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UN RICORDO

Mons. Tarcisio Cappato (1910-1971)

Uomo di fede, ma anche abile organizzatore, collaborò con la Resistenza e lasciò un vivo ricordo nella comunità di Stienta

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 82–86

Ricordare un parroco a mezzo secolo dalla morte è un evento che viene riservato solo a chi ha lasciato un segno profondo e duraturo nella comunità. Don Tarcisio Cappato è stato uno di questi, e i cittadini di Stienta, il paese dove ha svolto per 36 anni il suo ministero pastorale (dal 1935 al 1971), gli hanno dimostrato la loro riconoscenza con una grande partecipazione alla cerimonia per ricordarne la figura e l’opera.

Nella circostanza è stata presentata una nuova raccolta di memorie, curata dallo scrivente, che integra quanto era stato pubblicato su di lui in occasione del trigesimo e del ventennale. Tuttavia, la vicenda di cui fu protagonista don Tarcisio, in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale, oltrepassa il ristretto ambito della parrocchia di Stienta per diventare parte di quelle storie di coraggio e altruismo che hanno permesso all’Italia di uscire con dignità dalla vergognosa situazione in cui l’aveva sprofondata il regime fascista. Perciò vale la pena di proporne anche su queste pagine un breve ricordo.

Nato a Baricetta di Adria il 27 ottobre 1910, don Tarcisio venne ordinato sacerdote a Rovigo il 7 luglio 1935.

L’allora rettore, mons. Adelino Marega, avrebbe voluto trattenerlo in seminario come insegnante di greco e latino, materie nelle quali aveva eccelso durante gli studi, ma don Tarcisio preferì essere inviato in “cura d’anime”, sostenendo che solo per quella si era fatto sacerdote.

Il suo desiderio venne accolto, e così il 29 luglio 1935 era inviato a Stienta come cappellano coadiutore dell’allora arciprete mons. Giuseppe Marchesani, figura di rilievo diocesano e grazie alla sua posizione influente, mons. Marchesani farà in modo che a succedergli nella titolarità della parrocchia di Stienta fosse proprio il suo cappellano don Tarcisio, quantunque appena trentenne (aprile 1941). Egli ne apprezzava la capacità organizzativa (aveva triplicato il numero delle adesioni all’Azione Cattolica) e il metodo originale di pastorale giovanile (fu l’ideatore dei primi pellegrinaggi di massa con mezzi rotabili). Don Tarcisio, infatti, aveva il carisma del trascinatore e un carattere coraggioso, per cui non temeva di contrapporsi alle organizzazioni del regime, in particolare alla GIL (Gioventù Italiana Littorio), organizzando, proprio nelle giornate di sabato, manifestazioni alternative a quelle del “sabato fascista” sottraendo in tal modo i suoi giovani di Azione Cattolica alle dimostrazioni “muscolari” e alla propaganda bellicosa del regime.

La sua nomina a parroco era avvenuta nel 1941, a guerra iniziata, e fin da subito si era capito che le cose per l’Italia stavano volgendo al peggio. Alle sconfitte militari si erano aggiunti i bombardamenti aerei, il razionamento del cibo, i lutti nelle famiglie, al punto che giorno dopo giorno la gente appariva sempre più stanca della guerra e disillusa dalla propaganda del regime. Il desiderio di pace era grande e don Tarcisio sentiva su di sé questo anelito del popolo.

Ma cosa poteva fare lui, semplice parroco di campagna, di fronte ad un conflitto su scala mondiale? Fu così che nella primavera del 1943 maturò l’idea di organizzare un grande pellegrinaggio al santuario della Madonna di San Genesio, luogo di prodigiosi eventi, situato nella valle di Stienta, per invocare dalla Beata Vergine Regina della Pace il sospirato dono.

Un’iniziativa così palese era rischiosa in quanto poteva far nascere accuse di disfattismo o, peggio, di tradimento. Ne parlò col vescovo Mazzocco che gli offrì una parziale copertura indicendo in tutta la diocesi un’ottava di preghiera per la pace da tenersi l’ultima settimana di maggio 1943. Ma mentre nelle altre vicarie l’iniziativa venne accolta con “prudenza” esprimendosi per lo più con preghiere private e con un piccolo pellegrinaggio alla B.V. del Pilastrello di Lendinara, nella vicaria di Stienta don Tarcisio sfidò apertamente il regime fascista, organizzando non uno, ma ben sette pellegrinaggi a cadenza giornaliera alla Madonna di San Genesio¹.

Si calcola che a questi pellegrinaggi abbiano partecipato non meno di diecimila fedeli, un vero e proprio atto di sfiducia al regime fascista che non reagì, impotente di fronte a tanta manifestazione di popolo. L’eco della grande partecipazione era giunta frattanto al vescovo Mazzocco che il giorno dopo (lunedì) inviava al giovane parroco di Stienta il seguente telegramma: “Ringrazio di cuore e faccio voti che la preghiera e i sacrifici avvalorati dalla pratica della vita cristiana ottengano al nostro popolo misericordia e pace. Con tale augurio benedico Lei, il clero e tutto il popolo di cotesta zona. Guido Maria Vescovo.”

La ricca documentazione fotografica ancora conservata nell’archivio parrocchiale di Stienta testimonia la grandissima partecipazione di fedeli a questo evento.

Come andò a finire? Sarà perché le preghiere sono state esaudite, sarà per una fortuita coincidenza, o forse per entrambe le cose, ma, nemmeno due mesi dopo il grandioso pellegrinaggio alla Madonna di San Genesio, il 25 luglio 1943 il regime fascista crollò. Il giorno seguente don Tarcisio era in piazza assieme al popolo di Stienta per festeggiare l’avvenimento.

Nello stesso giorno il re affidava al generale Badoglio l’incarico di formare un nuovo governo con l’obiettivo primario di trattare con gli angloamericani l’uscita dell’Italia dalla guerra, mediante un accordo di pace separato dalla Germania. E il giorno 8 settembre 1943 avvenne l’annuncio del sospirato armistizio.

Ma l’illusione della pace durò poco perché il regime nazista, alleato del Fascismo, non riconoscerà il diritto dell’Italia di uscire unilateralmente dalla guerra, dando inizio ad un’occupazione militare che sarà causa di nuovi drammatici eventi.

Un fatto particolare si verificò alcuni giorni dopo la proclamazione dell’armistizio: davanti alla canonica di Stienta giunsero due automobili con a bordo il generale Mario Robotti e tutto il suo stato maggiore; sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi, chiedevano a don Tarcisio abiti civili e documenti d’identità falsi per poter raggiungere la Puglia, dov’era in fase di riorganizzazione il Regio Esercito Italiano.

Come il generale sia giunto proprio nel paese sul Po non ci è noto, ma nemmeno si può pensare che vi sia arrivato per caso, perciò è credibile che sia transitato per Rovigo, dove qualcuno lo avrà indirizzato a don Tarcisio. E chi se non il vicario generale mons. Marchesani, cui erano ben note le capacità organizzative del suo ex cappellano?

Fatto sta che egli ospitò i militari segretamente in canonica per il tempo necessario a procurare abiti borghesi e specialmente i sospirati documenti d’identità falsi, operazione quest’ultima rischiosa e non di facile attuazione. Come avrà fatto? Solo a guerra finita si seppe che don Tarcisio era riuscito a convincere i due impiegati all’ufficio anagrafe del comune di Stienta, Cirella e Culatti, a fornire ai militari carte d’identità false, usando nomi di stientesi defunti. Grazie a questo stratagemma, l’operazione risultò perfetta e il generale Robotti col suo seguito poté all’indomani proseguire il viaggio per unirsi all’esercito di liberazione.

Intanto i tedeschi avevano iniziato a rastrellare gli ebrei italiani per inviarli nei campi di sterminio, e fu allora che la comunità israelita di Rovigo, sentendosi in pericolo, chiese protezione al vescovo Mazzocco. Nell’impossibilità di farli espatriare, la sola cosa possibile era cambiare la loro identità anagrafica, sostituendo quei nomi e cognomi che avrebbero identificato facilmente la loro appartenenza etnico-religiosa, con altri insospettabili. Il vescovo non sapeva come fare, e fu allora che il vicario Marchesani gli suggerì di rivolgersi al parroco di Stienta, rivelandogli come avesse felicemente risolto il caso Robotti. Seguirono alcune telefonate tra Sua Eccellenza e don Tarcisio che accettò anche questa rischiosa missione.

Alcuni giorni dopo giunse a Stienta un incaricato della Curia che gli consegnò un pacchetto di foto-tessera relative a cinquanta, o forse sessanta ebrei, non lo sappiamo con esattezza. Sappiamo invece che, per non destare sospetti, il lavoro di falsificazione venne fatto in canonica, nella stanza da letto dell’arciprete, come egli precisa nelle memorie e durò tutta una notte. Artefici, come in precedenza, erano stati i due impiegati comunali Cirella e Culatti, che si erano portati dall’ufficio timbri e stampati di modo che le carte d’identità false fossero del tutto identiche a quelle vere.

E non poteva finire qui, dal momento che la voce era trapelata fra il clero della diocesi ed era giunta anche a qualche componente dei CLN del Polesine e in molti avevano ancora qualche ebreo da proteggere. Don Tarcisio non rifiutò mai il suo aiuto alle persone in pericolo e in questo quadro è documentata una relazione con Cesare Zen, presidente del CLN di Adria (e primo sindaco dell’era repubblicana), della quale non conosciamo i dettagli, ma che probabilmente era finalizzata a falsificare altri documenti d’identità per salvare alcune famiglie di ebrei adr iesi.

Diversi fra quelli che grazie a lui si poterono salvare, nel dopoguerra vennero a trovarlo per dimostrargli riconoscenza. Don Tarcisio non amava elogi o attribuirsi meriti, aveva perciò appeso nella sala centrale della canonica un grande scudo araldico con la dicitura ISRAEL-CAPPATO, dando a intendere ai visitatori che anche il suo casato aveva origini ebraiche (cosa alquanto improbabile), quasi a voler dire che si sentiva uno di loro esattamente come farà il presidente Kennedy nel 1963 nella Berlino divisa dal muro sovietico, pronunciando la celebre frase: ich bin ein Berliner, io sono berlinese (in questi tragici momenti avrebbe detto: io sono ucraino!). In tal modo non doveva dare spiegazioni sul perché avesse corso quei rischi, come loro fratello era semplicemente un suo dovere, inoltre, queste presunte origini erano motivo per gettare un ponte, iniziare un dialogo, con persone fino allora sconosciute e forse un po’ diffidenti per via della diversa appartenenza religiosa.

La partecipazione di don Tarcisio alla Resistenza non si limitò a questi fatti: egli nascose i partigiani più ricercati (e tra questi il futuro senatore Emilio Bonatti) nel sottotetto della chiesa di San Genesio, sulle cui travature sono ancora graffiti nomi e date di quel periodo. Organizzò inoltre campagne di assistenza agli sfollati e agli sbandati, impose ai partigiani locali la sua linea di lotta non violenta e di rispetto per la vita anche dei nemici e ciò eviterà al paese di Stienta, dove operava una delle più numerose e agguerrite brigate partigiane, le feroci rappresaglie nazifasciste. Lui stesso amava definirsi “cappellano dei partigiani” e a fine guerra la sua attività patriottica sarà riconosciuta col “brevetto Alexander” n. 158875.

C’è una curiosa appendice biografica che collega don Tarcisio al commissario governativo on. Giuseppe Brusasca, inviato in Polesine in seguito alla disastrosa alluvione del novembre 1951. I due si erano già conosciuti probabilmente in una delle tante riunioni organizzative della Democrazia Cristiana e fra loro era nata una grande amicizia e una reciproca stima, dovuta al fatto che anche Brusasca nel suo Piemonte aveva militato in una formazione partigiana d’ispirazione cattolica e aveva salvato tre famiglie di ebrei aiutandole ad espatriare in Svizzera. Perciò, quando veniva a visionare i lavori alle rotte di Malcantone e Paviole, egli si fermava sempre a pranzo o a cena da don Tarcisio e qualche volta pernottò pure in canonica a Stienta. Addirittura lo aveva incaricato di sorvegliare in sua assenza l’andamento dei lavori e d’informarlo se qualcosa a suo parere non andasse. Non ci deve pertanto meravigliare se in una foto don Tarcisio appare intento a controllare una fila di carriole destinate ai lavori di dissabbiamento e in altre riprende i lavori di chiusura della falla di Occhiobello.

Per la sua attività in favore degli ebrei perseguitati, Brusasca sarà iscritto nel 1969 dallo Yad Vashem fra i “Giusti tra le Nazioni”, riconoscimento riservato ai non ebrei che hanno salvato anche un solo ebreo. A don Tarcisio, che ne ha salvati molti di più, non è stato riservato l’onore di vedere il suo nome scritto nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Spetta perciò a chi si occupa di storia locale il dovere di ricordare che anche in Polesine sono fioriti uomini giusti. E tra questi in particolare deve risaltare il nome di mons. Tarcisio Cappato, spentosi sessantunenne a Stienta il 26 novembre 1971.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “Mons. Tarcisio Cappato (1910-1971)”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/mons-tarcisio-cappato-1910-1971/

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