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PERSONAGGI ILLUSTRI

Xanto (1486-1542) e le sue poesie

Artista del Rinascimento, apprezzato per la realizzazione di stupende maioliche istoriate, si impegnò anche in campo letterario

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 86–91

La “Settimana dei Beni Culturali ed Ambientali”, dedicata lo scorso dicembre al Rinascimento, ha portato l’attenzione su opere d’arte e personaggi polesani legati a questo originalissimo periodo storico, che da sempre costituisce per l’Italia un luminoso polo di attrazione culturale e turistica a livello mondiale.

Tra le altre figure, su cui si è acceso l’interesse, va ricordato l’artista rodigino Francesco Xanto Avelli (1486-1542), date presunte, di cui si vedrà di fornire qualche chiarimento nel corso del presente scritto), diventato famoso nel Cinquecento come pittore di ceramiche e maioliche, soprattutto ad Urbino e Pesaro, territorio all’epoca caratterizzato dalla Signoria dei Della Rovere.

Oltre a questo impegno – di cui si trovano oggi testimonianze nei più importanti musei del mondo¹ – c’è però un altro aspetto poco noto, che riguarda l’artista rodigino, e che sicuramente gli rende ulteriore onore: la sua attività di compositore di testi poetici. Insomma un progetto nella vita di Xanto, che lo qualifica come cultore anche delle “humanae litterae”, e pertanto apprezzabile come personaggio dai molteplici interessi, davvero rappresentativo dell’epoca della Rinascita. Un periodo storico questo caratterizzato da grande creatività, che vide operare molti talenti, perseguendo il modello ideale dell’uomo “faber fortunae suae”, che per l’Avelli dovette di certo rappresentare un riferimento primario nel corso della sua vita.

Le poesie di Xanto – si tratta di sonetti in endecasillabi – sono giunte a noi tramite una raccolta manoscritta (formata da 44 composizioni) facente parte del Fondo Urbinate, attualmente conservato presso la Biblioteca Vaticana². Sono dedicate a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, la cui corte fu assiduamente frequentata dall’artista rodigino.

Ma entriamo subito in argomento, rivolgendo l’attenzione al 14.mo sonetto della serie, interessante anche perché caratterizzato da riferimenti autobiografici che ci permettono di conoscere, almeno in parte, la pluralità di interessi e gli obiettivi di Xanto.

Va detto che il testo poetico non è di immediata comprensione, anche perché ricco di metafore come si usava all’epoca. Cercheremo pertanto di fornire spiegazioni utili a chiarire il pensiero espresso da Xanto Avelli, che nella sua composizione ci parla del desiderio di dedicarsi, oltre che alla pittura vascolare, anche alla poesia.

Vediamo.

Con molta pace del sacrato alloro stavami un giorno assai vicino all’acque in che Phetonte ruinando giacque con longa infamia d’ogni suo decoro,

et dell’eccelsa e fertil Rover d’oro l’alt’e chiare virtù con ella nacque io volea già cantare, quand’in sé tacque la lingua, ond’io mancai del bel lavoro;

Non senza gran cagion perdei la voce nel cominciar dell’honorato canto là ’ve desio d’honor m’avea spinto

però che in grembo alla Thebana Manto salvarsi vidi da un leon feroce di dolente cipresso il mio Sol cinto.

Dunque Francesco Xanto Avelli, meditabondo e in pace con se stesso, pago dei successi già ottenuti in campo artistico (con molta pace del sacrato alloro), in una bella giornata primaverile del 1516 (si vedrà poi come è possibile stabilire con precisione l’anno), se ne stava in riva al Po dove Fetonte aveva concluso il suo tragico volo vedendo così disonorato il suo nome (assai vicino all’acque in che Phetonte ruinando giacque / con longa infamia d’ogni suo decoro).

Xanto Avelli ci informa poi che stava progettando una nuova avventura: sperimentare la sua vena letteraria e divenire cantore (volea già cantare) delle imprese di un personaggio di spicco, quale si presentava all’epoca Francesco Maria della Rovere (1490-1538), duca di Urbino, indicato metaforicamente nel componimento come “fertil Rover d’oro”.

Nel proseguo apprendiamo che però un ostacolo gli bloccò la possibilità di cimentarsi nella nuova sfida: “…in sé tacque la lingua, / ond’io mancai del bel lavoro”.

Ma cosa impedì all’artista rodigino di perseguire il suo disegno letterario?

Tornando alla lettura del testo poetico, scopriamo che la grave causa che frenò l’espressività di Xanto – ovvero la “cagion (per cui) perdei la voce / nel cominciar dell’onorato canto” – fu dovuta alla precipitosa fuga del Duca da Urbino. Egli dovette infatti rifugiarsi a Mantova, “in grembo alla Thebana Manto”, per cercare salvezza dalle insidie di “un leon feroce”. Una storia molto penosa, questa, cosicché Francesco Maria della Rovere, (“il mio Sol” così lo indica Xanto), visse giornate di lugubre depressione, “di dolente cipresso cinto”.

Ma chi fu il “leone feroce” che indusse Francesco Maria della Rovere alla improvvisa fuga da Urbino per trovare rifugio a Mantova?

Si tratta di Papa Leone X³, importante personaggio della potente famiglia fiorentina dei Medici che, una volta salito al soglio pontificio, volle scalzare i Della Rovere da Urbino per insediarvi un suo nipote, Lorenzo dei Medici (che portava lo stesso nome del famoso Magnifico morto nel 1492).

Francesco Maria della Rovere, in virtù del matrimonio celebrato una decina di anni prima con Eleonora Gonzaga, inseguito militarmente nonché scomunicato dal papa, trovò dunque rifugio a Mantova alla corte di Federico Gonzaga. Un fatto questo storicamente ben documentato, che ci porta all’anno 1516 (ecco risolto il quesito della data a cui fa riferimento il sonetto senza indicarla esplicitamente), in un’epoca, quella del Rinascimento, in cui, accanto all’incredibile fioritura delle arti, nelle corti dell’Italia si ordivano congiure di palazzo e si progettavano sanguinosi scontri militari. Con rapidi capovolgimenti delle fortune delle varie casate italiche, e con il risveglio degli appetiti da parte di sovrani stranieri, interessati ad accaparrarsi porzioni del suolo del Bel Paese⁴.

Di questa concitata epoca, caratterizzata da tragici fatti di sangue, ma contemporaneamente prolifica sotto il profilo artistico, fu testimone – e anche protagonista nella sua veste di artista e letterato – Xanto Avelli. Delle tumultuose vicende del tempo egli infatti lasciò la sua originale testimonianza sia nella propria raccolta di sonetti – dedicata al suo ideale mentore, ovvero Francesco Maria della Rovere, – sia in alcuni dei suoi piatti istoriati.

E per comprendere meglio la sua volontà di cimentarsi non solo quale pittore di ceramiche, ma anche nell’ambito letterario, è bene volgere lo sguardo ad un’altra sua composizione poetica nella quale pure sono presenti annotazioni autobiografiche che chiariscono le sue motivazioni.

Vediamo.

Ornata di diversi bei colori l’alma pittura mia fedel nutrice sperando farmi tal qual le lice, tutto m’infuse nei suoi sacri odori.

Et trassemi a mostrar l’armi e gli amori del stuol dannato e del splendor felice sì come del mio ben vera radice e luce et aura alli miei primi fiori.

Ma non anco venuto a sei lustri er’io per tal sentier, ch’a un Rover d’oro amor mi trasse e disse: or scrivi il vero.

Così tra due, di par canto et coloro l’antiche historie et gli onorati Illustri oggi per lor virtù degni d’impero.

Si tratta del sonetto III, in cui Xanto fa riferimento alla base della sua formazione, che lo portò a divenire un pittore di talento: “L’alma pittura …tutto m’infuse nei suoi sacri odori” ovvero la nobile pittura mi coinvolse profondamente; “et trassemi a mostrar l’armi e gli amori”, pertanto mi condusse a dipingere scene con immagini epiche e amorose, partendo dalle prime realizzazioni artistiche, indicate come “alli miei primi fiori”.

Ma ecco la svolta quando, all’età di quasi trent’anni (“sei lustri”), mentre ancora seguiva il sentiero della pittura, improvviso nascere il richiamo verso la scrittura, indotto da una sorta di imperativo categorico: “or scrivi il vero”. Una esortazione questa ispirata dalla grande stima (amor) provata verso il “Rover d’oro”, ovvero Francesco Maria della Rovere.

Cosicchè – conclude il suo sonetto Xanto – oggi mi divido tra l’espressione poetica e la pittura, seguendo entrambe le strade: “di par canto et coloro”. Specificando poi quali siano le tematiche delle sue attenzioni letterarie ed artistiche: “l’antiche historie et gli onorati Illustri, / oggi per lor virtù degni d’impero”, ovvero racconti desunti da narrazioni antiche e anche personaggi famosi del suo tempo.

Dal raffronto dei due sonetti, caratterizzati da cenni autobiografici, alcuni studiosi hanno pensato di poter risalire alla data di nascita di Francesco Xanto Avelli, non essendosi trovato alcun documento utile a Rovigo. Città questa – è bene ricordarlo – della quale l’artista si è sempre proclamato originario, apponendo questa indicazione geografica dopo il proprio nome sui suoi piatti istoriati.

Chiariamo meglio. Xanto stava per compiere i 30 anni (lo afferma in questo secondo sonetto, indicando i sei lustri) quando decise di dedicarsi alla scrittura (“or scrivi il vero”), poetando in onore di Francesco Maria della Rovere. La conoscenza con il Signore di Urbino è probabile sia avvenuta durante l’esilio del Duca a Mantova causato dal “Leon feroce”, (di cui si parla nel primo sonetto esaminato) nel 1516. Sottraendo da questa data i trent’anni di vita, si giunge dunque al 1486, anno presunto della nascita di Xanto.

Se all’artista rodigino non mancarono durante la sua laboriosa esistenza riconoscimenti e commissioni di qualificati lavori come pittore di maioliche, va anche detto che egli dovette considerare di importanza tutt’altro che secondaria il suo impegno letterario, opportunità fondamentale per elevarsi non di poco nei confronti dei colleghi ceramisti dell’epoca.

Rispetto alla pittura vascolare, che al tempo poteva essere considerata come un’abilità prevalentemente tecnica, quella letteraria assumeva una connotazione di più ampio prestigio, favorendo così le frequentazioni di Xanto presso la corte dei Della Rovere⁵.

Detto questo, va però chiarito il ruolo di Xanto poeta. In realtà i suoi versi non si presentano di levatura eccelsa, ma di sicuro interesse, questo sì, soprattutto perché ci offrono spunti per conoscere meglio l’artista rodigino, il quale si prodigò solertemente per accreditarsi come personaggio di talento e uomo di cultura nell’ambito del singolare periodo storico in cui visse ed operò.

Da sottolineare poi come Xanto sia stato un profondo conoscitore dei miti (a cui attinse a piene mani per le scene istoriate nelle sue ceramiche), ma anche non digiuno della storia del passato, e di certo consapevole degli avvenimenti di portata storica dei suoi giorni. Oltre alle opere dei classici, conosceva sicuramente bene anche la Divina Commedia e le poesie del Petrarca, autori dei quali si avverte un’eco in alcuni suoi versi.

Insomma fu un uomo versatile, pronto a sperimentarsi in vari ambiti; un personaggio impegnato che, nel contesto del Rinascimento italiano, lasciò una traccia tuttora viva, che va meglio valorizzata.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Xanto (1486-1542) e le sue poesie”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/xanto-1486-1542-e-le-sue-poesie/

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