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STORIA - TRADIZIONI

Viaggiare in Polesine

I problemi della viabilità nell’Ottocento

di Enzo Scanferlini

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 54–55

L’arteria più importante caratterizzante il territorio polesano in epoca romana si trovava nel Delta ed era rappresentata dalla via Popillia, sul cui tracciato si sovrappose poi la Romea, in grado di unire l’Italia all’Europa centro-orientale. A seguito di eventi naturali, però, essa fu ben presto interrotta e, alla caduta dell’Impero, non godette più della normale manutenzione. Così il territorio polesano piombò in un isolamento che durò per molti secoli.

Alla fine del ‘700 la mobilità delle persone e delle merci era ancora seriamente ostacolata dalle pessime condizioni della viabilità: solo seguendo gli argini era possibile sfuggire al pantano che rendeva impraticabili le poche strade esistenti, caratterizzate, tra l’altro, dal fondo in terra o in sabbia. Spesso era possibile spostarsi solo a piedi, dato che le vie non permettevano il transito dei carri e dei cavalli.

Una situazione di tal genere, comunque, non sembrò manifestare la gravità che avrebbe potuto avere altrove, a causa della scarsità di abitanti. Risulta, infatti, che negli ultimi anni del ‘700 la popolazione dell’intera Provincia non raggiungesse le 100.000 unità.

Le prime strade

Le prime strade con fondo ghiaioso comparvero solo verso la prima metà dell’800 ma permisero collegamenti più agevoli solo verso il Padovano. Nel 1855, infatti, fu approntata l’Adria-Cavarzere, che, oltre l’Adige, si collegò alla già esistente strada per Piove di Sacco. Contemporaneamente si costruì pure la Rovigo-Adria, che nel capoluogo confluì nella via postale. Quest’ultima, lastricata a ciottoli, intersecava il Polesine da Polesella a Boara, per proseguire verso Monselice e Padova soltanto dopo che, nel 1857, fu realizzato il primo ponte di legno sull’Adige. Fu detto anche il “ponte di Sissi” perché costruito nel periodo del dominio austriaco, al tempo della vivace imperatrice.

Un serio impedimento alle comunicazioni era rappresentato dal gran numero di corsi d’acqua caratterizzanti il territorio. Loreo, completamente circondata da fiumi e canali, a causa del loro regime incostante, non poteva neppure fruire di tali corsi come stabili vie di comunicazione.

Il quadro che del Polesine ci dà il Bocchi, attorno alla metà dell’800, è tutt’altro che confortante: tutta la provincia appare ancora soggetta a continui allagamenti che rendono malsana l’aria per il proliferare delle zanzare e trasformano il territorio in un immenso pantano, del tutto inagibile; la popolazione è descritta come estremamente povera e ignorante, “tanto da essere paragonata a quella della Beozia” (sic).

Dalle sue pagine affiora, comunque, la speranza in un futuro migliore, fondata sull’opera delle nuove idrovore meccaniche. La prima applicazione nel Polesine della forza del vapore per prosciugare le terre avvenne a poche chilometri da Adria, nella tenuta di Forcarigoli, di proprietà della baronessa Olga Salvagnini Bujacivich. Per molto tempo ancora, tuttavia, i luoghi più bassi ed umidi, specie nei pressi di Loreo, continuarono ad essere tenuti a risaia, con grave pregiudizio per la salubrità dell’aria e per la viabilità.

Risulta, infatti, che fino al 1857, anno dell’apertura di una strada provinciale, coloro che accorrevano al mercato di Loreo da Adria si mettessero in viaggio il giorno innanzi e ripartissero il giorno seguente, dato che occorreva più di mezza giornata per coprire il percorso!

Un altro punto focale della questione consisteva, poi, nella necessità di un regolamento stradale che stabilisse le competenze in materia di manutenzione, creando una normativa più consona ai tempi, capace di garantire l’effettiva agibilità delle strade.

Molte di queste, infatti, cadevano sotto la manutenzione dei frontisti i quali, non solo spesso tralasciavano l’incombenza di tenerle in buono stato, ma addirittura le “usurpavano in gran parte con la vanga” per allargare gli spazi coltivati. In tal modo esse divenivano di “ristrettezza” sempre maggiore, tanto che all’incrocio dei veicoli, “doveasi da parte di uno farsi incomoda sosta sul terreno”. Questo stato di cose fu più volte denunciato dai giornali dell’epoca, che sottolinearono come si “vivesse di sole speranze sull’ordinamento delle strade”.

Le ristrettezze economiche dei bilanci degli Enti pubblici locali impedirono di effettuare interventi capaci di apportare miglioramenti sostanziali alla viabilità. Un ostacolo, inoltre, era rappresentato dalla carenza in loco di materiali adatti per la pavimentazione come ciottoli, ghiaia di grana grossa, ecc. Con queste premesse le strade rimasero per lo più con fondo naturale.

Mentre quasi tutto il Lombardo-Veneto fu favorito, sul piano economico, dalla dominazione austriaca, l’area compresa tra l’Adige e il Po non vide migliorare di molto le proprie condizioni, anche per la sua posizione di confine, dapprima con lo Stato della Chiesa, poi col ben più scomodo Regno d’Italia.

All’Austria, di certo, non conveniva dotare questa zona di una buona viabilità, in previsione di un attacco meridionale; strategicamente era più opportuno disporre di un territorio poco accessibile e, all’evenienza, facilmente allagabile.

Le prime ferrovie

L’annessione al Regno d’Italia, nel 1866, portò una ventata di speranze, che anche questa volta andarono però in parte deluse. Una novità fu rappresentata, comunque, dalla costruzione di linee ferroviarie, che andavano estendendosi un po’ in tutta Italia. Nel giro di qualche decennio alla Padova-Rovigo, già aperta dagli Austriaci proprio nel ‘66, ultimo anno del loro dominio, si aggiunsero la Rovigo-Ferrara, che completò la direttrice Padova-Bologna, nel ‘71, la Rovigo-Adria nel ‘76, la Rovigo-Legnago nel ‘77 e infine l’Adria-Chioggia nell’87.

In tale contesto l’asse ferroviario Legnago-Rovigo-Adria-Chioggia si impose come una direttrice longitudinale, estremamente importante per una zona povera e sprovvista di valide alternative riguardo la viabilità. Basti pensare che, nell’area più orientale, la linea rappresentò la prima stabile via di comunicazione fornita di ponti: l’Adige e il Brenta, infatti, nel loro basso corso, furono fino al 1887 attraversabili con passi natanti di portata irrisoria, che effettuavano un servizio regolare solo quando il tempo e la corrente dei fiumi lo permettevano.

Quello delle “vie ferrate”, comunque, è un altro capitolo della storia locale, correlato alla prima, timida, comparsa della Rivoluzione Industriale in Polesine, che merita di essere approfondito in un’altra specifica trattazione.

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Come citare questo articolo

Enzo Scanferlini. “Viaggiare in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/viaggiare-in-polesine/

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