riversò un’ondata inquisitoria sul mantovano a seguito della sostituzione del tollerante Ambrogio Aldegati (per altro imparentato con le nobili e il duca regnante) con l’inquisitore intransigente Camillo Campeggi. Le quattro nobildonne furono condotte davanti al tribunale dell’Inquisizione, costrette ad abiurare in segreto e confinate in un monastero fino alla sentenza.

In seguito al processo, Lucrezia abbandonò la militanza eterodossa, diminuì sempre più i rapporti con il Lando, ritirandosi a vita privata. Visse pertanto l’ultima parte della sua esistenza in modo ritirato, rinunciando a rimaritarsi, curando invece il matrimonio dell’unica figlia sopravvissuta Isabella con il nobile Fabio Pepoli, da cui ebbe gloriosa discendenza. Lucrezia diradò la sua presenza a Fratta, scegliendo di vivere i suoi ultimi anni a Mantova, dove morì di febbri l’11 febbraio 1576 a soli 52 anni

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Come citare questo articolo

Rosanna Beccari. “Lucrezia Gonzaga (1524-1576)”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/lucrezia-gonzaga-1524-1576/

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