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STORIA - TRADIZIONI

Taglio di Po nel primo Ottocento

Aspetti di vita sociale ed economica del territorio

di Aldo Tumiatti

Ventaglio Novanta n. 22 2001 pp. 64–67

Con la fine del dominio napoleonico (1814), il Veneto tornò in possesso dell'Austria in condizioni economiche pessime ed in notevole difficoltà per aver dovuto far fronte al pagamento di imposte straordinarie.

La guerra, il passaggio degli eserciti, le requisizioni avevano provocato enormi danni alla produzione agricola. Risentivano pesantemente della paralisi del traffico mercantile nel porto di Venezia le attività industriali e manifatturiere.

È vero che il governo austriaco intervenne diminuendo il peso delle imposte fondiarie: ma si trattò di un sollievo momentaneo. Le finanze imperiali, fortemente indebolite dalle spese militari, non potevano a lungo sopportare un minor gettito tributario.

L'imposta sui terreni (prediale) cominciò ben presto ad aumentare. Il malcontento dei proprietari terrieri si mantenne, per tutta la durata del dominio austriaco, assai elevato.

A rendere più odioso il fisco contribuì non solo l'entità dei tributi, ma anche la loro diseguale distribuzione, inevitabile data la scarsa attendibilità degli estimi.

Il governo austriaco affrontò il problema alla radice con l'obiettivo di creare le condizioni e gli strumenti per poter applicare, con la maggiore oggettività ed equità possibile, le imposte sui terreni. Decise però di riprendere, aggiornare e completare il Catasto, operazione già avviata dalla precedente amministrazione napoleonica.

Nel 1825, nominate le delegazioni censuarie incaricate di svolgere il lavoro locale di raccolta e di riscontro dei dati, ebbe inizio l'impresa.

In ogni Comune il Consiglio comunale elesse tre possidenti, con la facoltà di farsi assistere da un perito misuratore e da una o due persone pratiche dei luoghi.

Le delegazioni censuarie, controllate da un ingegnere della Giunta per il Censo, che risolveva i casi dubbi, svolsero l'incarico loro attribuito nel corso di tre campagne censuarie (1826-1827-1828).

La complessa operazione, sopra appena accennata, fu preceduta da un'inchiesta, nota col nome di "Atti preparatori", finalizzata a raccogliere una serie di dati sulle pratiche agricole, sui contratti in uso, sulle condizioni fisiche ed economiche di ogni Comune.

Dopo questa indispensabile premessa di carattere generale, esaminiamo più da vicino il territorio oggetto della nostra attenzione.

Nell'anno della rilevazione (1826) i comuni di Taglio di Po, Corbola, San Nicolò (l'attuale Porto Tolle) ed Ariano, costituivano il distretto di Ariano, in provincia di Venezia.

Il territorio amministrativo del Comune di Taglio di Po venne suddiviso in tre comuni censuari: Taglio di Po a Mazzorno, Taglio di Po a Levante della strada Romea, Taglio di Po a Marina.

Dalle informazioni riportate negli Atti preparatori ho potuto ricavare:

a) una sintetica descrizione di alcuni aspetti del territorio del Comune di Taglio di Po (strade, acque, case, proprietà fondiaria).

b) le misure di superficie, di peso, di capacità dei cereali e del vino usate a Taglio di Po, comparate con le analoghe misure in uso negli altri Comuni del distretto di Ariano.

Ne risulta un quadro d'insieme, la cui lettura consente di effettuare stimolanti riflessioni, considerazioni e confronti tra le condizioni della vita quotidiana della popolazione tagliolese odierna e quella di quasi due secoli fa.

Il territorio del Comune di Taglio di Po, procedendo da Mazzorno verso la zona Marina, era compreso tra l'argine pubblico del Po di Venezia e del Po di Gnocca, la strada del Campo (che attraversa l'isola di Ariano in un punto nel quale i rami di Gnocca e di Goro scorrono paralleli e vicinissimi) e la strada postale detta la Romea.

Oltre alle due strade comunali, sufficientemente comode e praticabili con carri e bestie da soma, esistevano sentieri, di proprietà dei possidenti terrieri, per il transito a piedi e per il trasporto a spalla d'uomo. La rete stradale, anche quella che conduceva ad Ariano, capoluogo del Distretto, versava in pessime condizioni e non bastava ai bisogni dell'agricoltura, tanto che i residenti, costretti ad utilizzare sentieri privati, pagavano "una data corrispondenza ai proprietari possidenti". Considerava il trasporto di merci e prodotti per mezzo di barche sul Po di Venezia e sul Po di Gnocca.

I residenti nella zona Marina, del tutto priva di strade comunali e campestri, utilizzavano strade private, mantenute dai singoli possidenti, e l'argine del Po di Gnocca, alla cui manutenzione provvedeva il regio Erario.

Le case coloniche, disseminate, salvo rare eccezioni, nel territorio comunale senza alcuna regola, utilizzate sia come abitazione dei lavoratori che come ricovero del bestiame, erano in condizioni assai scadenti (meschine).

Alcune erano costruite in muratura, coperte di coppi, altre col solo muro nella parte anteriore, coperte di canna; altre infine costruite completamente, compreso il tetto, di canna, in pratica semplici capanni. Nella zona Marina le case erano "per la massima parte in legno e coperte di canna".

Non esistevano vaste possessioni, autosufficienti dal punto di vista della conduzione aziendale e della produzione agricola. Prevalevano i piccoli poderi isolati, raramente riuniti.

Tre i sistemi di conduzione dei poderi: in affitto, a mezzadria (il più diffuso), a coltivazione diretta. Nei primi due casi il fieno e i pascoli appartenevano tutti al colono.

Gli agricoltori bastavano per le esigenze della coltivazione dei campi. Nessuno cercava lavoro in altri paesi e nemmeno si chiamavano lavoratori da altri luoghi. Quasi tutti conducevano una vita assai modesta. Per l'esercizio dei lavori agricoli, possedevano gli attrezzi rurali indispensabili, e pochi capi di bestiame (cavalli, asini, buoi, vacche), che venivano alimentati con il fieno dei prati, dei pascoli e con foraggi (erba medica, seminata nei terreni arativi).

A differenza di quanto avveniva nei comuni di Ariano e di Corbola, proprietari e coloni dei fondi di Taglio di Po non soggiacevano al pagamento di tributi particolari sui prodotti della terra, come le decime, a favore di autorità secolari od ecclesiastiche.

Faceva eccezione, Mazzorno, ove "per consuetudine del luogo ogni famiglia paga al Parroco della Chiesa un aggravio, chiamato primizia, di quattro quarte". Si trattava quindi di un'offerta spontanea che si tramandava di generazione in generazione, consistente in un'offerta di granaglie (frumento e granoturco soprattutto) misurato in quarte, recipiente il cui volume equivaleva a circa 8 litri.

Tutti pagavano l'imposta erariale sui terreni (detta prediale, dal latino praedium, podere) e le tasse consorziali per lo scolo delle acque, incanalate nello scolo Reale (detto anticamente scolo Zen, poi scolone, quindi scolo Veneto).

Le acque del Po Grande, che costeggiavano un buon tratto del territorio comunale, scorrevano in parte entro un alveo naturale incassato sotto il piano dei terreni adiacenti, in parte entro un alveo non sufficientemente inferiore al livello dei terreni circostanti e quindi sostenuto da argini, ed in parte infine in un alveo di fondo superiore rispetto al piano campagna, perciò interamente contenuto da argini.

Le acque servivano al funzionamento di quattro molini natanti, ancorati all'argine nei pressi di Mazzorno, adibiti alla macina del grano. Tutti potevano attingere acqua dal Po, senza dover pagare alcun onere.

Il Po cagionava danni per corrosioni, inondazioni, rotte. In caso di rottura degli argini, le acque depositavano sui terreni sedimenti, utili per sollevare i fondi bassi, ma anche sabbie sterili. Nel corso di piene prolungate comparivano sorgive (o fontanazzi) che, ristagnando per mancanza di smaltimento nello scolo principale (scolo Veneto), causavano la perdita dei raccolti.

Le opere di difesa consistevano nella costruzione di nuove coronelle, nel rialzo delle vecchie, in rinforzi ai froldi (punti dell'argine particolarmente esposti alla corrosione dalla corrente del fiume), in rinfianchi ed anche in sassate (deposizione di sassi) e palizzate di legna (o palate).

Le acque del fiume (e quelle dei pozzi, per chi abitava lontano) servivano per l'uso umano e per abbeverare il bestiame. L’acqua limpida era discretamente potabile. Più a valle, le acque erano salse e cuorose (fangose) ed allora le si purificava o lasciandole depositare, o con la bollitura.

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Come citare questo articolo

Aldo Tumiatti. “Taglio di Po nel primo Ottocento”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/taglio-di-po-nel-primo-ottocento/

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