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UN RICORDO

Nello Romanato (1923-2015)

Il ricordo del tenore rodigino a dieci anni dalla scomparsa. Memorabile la sua partecipazione all’Otello con Del Monaco, Tebaldi e Karajan

di Stefania Sgardiolo

Ventaglio Novanta n. 67 2025 pp. 103–105

Herbert Von Karajan? «Un direttore d’orchestra fantastico. Occhi di ghiaccio. Bastava uno sguardo per capire ciò che desiderava, se era soddisfatto o no. Un’enorme personalità. Riconoscevi subito la sua autorità. C’era sempre da imparare». Mario Del Monaco? «Il più grande di tutti. Ricordo l’ultima volta che lo incontrai. Ero andato a trovarlo nella sua abitazione quando ormai era immobilizzato a letto per la dialisi. Un’amicizia profonda, e quella visita mi ha lasciato un’immagine struggente». Di Renata Tebaldi, dunque il Gotha della lirica degli anni Cinquanta e Sessanta, conservava un’ammirazione e una conoscenza stretta consolidatasi in quello studio di registrazione che era diventata la Staatsopera Halle di Vienna per l’incisione di uno dei più “grandi” Otello della storia della musica, tuttora in commercio in diverse edizioni su nuovi supporti tecnici che permettono di gustare la qualità artistica di quell’opera e di uno stuolo di interpreti scelto proprio da Von Karajan. Perché il rodigino Nello Romanato era tra i protagonisti del capolavoro di Verdi nella parte di Cassio, accanto a Del Monaco (Otello), Tebaldi (Desdemona), Aldo Protti (baritono). Un riconoscimento importante, che pochi possono vantare, che rivive nei frammenti dei ricordi maturati da Nello Romanato nella stagione artistica durata circa 15 anni come tenore nei più grandi teatri d’Italia e all’estero. Di lui quest’anno ricorre il decimo anniversario dalla scomparsa avvenuta il 29 luglio del 2015 a 92 anni. Nello Romanato era originario di Fratta Polesine dov’era nato il 22 maggio 1923. Il padre, Francesco Silvio, impiegato di banca, alla fusione delle Casse di risparmio, nel 1928, fu trasferito a Rovigo. Lo seguì l’intera famiglia, la moglie Maria Angelina Monti (figlia del garibaldino Antonio, medico veterinario, laureato alla Federico II di Napoli nel 1867) e gli altri quattro figli della coppia, Adelina (1911), Lara (1914), Dino (1916) e Ugo (1921). Tutti e tre i maschi frequentarono l’Istituto tecnico commerciale di Rovigo e i primi due si laurearono in Economia e commercio all’Università di Bologna, pur essendo stati costretti a interrompere temporaneamente gli studi per la guerra. Un po’ diverso il percorso di Nello che scelse di frequentare l’Università a Venezia. La passione per l’opera lirica era cresciuta durante l’adolescenza; l’intonazione e la voce c’erano, quindi accanto alla ricerca di una solida istruzione professionale, ecco partire la carriera artistica, nei primi tempi assieme all’amico Dino Mantovani. Optò per la destinazione di Venezia Ca’ Foscari allo scopo di seguire gli studi di canto con Gilda Dalla Rizza, il celebre soprano veronese che insegnava al Conservatorio Benedetto Marcello. Il debutto di Nello Romanato ebbe luogo al Sociale di Rovigo l’8 e 9 maggio 1948 nel ruolo di Rodolfo nella Bohème, accanto a Rina Malatrasi (Mimì), sotto la direzione di Ermanno Wolf Ferrari. Curiosamente, anche Renata Tebaldi aveva esordito a Rovigo il 23 maggio 1944 nel Mefistofele di Boito (duemila lire le spese per il viaggio, vitto, alloggio e un rosario). Fu l’inizio di un percorso di tenore lirico molto spesso come protagonista nei teatri più prestigiosi, al cui valore artistico seguirono riscontri di critica assai favorevoli. «Tenore di facile vena canora e di adeguato temperamento», così lo definì Paolo Padoan nei libri “Voci venete nel mondo” e “Veneto lirico”.

Gli anni Cinquanta furono molto intensi: aveva facilità di memoria e, nonostante una latente emotività, quando saliva sul palcoscenico sapeva dare il meglio di sé con una voce chiara e una dizione perfetta. Lavorò con alcuni dei personaggi più noti della scena lirica e intrecciò amicizie con Anna Moffo, Rosanna Carteri e le venete Elena Rizzieri e Giulietta Simionato. Sempre con la polesana Rina Malatrasi si esibì a Lucca nella Madama Butterfly, poi nella Bohème in Svizzera. L’opera di Puccini era una delle sue preferite: la propose anche in Spagna con Luisa Malagrida, soprano con la quale cantò all’estero anche nella Traviata, interpretata per la prima volta a Savona nel 1952 con Renata Scotto. Fu più volte Duca di Mantova nel Rigoletto di Verdi, quindi protagonista nell’Amico Fritz, sempre con la Scotto nel ‘53, e poi si esibì molte volte nella Cavalleria Rusticana (la prima interpretazione sempre nel ‘53 a Bergamo), Pagliacci, Adriana Lecouvreur, Fedora. Nella Tosca fu diretto nel 1956 a Ferrara da Nello Santi. Sarebbe stata una delle opere che avrebbe portato in molti teatri d’Italia e d’Europa. Il primo Otello di Verdi, sempre nella parte di Cassio, nel ‘55 al teatro Donizetti di Bergamo con Gianandrea Gavazzeni direttore; all’Arena di Verona nel ‘58 cantò nella Favorita di Donizetti assieme a Giulietta Simionato. Oltre al repertorio più tradizionale, con una certa predilezione per Puccini, alla cui musica la sua voce appariva adatta, il tenore rodigino, che nel frattempo si era trasferito a Milano, dove frequentava gli ambienti culturali, partecipò a molte prime assolute di opere moderne come Suor Manuela di De Bellis, Don Ciccio di Gentilucci, lo Straniero di Ildebrando Pizzetti, la Sentenza di G. Manzoni, Requiem per Elisa di Hazon e diverse altre.

Grazie ai familiari sono giunta in possesso di una lettera autografa in cui il tenore rodigino racconta l’esito di una rappresentazione del 21 maggio 1957. Romanato scrive: «La recita di Butterfly non poteva avere migliore successo. Ho avuto moltissimi applausi e il pubblico era entusiasta. Dopo il primo atto, e cioè alla fine del duetto, abbiamo avuto ben sei chiamate e questo può da solo dimostrare quale può essere stato l’entusiasmo in teatro. Anche nella mia parte del primo atto sono stato molto applaudito e così pure dopo la romanza del terzo atto. Ho avuto un’infinità di congratulazioni da parte di tanta gente. Insomma, è stata una bellissima recita. Ho avuto per compagna una bravissima cantante (Stella Giovannelli ndr) e questo naturalmente ha contribuito a farmi cantare con più entusiasmo e a dare maggiore interpretazione al mio personaggio». Nella missiva poi annunciava l’impegno successivo una settimana dopo al Fraschini di Pavia per la Traviata con Rina Gigli, figlia del grande tenore che ha la cittadinanza onoraria di Rovigo. Memorabile l’interpretazione di Malcom nella prima del Macbeth di Bloch il 27 gennaio 1960 accanto a Nicola Rossi Lemeni e regia di Luigi Squarzina in ben quattro recite, opera recensita, tra gli altri, da Eugenio Montale sul Corriere. Oltre a esibirsi alla Scala, l’apice della carriera fu la citata storica incisione Decca del 1960 dell’Otello di Verdi in cui compariva nel ruolo di Cassio accanto a Mario Del Monaco, Renata Tebaldi e Aldo Protti, registrata a Vienna sotto la direzione di Herbert Von Karajan alla guida dei Wiener Philarmoniker. Un’altra incisione lo vide nella parte di Armando in un’edizione della Maria di Rohan, opera meno diffusa e conosciuta. Nel 1961 si esibì al Politeama Margherita di Genova per l’inagibilità del Teatro Carlo Felice in restauro. Fu una delle sue ultime ascese al grande palcoscenico.

Nei primi anni Sessanta, nonostante i successi, valutando principalmente i rischi di un’attività che poteva essere messa a repentaglio anche da un banale raffreddore, abbandonò la carriera costellata di circa 150 recite e numerosi concerti lirici e di musica classica, per dedicarsi alla professione di commercialista e dirigente d’azienda. Curò la direzione amministrativa dell’Hotel Baglioni di Bologna e della Suriani-Puccinelli. Come attività libero professionale fu componente di collegi sindacali, tra i quali l’Associazione industriali e l’Irsap. Appassionato di volo, pilota fin oltre gli 80 anni, fu tra i fondatori dell’Aeroclub rodigino. Aveva mantenuto una voce limpida e potente, una passione che aveva trasferito nella cugina Loredana, soprano, con la quale sovente, accompagnati dal maestro Adriano Rosato, si esibiva in concerti e brani lirici e sacri, e della quale fu guida attenta e premurosa, Nel 2003 ricevette il premio alla carriera dell’Accademia veneta dello spettacolo. Non aveva avuto figli e negli ultimi anni era infermo per la rottura di un femore a seguito di una caduta. Un mese prima della morte era stato colpito da un’infezione polmonare. Ma finché il fisico glielo permetteva non mancava di intonare qualche aria d’opera, ad uso degli amici, sempre con la raffinatezza di un talento cristallino che gli anni non avevano intaccato, segno di una passione coltivata per tutta la vita.

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Come citare questo articolo

Stefania Sgardiolo. “Nello Romanato (1923-2015)”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/nello-romanato-1923-2015/

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