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STORIA - TRADIZIONI

Nella parrocchia di Ariano

Aspetti della pratica religiosa tra Otto e Novecento

di Aldo Tumiatti

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 56–59

Ai nostri giorni si sottolinea spesso l’accentuata disaffezione dei cittadini dalle pratiche religiose, al punto che il papa Benedetto XVI ha avviato un nuovo dicastero preposto alla Rievangelizzazione dell’Europa.

Ma un secolo fa, agli albori del ‘900, come si presentava la situazione nel Delta? C’era più interesse per la religione o al contrario si registrava una diffusa insofferenza nei confronti della Chiesa? Vediamo.

La nostra indagine si è rivolta in particolare alla parrocchia di Ariano.

Premessa storica

In questo periodo la comunità attraversava una fase di accelerato cambiamento e di incremento della popolazione a seguito del compimento della bonifica idraulica che interessò oltre 12.000 ettari di superficie nei tre Comuni dell’Isola di Ariano. Lo stabilimento idrovoro di Ca’ Vendramin, ammirevole per l’imponente mole e le innovative soluzioni tecniche adottate, simboleggiò la perfetta riuscita dell’opera.

I braccianti, sensibili alle idee di giustizia sociale propagandate dai socialisti, costituiscono le prime leghe di miglioramento. Si proclamano scioperi nelle campagne per rivendicare un miglioramento dei patti agricoli e dei salari, giustificati dall’eccezionale incremento della produzione agricola. I fratelli Gaetano e Federico Violati Tescari realizzano un apparecchio per l’aratura a trazione elettrica in grado di dissodare il terreno a 40 centimetri di profondità. Nella loro officina meccanica, modernamente attrezzata, lavoravano oltre cinquanta operai alcuni dei quali, mettendo a frutto talento personale, inventiva ed esperienze di lavoro, diedero in seguito vita ad attività artigianali rilevanti e autonome (Campaci, Orlandini).

La frequenza dei sacramenti

Detto questo prendiamo in esame il rapporto fra la gente comune e la Chiesa, nel primo decennio del ‘900 partendo dal primo dei Sacramenti, il Battesimo. I genitori non sembravano dimostrare particolare premura di portare i neonati al fonte battesimale entro gli otto giorni canonici. Pochi chiedono l’iniziazione cristiana il giorno successivo alla nascita. La maggior parte di loro lascia trascorrere almeno quindici giorni.

Taluni “ritardano di mesi e qualche anno” annota don Eugenio Ranzato, rettore della chiesa di Rivà¹. I sacerdoti dichiarano concordemente che – in ogni caso – le mam-mane erano sufficientemente istruite per battezzare i neonati in pericolo di vita.

Nell’ammettere i padrini non sempre era possibile imporre il pieno rispetto delle regole stabilite. Bisognava tener conto della varietà di opinioni presenti all’interno del tessuto sociale entro il quale il sacerdote operava, ridurre al minimo le esclusioni, inevitabili se si fosse pretesa la rigida applicazione del rituale². Un atteggiamento intransigente avrebbe trasformato credenti pigri o indifferenti in avversari maldicenti e risentiti. Di qui la flessibilità adottata nel valutare la scelta dei padrini, a meno che non si trattasse di “pubblici peccatori”³.

I genitori rifiutano il suggerimento di modificare il nome prescelto per i propri figli. I tentativi, non sempre convincenti, del celebrante di opporsi all’imposizione di nomi stravaganti falliscono. Per il quieto vivere perciò “si lasciano passare nomi che a rigore non andrebbero”, avendo l’avvertenza di aggiungerne un secondo che attenui la sconvenienza del primo. La questione si risolve con un tacito compromesso, che di fatto concilia l’autonoma decisione parentale col rispetto delle regole canoniche.

Passiamo all’Eucarestia. I cattolici devono accostarsi almeno una volta all’anno “a partire dall’età della ragione” (dato piuttosto opinabile), alla confessione e alla comunione, dopo aver compiuto un percorso minimo di istruzione e preparazione catechistica. Ai ragazzi era consentita la confessione in anticipo rispetto alla prima comunione: tale pratica, benché sollecitata, non era diffusa preferendosi la contestuale celebrazione.

Le bambine utilizzavano il confessionale riservato alle donne e, se troppo piccole, si inginocchiavano davanti alla porticina, alla presenza dei fedeli e di coloro che le accompagnavano. Uomini e donne affetti da sordità potevano accedere a un confessionale riservato, lontano da orecchie indiscrete, collocato all’interno della sagrestia. Nel tempo pasquale, per la funzione delle Quaranta ore e in occasione di esercizi spirituali o – più raramente – in altre festività, i parroci mettevano a disposizione confessori straordinari.

Adempivano al precetto della comunione pasquale circa un terzo dei fedeli comunicandi nella parrocchia di Ariano (presumibilmente 1600-1700), circa mille persone nel paese di Rivà, poco più di metà delle donne ed un quarto degli uomini a Santa Maria in Punta. In queste tre chiese si accostavano settimanalmente alla comunione rispettivamente 50, 12, 6-7 fedeli, per lo più donne.

I ragazzi erano ammessi alla prima comunione all’età di 11 anni. Nessuno, di regola, doveva superare i 12. Ma l’età era protratta anche oltre, a causa della trascuratezza dei genitori “che vanno via sempre cambiando padrone” (Rivà) o per “cattiveria del giovane stesso, o per difetto o ignoranza delle cose necessarie”. Ma alcuni raggiungevano anche 18-20 anni, per indifferenza propria. Il sacerdote di Ariano portava la comunione al capezzale degli infermi una sola volta l’anno, in occasione della Pasqua. Nella curazia di Santa Maria in Punta questo avveniva anche durante l’anno e a Rivà, fuori della Pasqua, solo a chi lo richiedeva.

Veniamo ora al Matrimonio, altro momento fondamentale per la conoscenza dei costumi religiosi. Pochissime coppie si accostavano alla confessione e alla comunione durante la cerimonia nuziale. I matrimoni celebrati solamente in chiesa, non seguiti dall’atto civile, erano in tutto una decina. Circa trenta coppie risultavano unite col solo contratto civile. I coniugi separati – in genere per incompatibilità di carattere – erano pochi nella parrocchia di Ariano; uno soltanto a Rivà (“gli fuggì la moglie in altri paesi”); due in Santa Maria (“una per non avere casa propria, l’altra per il capriccio”). Le coppie unite di fatto, senza vincolo religioso né civile (“pubblici concubini”) assommavano a quaranta, di cui 32 a Santa Maria.

E veniamo alla Estrema Unzione. Nella società contadina si nasceva e si moriva in casa. Il sacerdote portava la comunione ai moribondi, se la distanza da percorrere era breve, accompagnato dai fedeli, da lumi, al suono di tutte le campane. Fuori del paese, nei casolari di campagna, usava un solo lume e un campanello. Se la distanza era eccessiva, o durante la notte, in caso di urgenza o di condizioni atmosferiche avverse, il viatico era portato senza alcun apparato esteriore.

Quando l’infermo era considerato prossimo al trapasso, il sacerdote impartiva l’estrema unzione indossando la cotta e la stola. In certi casi il sacramento veniva somministrato con difficoltà, persino all’insaputa dei familiari e senza cotta per non impaurire l’ammalato.

I funerali erano celebrati di solito con l’accompagnamento di un solo prete, a volte con due o più. Il carro funebre veniva ricoperto dal panno mortuario dei poveri (se si trattava di povera gente) o dal panno dei confratelli del Santissimo Sacramento, dietro corresponsione di due lire e mezzo.

Rarissimi i funerali civili (uno o due l’anno), ma eloquenti per la nostra analisi. Testimoniano una concezione rigorosamente atea della vita e distacco assoluto dalla Chiesa.

Il rifiuto della sepoltura ecclesiastica avviene in un momento in cui risulta psicologicamente difficile sottrarsi al richiamo profondo di misericordia e di salvezza insito nel messaggio cristiano. La decisione non viene di solito presa da un singolo, ma da una cerchia parentale ristretta, in nome del rispetto della volontà del defunto, per sanzionare con un atto definitivo e coerente una scelta di vita.

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Come citare questo articolo

Aldo Tumiatti. “Nella parrocchia di Ariano”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/nella-parrocchia-di-ariano/

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