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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Padania Veneta: una nuova proposta per il turismo

Criteri guida per la valorizzazione e gestione dei Beni Culturali e Ambientali della Padania Veneta

di Giuseppe Marangoni

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 168–171

Le problematiche relative ai beni culturali e ambientali e al turismo viaggiano normalmente su binari paralleli; vengono trattate a diversi livelli, da diversi enti, o da assessorati con uffici diversi nello stesso ente, da diverse associazioni, da tecnici diversi. Difficilmente le due realtà riescono a colloquiare e integrarsi. Così, da una parte abbiamo il mondo dei musei, delle biblioteche, delle soprintendenze, delle associazioni culturali, archeologiche, dei tecnici urbanisti e architetti; dall'altra, gli enti turistici, le agenzie, le associazioni turistiche, i tecnici del turismo. Anzichè colloquiare e integrarsi, le due parti preferiscono a volte sconfinare, abbracciando ciascuna competenze dell'altra. Ad esempio troviamo abbastanza spesso incursioni di architetti che concepiscono piani turistici e, sull'altro versante, enti turistici impegnati in campo culturale (editoria, manifestazioni, ecc.).

Va innanzitutto sottolineato che prima che per i turisti, i beni culturali sono importanti per gli stessi abitanti. Appropriarsi dei valori del proprio territorio significa sviluppare la cultura della persona e della comunità; significa passare dalla retorica dell'ambientalismo alla cultura del diritto, alla cittadinanza come diritto alla partecipazione piena al godimento delle risorse del territorio concepito nella sua integrità.

In questo quadro, il problema di una corretta didattica dei beni culturali e ambientali è strategico non solo come valido supporto di una moderna gestione dei programmi scolastici, ma altresì come elemento dinamico di sviluppo dell'intera società civile nelle sue varie espressioni, modelli di vita, modalità di partecipazione. La stessa promozione turistica è del tutto aleatoria se non si fonda sulla cultura del luogo e su standard qualitativi adeguati.

Va poi osservato che la nozione di bene culturale oggi, con la crescita di soggettività e di identità comunitaria che c'è stata nelle singole culture locali, richiede, come sostiene Ulderico Bernardi, a fianco delle culture colte, l'attenzione agli splendori di manualità, di artigianato e la salvaguardia dell'enorme patrimonio di cultura popolare, dal paesaggio agrario alle architetture rustiche, alle espressioni artistiche, agli oggetti, agli attrezzi più umili, gli utensili che pure sono risultati di intelligenza nei secoli, della tecnica popolare, l'insieme della cultura materiale e della cultura extramateriale, quindi la religiosità, i percorsi degli eremi, la ritualità, i canti, la toponomastica, la parlata.

Mentre in Italia la presenza di questa cultura a livello museale è del tutto subalterna, e si accetta qualsiasi cosa a livello di allestimento dei cosiddetti musei e raccolte della civiltà contadina, ben diversa è l'evoluzione dei musei etnografici di ultima generazione in Giappone (Osaka) o negli Stati Uniti (S. Antonio in Texas), per non parlare della Francia o di alcuni paesi dell'est come l'Ungheria e la Romania.

Guardando ai positivi esiti di queste esperienze mi sento di proporre fin d'ora una iniziativa specifica: l'istituzione, in quest'area del Veneto meridionale che possiamo identificare come "Padania Veneta", di un centro di ricerca e documentazione sulle culture locali nelle Venezie. Un tale centro di riflessione, studio e ricerca manca. In quest'iniziativa un ruolo primario dovrebbe assumere la Regione Veneto.

Il governo di beni culturali soffre attualmente di una crisi acuta. L'identificazione del patrimonio culturale nazionale con quello dello Stato ha comportato accentramento statalistico e burocratico. Inoltre, la separazione anche sul terreno istituzionale, delle funzioni tecniche e di tutela rispetto a quelle di valorizzazione, nonché a quelle connesse allo sviluppo economico e sociale e a quelle correlate alla tutela ed alla regolazione d'uso del territorio, hanno comportato divaricazione degli interventi statali con quelli delle diverse istanze delle autonomie locali.

Va poi sottolineato come "pubblico" non significa "libero". Il vero problema è l'indipendenza della cultura. E in funzione di questa è auspicabile una collaborazione tra pubblico e privato per promuovere una democratizzazione della cultura: non la cultura delle élites, ma la cultura di tutti.

Sappiamo tutti che i valori del privato sociale sono esattamente quelli che mancano al pubblico e che, d'altra parte, sono necessari per rispondere veramente alle esigenze dei cittadini e dell'utenza: flessibilità, adattabilità, specificità locale, radicamento sul territorio. In questa logica, anche nel campo della gestione dei beni culturali e ambientali occorre dare spazio a nuove soggettività imprenditoriali soprattutto di tipo cooperativo.

Ci sembra pertanto che la Regione Veneto, nella sua funzione programmatoria e legislativa, debba incentivare tutte le possibili connessioni e sinergie tra pubblico e privato nella gestione e valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

Un discorso particolare va fatto per i musei, per i quali c'è il problema di individuare modi meno passivi di fruzione. L'utente deve essere messo in grado di guardare meno e fare o comunicare di più; deve poter contare sull'offerta di un'esperienza sensoriale più allargata e gratificante.

Come dice Ermanno Olmi "La cultura è buona e sana quando è viva, costituzionalmente compatta con la sua specifica realtà". Ora, se il museo o l'ambiente o il bene culturale in genere si presenta come un prodotto congelato, difficilmente potrà comunicare con il visitatore e costituire un percorso culturale.

Accanto agli specialisti, nei musei debbono trovare spazio delle figure jolly in grado di svolgere diversi compiti a seconda degli obiettivi e delle necessità. Tale ipotesi è tanto più auspicabile e fattibile quanto prima vengono attivati nuovi rapporti pubblico-privato nel senso che si è detto sopra. E in quest’ottica va favorita la professionalità possibilmente collegata all’impresa, perché l’impresa – e l’impresa cooperativa in particolare – garantisce il risultato a livello qualitativo e in misura maggiore rispetto al singolo; inoltre può offrire un ventaglio di professionalità il più completo e vario, strutturato sulle esigenze del committente. In più l’impresa cooperativa è in grado di assicurare all’Ente un coordinatore professionale, considerata ormai una figura strategica a livello operativo e formativo, perché in grado di vagliare e valutare gli interventi assicurando la qualità del processo e del risultato.

Una gestione dei beni culturali al passo con i tempi deve poi tener conto che, accanto agli specialisti emergono ormai nuove figure: i mediatori. I mediatori sono figure professionali con meno specializzazione in un determinato campo, ma capaci di stabilire un raccordo tra mondi diversi che attualmente fanno molta fatica a comunicare tra loro e a stabilire un ponte tra cultura ed economia, tra cultura e pubblico.

Mediatore può essere un animatore culturale e ambientale. Non specialista di archeologia o di architettura, ma in grado di legare il mondo dell’archeologia a quello di varie categorie di utenti. L’animatore in questo senso costituisce un superamento di alcune tradizionali qualifiche nell’ambito turistico, come quello della guida, perché cura aspetti tecnici della comunicazione e del coinvolgimento in modo molto più approfondito.

Accanto alle professionalità, occorre inoltre costruire tutto un humus adatto all’ospitalità, fatto di esperti, di volontari, di strutture flessibili e aperte, di gruppi e persone che amano il loro luogo.

L’accoglienza turistica, oggi tutta incentrata su un ufficio informazioni, va profondamente rivista ed arricchita di spessore e complessità, rinvigorita di valori culturali ed umani ben precisi.

L’anno prossimo, a 200 anni dalla caduta della repubblica, sarebbe bello trasformare il ricordo di questo evento negativo in un evento positivo, un grande momento di raccordo tra una cultura millenaria che si è chiusa e quella che identifica attualmente una parte del territorio della regione. E sopra la ricerca, perché no, l’immagine. Padania come terra dei grandi fiumi passati e presenti, campagna veneta la più ricca, corti e case rurali, castelli e città arroccate in pianura, echi veneziani e grandi bonifiche. Sono elementi dell’identità di un territorio e anche linee di ricerca.

Accanto a Venezia, alle terme, a Verona e al Garda, la Padania Veneta può essere l’immagine di una parte dell’identità veneta che manca nel messaggio turistico.

Ecco l’idea del CeDi, il Centro per la gestione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali e ambientali della Padania Veneta, promosso dal Comune di Rovigo su progetto della cooperativa Turismo e Cultura. Tuttavia nessuna città della Padania Veneta ha la possibilità di diventare meta turistica e culturale da sola. Di qui la necessità di una promozione globale del territorio della Padania Veneta, un territorio abbastanza complesso e ricco da permettere l'organizzazione di circuiti, per musei, mostre, enogastronomia, musica, teatro, natura. Deve emergere però l'idea di un prodotto riconoscibile, di un'immagine definita. Per far ciò occorre far dialogare fra loro Comuni e Province, far uscire gli Enti locali dall'isolamento. Solo così è possibile organizzare percorsi alternativi e collegamenti infraregionali.

* Il dott. Giuseppe Marangoni, direttore della Cooperativa “Turismo e Cultura” di Rovigo e presidente Federcultura del Veneto, è intervenuto al Convegno “Turismo e Cultura della Padania Veneta”, tenuto a Monselice il 6 Marzo 1996, con una relazione dalla quale abbiamo qui estrapolato le parti più salienti.

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Come citare questo articolo

Giuseppe Marangoni. “Padania Veneta: una nuova proposta per il turismo”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/padania-veneta-una-nuova-proposta-per-il-turismo/

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