Caro amico, un’altra stagione è passata ed eccoci all’appuntamento presso uno sfavillante camino a parlare di tempi antichi, quando sulle acque del Po veleggiavano vascelli con eroi leggendari.
Oggi ti voglio parlare degli Argonauti: cinquanta valorosi che partirono dalla Grecia, e alla Grecia ritornarono dopo aver toccato, fra mille peripezie, tutti i mari e i fiumi allora conosciuti.
È sulla strada del ritorno che entra prepotente il Po. Essi infatti, dopo aver risalito il Danubio, costeggiarono la Dalmazia fino al canale di Otranto, poi risalirono l’Adriatico fino alle isole Elettridi, imboccarono il Po e, andando contro corrente, raggiunsero i Laghi Ericini e quindi, via Rodano, il mare Mediterraneo.
Scopo di questo lungo viaggio era di pacificare l’ombra del re Frisso morto insepolto nella Colchide, una terra sulla sponda orientale del mar Nero (noto allora col nome di Ponte Eusino), e riportare in patria il Vello d’Oro cioè la pelle di un caprone dalla lana d’oro che era appesa a un albero, custodita da un drago spaventoso con gli occhi diuturnamente aperti e, logicamente, difesa dal legittimo proprietario, Eeta, re della Colchide. Capo della spedizione fu Giasone, un uomo dal temperamento duro e poco propenso a sentimentalismi.
L’appalto per la costruzione della nave fu aggiudicato ad Argo, proprietario del migliore cantiere navale greco, che diede il suo nome all’imbarcazione. Disegni ed esecuzione furono validamente supervisionati da Minerva, dea dell’industria e amica di Giasone.
L’imbarcazione era a cinquanta remi, tanti quanti dovevano essere gli occupanti e per la sua realizzazione la dea stessa procurò legname speciale tagliato dagli abeti e dalle querce del monte Pelio nel bosco sacro di Dodona (lo disse anche Vincenzo Monti: «Quando Giason dal Pelio – spinse nel mar gli abeti…»). Un tronco di quercia aveva il pregio di parlare intelligentemente perciò, proprio da quello, Minerva fece tagliare la ruota di prua, e fu cosa di grande utilità per le informazioni che poteva anticipare ai naviganti: profondità dei fondali (come il nostro sonar) e approssimarsi di approdi e di rocce pericolose (come il radar).
Per la formazione dell’equipaggio Giasone convocò i cinquanta migliori marinai, guerrieri ed eroi disponibili in Grecia e di questi meritano un cenno particolare i seguenti campioni, sia per le loro virtù, sia per la loro presenza sul Po durante il viaggio di ritorno dalla Colchide:
– Giasone, responsabile dell’operazione «Vello d’Oro».
– Argo, il progettista della nave che, tra l’altro, sulla strada del ritorno, insegnò ai barcaioli del nostro fiume certe tecniche per costringere le tavole di legno a dare forma ai loro battelli svergolandole con l’acqua e col fuoco.
– Anceo di Tegea, un ottimo timoniere (era figlio di Nettuno) che sostituì Tifide della Boezia morto subito dopo aver passato il Bosforo.
– Linceo, vedetta dalla vista straordinaria che scorgeva un filo di lana a venti miglia di distanza.
– Falero, famoso arciere capace di infilare una freccia in cento anelli posti sui cimieri di altrettanti soldati.
– Echione, figlio di Mercurio (l’araldo di Giove), un messaggero quindi di razza, come dimostrò facendo l’ambasciatore presso le diffidenti genti della costa.
– Anfiarao, un veggente che comunicava notizie di capitale importanza con diversi giorni di anticipo: esperto indovino da vivo, lo fu anche da morto, tanto che gli aprirono un oracolo a Tebe.
– Orfeo, il più grande dei poeti e dei musicisti esistiti (era figlio di Calliope, la musa del canto). È noto che al suono della sua lira gli animali feroci si ammansivano e rocce e alberi si sradicavano per seguirlo. Si era unito agli Argonauti prima della disgraziata fine della moglie Euridice, persa due volte: la prima per morte naturale, la seconda per essersi voltato a guardarla quando già gli dei inferi, commossi dal suo canto, gliela avevano ridonata.
A proposito di Orfeo voglio ricordare che certamente la gente rivierasca del Po ebbe la fortuna di ascoltarlo. Da Orfeo fu ammaestrata nel canto e certamente da lui imparò quella melodia, conservatasi per millenni, che sentii cantare, prima dell’ultima guerra, tante volte dai pescatori del Co’ di Mulin (Co’ di Mulin è un gruppo di case di Calto, mio paese natale). Era una serenata a tre voci che cominciava rivolgendosi al cielo notturno e diceva: «Il cielo è una coperta ricamata – la luna lassù in alto fa la spia. – Voglio cantare a te la serenata – più dolce d’una dolce avemaria». Continuava poi con un certame fra la ragazza, apparentemente incurante, interpretata da una voce solista: «Deh, lasciami dormire e non mi risvegliare», cui rispondevano le tre voci del coro: «Ma alla finestra affacciati – se vuoi sentir cantare».
Quelli del Co’ di Mulin la intonavano nelle notti d’estate, distesi sull’argine con le braccia dietro la testa per raccogliere il suono, lo sguardo fisso al Po, lontano tra i pioppi, sfavillante sotto la luna. Ma torniamo agli altri eroi.
– Eracle, l’Ercole dei latini, uomo dalla forza irresistibile ma un po’ sempliciotto. Partecipò solo in parte al viaggio verso la Colchide, abbandonò infatti i compagni per correre alla ricerca del suo amasio, Ila, allontanatosi con la scusa di dover attingere acqua e invano atteso. In verità il giovinetto era fuggito con un gruppo di ninfe belle e vogliose.
Di Ercole va detto che conobbe la nostra terra molto prima del viaggio degli Argonauti avendo inseguito, vinto e sotterrato, nella zona delle Terme Euganee, Gerione, il gigante che gli aveva rubato una mandria di buoi. Gerione, tuttora vivo e vegeto, giace sprofondato sotto i Colli Euganei e, da molto tempo, è diventato un mostro benefico che coi vapori del suo alito caldo cura gli acciacchi degli uomini.
Ercole, è noto, morì come un comune mortale, ma suo padre Giove volle portarlo con sé in cielo facendolo accettare come collega da tutti gli dei dell’Olimpo. Gli uomini lo venerarono e gli dedicarono are e città anche in zona padana.
– Bute, un eroe ateniese che, essendosi coricato con Venere, ebbe da questa un figlio di nome Erice, futuro re della bellissima città sicula che porta il suo nome.
Bute rimase a bordo fino alla fine del viaggio per cui risalì il Po e prese contatto con la gente rivierasca del fiume istruendola nella preparazione del miele. Egli infatti, oltre ad essere un fortunato amatore, fu un espertissimo apicoltore e molti pensano che sia stato lui a suggerire agli uomini di Ostiglia e Melara di caricare le arnie in barca per portare gli industriosi animaletti a succhiare nettari raffinati nei boschi più esclusivi. Il fatto è abbondantemente testimoniato da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia”.
Plinio il Vecchio scrisse molto sul Po, sulle isole Elettridi, sul miele, sull’ambra. A proposito di quest’ultima pregiata materia, ci dice essere usata dalle contadine transalpine (transpadanorum agrestis feminis), non solo per farsi belle (maxime decoris gratia), ma anche per prevenire tonsilliti e malattie della gola (tonsillis resistere et faucium vitiis).
Plinio il Vecchio morì a 56 anni sotto le ceneri del Vesuvio nell’eruzione del 79 d.C. Da grande scienziato qual era non volle perdere l’occasione di vedere da vicino un fenomeno tanto imponente, perciò ormeggiò la sua nave in vista del vulcano e morì asfissiato.
A 56 anni era tutt’altro che «il Vecchio», se lo confrontiamo poi con l’età di suo nipote Plinio detto «il Giovane» morto a 51 anni, l’aggettivo diventa insensato. Per rispetto ai cinquantenni si dovrebbe quindi dire: Plinio Senior e Plinio Junior, come fanno gli inglesi.
Fra gli Argonauti c’era anche qualche donna:
– Atalanta di Calidone, cacciatrice, invincibile podista e, all’imbarco, vergine intatta. Chiacchiere dicono che durante il viaggio si sia coricata con Meleagro, da anni suo innamorato, e che, in gran segreto, gli abbia partorito un figlio: fatto che può essere solamente avvenuto nei boschi del Po, notoriamente accoglienti e molto discreti: «O del Po, sponde silvane – complici del cader delle sottane» scrisse un mio amico.
Lei però negò sempre l’avventura tanto che al ritorno offrì la mano e la sua verginità a chi l’avesse vinta nella corsa. Vinse, com’è noto, Melanione che la frenò gettando sulla pista delle mele d’oro inducendo la ragazza a fermarsi per prenderle. (Vedi, su questo tema, il famoso quadro di Guido Reni).
– Con le donne si è in dubbio se mettere anche Ceneo, che si imbarcò sull’«Argo» da valido maschio ma, durante la giovinezza, era stato una ninfa di nome Ceneide e, da magnifica femmina qual era, innamorò Nettuno e gli diede un figlio. Il dio, grato dell’affetto dimostratogli, si offerse di realizzare qualsiasi suo desiderio e Ceneide chiese di diventare uomo. La trasformazione avvenne subito e il miracolato prese il nome di Ceneo.
Dopo l’avventura argonautica Ceneo diventò re dei Lapidi ma si inimicò Giove, per cui fu assalito da numerosi centauri sotto i colpi dei quali soccombette. I centauri dichiararono che, prima di metterlo sul rogo, l’avevano spogliato e a tutti apparve che il suo corpo aveva ripreso segni nettamente femminili.
– E finalmente Medea, la vera artefice della conquista del Vello d’Oro.
Giasone e i suoi cinquanta eroi mai sarebbero riusciti a impossessarsene senza le magìe dell’appassionata figlia di Eeta re della Colchide. Venere infatti, diffidando giustamente delle capacità di Giasone, per aiutarlo, chiese al figlio Eros di colpire con la sua freccia la giovane principessa e di metterle nel cuore una ferita tanto profonda da non poterne guarire. Così l’amore entrò nel cuore della bella maga che si innamorò subito dello straniero e, per fargli superare le prove tremende imposte da suo padre, addormentò il drago insonne, abbatté i guerrieri nati dalla terra, aggiogò i buoi dagli zoccoli di bronzo e li costrinse ad arare un intero paese. Giasone aveva superato tutte le prove, ma il re Eeta non volle mantenere la promessa di cedergli il Vello d’Oro, per cui fu ancora Medea ad intervenire per organizzare il furto e la fuga. Fuggì anche lei col suo eroe, sicura di farsi sposare e di finire la sua vita felicemente in Grecia. Pazza d’amore, tradì prima il padre e poi fece a pezzi il fratello che la inseguiva per riportare a casa lei e il Vello d’Oro: fu vittima di un sentimento amoroso tanto grande da renderla incurante della vita e della morte, del bene e del male, avendo la mente e il cuore fissi solo al possesso dell’uomo amato.
Giasone mantenne la promessa di sposarla e si tenne Medea vicino finché gli fu utile, ma la respinse per sposare un’altra appena arrivato a casa.
Molte delle sue arti Medea deve averle insegnate alle donne del Po, anch’esse convinte che l’uomo amato non sia soltanto oggetto di un sentimento, ma si materializzi in una proprietà da cercare e riprendere nel caso che si allontani.
Fino all’inizio dell’ultima guerra, tragica vicenda che cancellò tutte le antiche passioni, agivano nei nostri paesi queste allieve di Medea, donne esperte di sortilegi e capaci, con filtri e parole, di ricuperare beni smarriti: cose da poco, ma anche gioielli importanti o denaro o fidanzati o mariti in fuga. In quest’ultimo caso, si noti bene, la fattura non era finalizzata al riaccendersi di sentimenti amorosi, ma al ritorno a casa dell’uomo (o della donna) allontanatosi, cioè al ripristino di un possesso.
Magìe fortissime che ricuperavano persone delle quali si erano perdute le tracce, con ritorni incredibili, addirittura dalla Francia e persino dalle Americhe.
Arti antiche, scomparse nella catastrofe dell’ultima guerra perché, dopo questa, è scomparsa la volontà di conservare ciò che si ha e di ritrovarlo se si è perduto: un anello o la persona amata. Una guerra che, con la perdita di tanti pezzi della nostra terra, ha cancellato il concetto di proprietà sia materiale che sentimentale. Tutto si vende, anche le cose più preziose: quelle proprietà che cementavano la famiglia e si trasmettevano ai figli sul letto di morte. Oggi tutto si baratta, l’unico problema è come smaltire l’usato: i rifiuti solidi come le presenze indesiderate.
La vita di Medea, la maga tradita, si concluse in un’apoteosi di vendette e di distruzioni. Si vendicò dell’abbandono di Giasone ammazzandogli sotto gli occhi i figli che lei stessa gli aveva generato, poi gli bruciò la nuova moglie e i figli avuti da questa. Non ammazzò lui, forse per conservare l’oggetto di un odio che le giustificava la vita o forse perché lo amava ancora.
Certo è che le ore più belle Medea le passò durante le soste della nave «Argo» lungo le sponde del Po, ascoltando Orfeo e i battellieri del fiume che cantavano serenate alla luna.
Medea, una figura drammatica che meriterebbe di dare il suo nome ad una strada sull’argine del Po. Essendo maga e progenie di dei, quindi immortale, forse passa ancora volando, nei momenti infuocati e nelle notti di luna, sopra il nostro fiume, alla ricerca di ricordi che possano lenire il tormento della sua inguaribile ferita. A qualcuno può capitare di vederla: è riconoscibile dal fatto che viaggia sopra un carro trainato da serpenti alati.
Completano il numero dei cinquanta Argonauti altri famosi eroi: Peleo padre di Achille, Laerte padre di Ulisse, i Dioscuri dei quali uno era nato dall’uovo di Leda fecondata da Giove trasformatosi in cigno, l’altro dal legittimo marito. Essi erano ambedue fratelli di Elena, altro parto dell’ovipara Leda e del re dell’Olimpo, e di Clitennestra nata invece dal legale marito. Tanto Elena che Clitennestra furono mogli infedeli, la prima di Menelao re di Argo, la seconda di Agamennone re di Micene che completò la sua sventura cadendo sotto la scure dell’amante della moglie.
A parte il tradimento consumato durante l’assenza del marito ed il grave fatto di sangue, entrambi senz’altro condannabili, a me pare che a Clitennestra si debba concedere qualche attenuante. Agamennone infatti si presentò tenendo al fianco Cassandra, la bella principessa e indovina troiana, e tenendo per mano i due figli che quella gli aveva partorito durante il lungo viaggio di ritorno.
Questi ultimi nomi ci portano direttamente a un altro poema epico con una validità storica molto più solida: l’assedio e la caduta di Troia, raccontati da Omero nell’Iliade.
Ma questo sarà l’argomento del nostro prossimo incontro, che suppongo avverrà nella stagione estiva, quando i caldi raggi del sole dorato illumineranno le bianche spiagge del Po.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Pelopida Tironi. “Lungo il Po con gli Argonauti”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/lungo-il-po-con-gli-argonauti/