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ARTEOGGI

Nell’atelier di Paolo Zambonin

Quadri ricchi di effetti luminosi, caratterizzati da una forza rigenerante che attinge ad armoniche visioni

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 36 2008 pp. 99–101

Arte per arte o arte per la vita? Un tema questo che, con varie sfumature, ha appassionato nei secoli passati non pochi teorici; pensatori non solo legati all’ambito delle produzioni artistiche, ma interessati più in generale agli aspetti filosofici oppure sociologici dell’esistenza umana. Alla base della “vexata questio” una alternativa non di poco conto: è l’artista libero di seguire la sua ispirazione, (“arte per arte” dunque) oppure deve uniformarsi a canoni imposti dalla vita sociale o perfino istituzionale per seguire modelli in una certa misura preordinati e confacenti ad un giudizio che coinvolge anche la sfera morale (“arte per la vita”)?

La scelta istintiva di Paolo Zambonin, fin dal primo approccio con la pittura è stata senza dubbio a favore della prima ipotesi, considerando la propria attività come espressione totalmente libera, come momento creativo volto a dar vita sulla tela ad immagini svincolate da qualsiasi finalità che non sia quella di un appagamento estetico. Un atteggiamento indirizzato alla ricerca del bello, ad un godimento personale dello spirito, innanzitutto, da condividere poi con amici ed estimatori.

Ragioni del cuore, dunque, che però ovviamente non bastano perché un’opera si connoti con caratteristiche tali da poter essere apprezzata e valutata positivamente.

Fondamentale, nel percorso artistico del pittore rodigino, una continua ricerca ed un costante affinamento delle tecniche e dei mezzi espressivi. Un itinerario imboccato oltre trent’anni or sono quando, prepotente quanto improvviso, si manifestò l’interesse verso la pittura praticata.

E da allora, dagli iniziali rudimenti e dai primi risultati positivi ottenuti grazie all’impegno assiduo e alla frequenza di appositi corsi accademici, ne ha fatta di strada l’artista rodigino! Da anni è approdato ad una pittura sciolta, raggiungendo una innegabile sicurezza nell’uso del pennello e dei colori con la produzione di quadri luminosi ed armonici. Realizzazioni apprezzate dal pubblico e dai critici, opere che però non hanno mai rappresentato per il pittore un definitivo punto di arrivo, ma si sono piuttosto configurate come base per un’ulteriore ricerca e un successivo affinamento della tecnica e del gusto.

Tutto ciò senza uscire dal solco della scelta figurativa, che da sempre ha contraddistinto una produzione legata in particolare ai paesaggi, alle nature morte e alle esplosioni floreali; tanto coinvolgenti queste ultime da identificare l’autore come “il pittore dei fiori”.

Ed una visita al suo atelier rodigino, in via Enrico Toti, non può che confermare il talento di un artista che, con serenità e determinazione, percorre la via maestra da tempo imboccata. Seguendo la quale l’estimatore non può non cogliere chiaramente come nelle luci e nei colori siano da individuare gli aspetti più qualificanti delle armoniche composizioni pittoriche di Zambonin.

I fiori innanzitutto, soggetto da cui l’artista confessa di non sapersi più separare. Gioia di colori e giochi di tonalità. Aspetti questi vissuti prima di tutto nel profondo nell’anima e poi ri-creati nella tela, quasi in competizione con la natura stessa, con la quale l’artista sembra gareggiare nell’intento di dar vita ad atmosfere dolcissime e a visioni incantate.

E, accanto alle composizioni floreali, le nature morte. Terminologia questa che, se serve ad identificare un tradizionale filone artistico, appare in stridente contrasto con le vivaci raffigurazioni di Zambonin. Le sue immagini, vitali e ricche di colori, manifestano innanzitutto una attenta scelta degli oggetti dipinti; rappresentazioni in grado di comunicare quel senso di profonda armonia che sta alla base della stessa concezione dell’arte praticata dall’artista rodigino.

Infine i paesaggi, scorci di ambienti naturali o di architetture cittadine: raffigurazioni nate da impressioni vive e sempre connotate da elementi di immediata godibilità estetica. In queste ultime tele, specie in quelle che riflettono immagini del Polesine, accanto al piacere del dipingere e del reinterpretare aspetti desunti dalla realtà, non manca nel pittore un ulteriore compiacimento: quello di evidenziare, con i suoi quadri, aspetti non sempre noti, che meritano di essere conosciuti o valorizzati. Un impegno questo che – è bene ricordarlo – Paolo Zambonin affronta spesso anche con un altro mezzo espressivo, quello dello scrivere, testimoniato da una pluriennale attività giornalistica e da nuovi interessi nel campo della narrativa. Hanno così visto la luce alcuni apprezzati romanzi, copie dei quali, ovviamente, fanno bella mostra nell’atelier rodigino di via Enrico Toti, accanto ai quadri della produzione più recente.

Creazioni, queste ultime, in cui più decisi e materici si presentano i colori, comunicando al visitatore gioiose emozioni ed

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Nell’atelier di Paolo Zambonin”. Ventaglio Novanta, n. 36, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/nellatelier-di-paolo-zambonin/

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