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ARTEOGGI

Paolo Tiribello

Il mitico mondo dell’artista rodigino

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 6 1992 pp. 108–110

Corro e respiro sogni su questa terra dove da un momento all’altro m’aspetta, per coprirmi, l’infinito

Cinque versi incisivi e definiti per sottolineare il constrasto tra lo spirito innato, che pulsa prepotente in ogni uomo pretendendo la vita, e la realtà mortale su cui, inevitabilmente, segna il suo trionfo l’infinito senza tempo, annullatore di ogni forma terrena di esistenza.

La breve ma significativa lirica è stata scritta da Paolo Tiribello, autore di versi che sondano la condizione dell’esistenza dell’uomo, le sue inquietudini interiori, le tensioni improvvise, ma anche i momenti di dolce appagamento.

Tiribello compie la sua indagine, che a volte si dilata al mondo esterno, altre tende a ripiegarsi nella dimensione dell’interiorità, utilizzando, oltre che il linguaggio della poesia, anche quello altrettanto suggestivo della pittura. Se già con l’espressione poetica l’autore preferisce muoversi sul piano evocativo e simbolico, con la pittura compie un salto ancora più deciso e definito verso l’astrazione, mutuando dalla realtà circostante soltanto frammenti di forme e colori, successivamente ricostruiti in nuovi accostamenti, con un continuo intervento della fantasia.

La pittura risulta quindi come continua occasione di reinvenzione, e si configura come la possibilità di dar vita ad un gioco inesauribile, fatto di accostamenti nuovi, in cui il colore assume un ruolo determinante. Improvvisi si sprigionano bagliori di luce e sulla tela esplodono cromatismi esuberanti, che a volte però si smorzano in tinte più languide e pacate, a testimoniare la varietà di ispirazione dell’autore.

In ogni caso prevale il movimento: repentini guizzi percorrono la tela, dando vita ad immagini a volte non definite, ma spesso protese in avanti, a seguire un percorso misterioso di un inesauribile divenire.

Una continua inquitudine sembra muovere dal di dentro le creazioni pittoriche di Tiribello, animate da una forza a volte dirompente, che sembra perfino voler negare la staticità delle rappresentazioni fissate nei quadri.

E dominante risulta quell’impulso a procedere oltre, “solcando mari d’angosciante cammino” come afferma Paolo Tiribello in un’altra lirica intitolata “La nave di Ulisse”, in cui l’autore, come l’eroe omerico, ripreso da Dante quale simbolo di inappagato desiderio di conoscenza, non cerca un approdo di quiete, ma “un remo per navigare verso infinite illusioni!”.

Quell’illusione dolce e fascinatrice che, in definitiva, solo l’arte sa dare, permettendo all’autore di accedere ad un mondo privo dei quotidiani affanni, in cui egli stesso, fattosi Demiurgo, può partecipare, con le sue realizzazioni, alla sia pur momentanea gioia della creazione.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Paolo Tiribello”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/paolo-tiribello/

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